IVITI Winery: quando il vino nasce da una memoria di famiglia

La terra ha una memoria sorprendente; conserva le tracce di chi l’ha lavorata, custodisce i gesti tramandati di generazione in generazione e restituisce, vendemmia dopo vendemmia, l’identità di un luogo. A Centoia, nel territorio cortonese, ogni vigna, ogni olivo e ogni albero sembrano partecipare a questo dialogo silenzioso tra passato e futuro. È da questa memoria condivisa che prende forma IVITI: un progetto familiare le cui radici affondano in oltre settant’anni di storia agricola e che oggi trova nel vino la propria espressione più compiuta, continuando a guardare alla terra da cui tutto ha avuto origine.
La visita comincia prima ancora di varcare la soglia della cantina. Lo sguardo attraversa il podere e incontra una terra che non è stata piegata alle sole esigenze della vite: olivi, seminativi, alberi, acqua e spazi lasciati agli animali compongono un paesaggio agricolo ancora vivo. È il primo indizio per comprendere IVITI. Il vino, qui, non nasce come un elemento separato, ma prende forma dentro un equilibrio più ampio, costruito nel tempo attraverso scelte che parlano di rispetto, osservazione e cura.

Per ritrovare l’inizio di questa storia bisogna tornare agli anni Cinquanta, quando Pietro Viti e il figlio Lidio acquistano e ristrutturano un podere a Centoia, nell’agro cortonese. Allora la terra rappresenta innanzitutto il sostentamento della famiglia: si coltiva seguendo le stagioni, affidandosi all’esperienza e a quella conoscenza silenziosa che si forma soltanto lavorando ogni giorno gli stessi campi.
Il vino non è ancora un progetto. Eppure, senza saperlo, Pietro e Lidio stanno già preparando ciò che verrà dopo, lasciando alla generazione successiva non soltanto un podere, ma un modo di considerare il lavoro agricolo: la terra non come qualcosa da possedere, bensì come un’eredità temporanea da custodire e consegnare.

Quel passaggio di testimone diventa concreto nel 2008, quando Enrico Viti, nipote di Pietro, e suo figlio Luca decidono di impiantare il vigneto. È il momento in cui una storia legata fino ad allora all’agricoltura familiare comincia a immaginare una nuova direzione. In quegli appezzamenti Luca riconosce la possibilità di proseguire il lavoro iniziato dalle generazioni precedenti, affidando alla vite e al vino una forma nuova del racconto familiare.

Nel 2013 nasce ufficialmente la cantina IVITI, con l’obiettivo di produrre vini capaci di esprimere il territorio cortonese attraverso una viticoltura attenta all’ambiente e condotta secondo pratiche di agricoltura biologica. Il Cabernet Sauvignon inaugurerà la produzione aziendale l’anno successivo, diventando il primo capitolo enologico di una realtà che oggi raggiunge circa ottomila bottiglie e guarda a una crescita graduale, sostenuta dall’entrata in produzione dei vigneti più giovani e da nuovi impianti.

Luca segue l’azienda dalla vigna alla cantina con la concretezza di chi è cresciuto dentro il lavoro agricolo e ha poi scelto di trasformarlo in un progetto di vita. Accanto a lui, Elisa Solfanelli porta la propria competenza enologica, ma anche uno sguardo personale che negli anni ha lasciato un segno sempre più riconoscibile nei vini.

Enologa, moglie e compagna in questo percorso, Elisa non occupa semplicemente un ruolo tecnico. Partecipa alle scelte in vigna e in cantina, segue l’accoglienza e ha dato vita ad alcune delle etichette più intime della produzione. Il Bianco e S90 raccontano in modo evidente la sua sensibilità, mentre il lavoro quotidiano condiviso con Luca mostra quanto il suo contributo appartenga ormai profondamente all’identità di IVITI.

Il logo aziendale raffigura un abbraccio. Un gesto nel quale convivono unione, passione, costanza e tenacia, valori che la famiglia Viti riconosce nel proprio passaggio generazionale. Quell’abbraccio, però, sembra andare oltre le persone, fino a comprendere la terra stessa: il luogo dal quale tutto è cominciato e al quale ogni scelta, in fondo, continua a ritornare.

La proprietà si estende per circa sei ettari, distribuiti tra vigneti, colture cerealicole, spazi naturali e circa un ettaro di oliveto, dal quale nasce una piccola produzione di olio extravergine. I suoli, di matrice franco argilloso-sabbiosa, accompagnano vigneti posti intorno ai 310 metri di altitudine. Il podere non appare, quindi, come una successione di appezzamenti indipendenti, ma come un organismo nel quale ogni parte contribuisce all’equilibrio complessivo.

È questa la dimensione più concreta della sostenibilità perseguita da Luca ed Elisa. Una sostenibilità fatta di scelte visibili e inserite nel paesaggio, pensate per favorire la biodiversità ed evitare che la vigna diventi una monocoltura separata dall’ambiente circostante.
Un piccolo lago raccoglie le acque di drenaggio provenienti dalle collinette vicine. Oltre a rappresentare una riserva idrica naturale, è diventato nel tempo un punto di richiamo per uccelli, insetti e piccoli animali. Intorno all’acqua il podere sembra ritrovare un proprio respiro: la presenza della vite si intreccia con siepi, essenze vegetali e filari alberati, capaci di offrire riparo alla fauna e di contribuire a generare quelle differenze termiche che favoriscono la qualità delle uve.

Poco distante, il boschetto di paulownia introduce una presenza inattesa. Luca ed Elisa lo hanno piantato scegliendo una specie dal ridotto fabbisogno idrico e capace di assorbire e fissare quantità elevate di anidride carbonica. Anche qui la sostenibilità smette di essere una parola e diventa un gesto concreto: piantare oggi qualcosa che possa restituire valore all’ambiente negli anni a venire.

La stessa idea guiderà il futuro del podere. Il nuovo vigneto sarà circondato lungo l’intero perimetro da ulivi, mentre il progetto di ampliamento prevede un ulteriore ettaro e mezzo destinato soprattutto al Syrah e alle varietà a bacca bianca. La crescita produttiva non viene immaginata come una corsa ai numeri, ma come un’estensione coerente di ciò che la famiglia sta costruendo, mantenendo saldo il rapporto tra la vigna, il paesaggio e le persone che se ne prendono cura.

La vocazione viticola di Cortona è legata a una conformazione geomorfologica particolare, segnata dalla presenza di antichi terrazzi fluviali e alluvionali. Suoli minerali e ben drenati, uniti alle condizioni climatiche del territorio, hanno favorito nel tempo l’incontro tra le varietà storiche toscane e uve di origine internazionale. Sangiovese e Trebbiano convivono così con Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Chardonnay e soprattutto Syrah, diventato il simbolo della Cortona DOC.

IVITI ha scelto fin dall’inizio una strada personale: partire dai Cabernet e affidare a queste varietà la costruzione della propria identità, avvicinandosi soltanto in un secondo momento al Syrah. Non per inseguire il vitigno simbolo di Cortona, ma per interpretarlo secondo una propria sensibilità, proteggendone il volto floreale e fruttato attraverso il solo impiego dell’acciaio.

Dal podere il racconto prosegue naturalmente verso la cantina. Cambiano gli spazi e i profumi, ma non il filo che li unisce: ciò che all’esterno prende forma nella vigna, tra gli alberi e intorno all’acqua, qui viene accompagnato fino al calice.
La struttura, di circa quattrocento metri quadrati, si sviluppa su tre livelli. Al piano terra si trova la barricaia, dove i vini maturano in legni scelti per grana e tostatura; al primo piano sono collocate le vasche d’acciaio termoregolate e gli ambienti destinati all’affinamento in bottiglia. L’ultimo livello è dedicato agli assaggi e all’accoglienza, trasformando la visita in un momento di incontro con Luca ed Elisa e con le scelte che hanno dato forma a ogni etichetta.

È qui che il ritmo cambia. Le parole pronunciate tra il vigneto, il lago e gli alberi cominciano a trovare una corrispondenza nel calice. Ogni vino aggiunge un frammento alla storia, restituendo non soltanto una scelta enologica, ma anche il carattere delle persone che l’hanno immaginato.

 

Il primo assaggio appartiene a Elisa con l’IGT Toscano Bianco 2025. Nasce da Trebbiano, Malvasia e Grechetto ed è il risultato di un progetto da lei fortemente voluto a partire dalla vendemmia 2020. L’etichetta raffigura un doppio Guyot, richiamo diretto al sistema di allevamento adottato nei vigneti, ed è attraversata da tre parole: Amore, Passione, Dedizione. Non uno slogan, quanto piuttosto un piccolo archivio emozionale, una dichiarazione intima di ciò che ne ha accompagnato la nascita.
Le uve provengono da una parcella di circa 0,2 ettari situata a 310 metri, esposta a sud-est e impiantata in due momenti, nel 2008 e nel 2014. La raccolta avviene manualmente nel mese di settembre, in cassette di piccole dimensioni. I grappoli interi vengono sottoposti a pressatura soffice; il mosto fermenta in acciaio e vi rimane sulle fecce fini, prima di completare il proprio percorso con circa tre mesi di affinamento in bottiglia.
Nel calice veste un paglierino tenue percorso da riflessi dorati. L’apertura richiama l’uva spina e la nepitella, cui si affiancano timo limonato e ginestra. La componente fruttata si distende progressivamente tra ananas, mango e pesca, mentre una sottile suggestione minerale, quasi cipriata, accompagna il profilo con eleganza. Il sorso è pieno e compatto, ma trova immediatamente slancio in un’acidità agrumata che ne attraversa la materia, riportandola in verticale. Il pompelmo emerge nella progressione finale, prima di lasciare spazio a una chiusura sapida, nitida e persistente.
La personalità del vino nasce dalla tensione tra la pienezza centrale e l’energia che sostiene il sorso. È una sensibilità che ritorna anche nel calice successivo, pur cambiando completamente varietà e colore.

S90 2023 è il Syrah voluto da Elisa e porta nel nome il suo anno di nascita, il 1990. È oggi uno dei vini di punta della cantina e nasce dal desiderio di confrontarsi con il vitigno più rappresentativo di Cortona senza rinunciare alla cifra stilistica aziendale. Per realizzarlo Luca ed Elisa lavorano uve provenienti da un vigneto impiantato nel 2005, situato a 310 metri, esposto a sud-est e allevato a cordone speronato.
La vendemmia si svolge manualmente a settembre. Dopo la diraspatura e la selezione, la fermentazione avviene in vasche di acciaio termoregolate; anche la maturazione si compie interamente in acciaio, seguita da circa tre mesi in bottiglia. Una scelta precisa, compiuta per preservare il volto più floreale, fruttato e dinamico del Syrah.
Rubino vibrante di media fittezza, affida l’incipit olfattivo a un profilo balsamico e profondo, segnato dalla radice di liquirizia e dall’alloro; seguono china, sottobosco e ciliegia durone. L’ingresso al palato è agile, guidato da una freschezza agrumata che si integra nella trama tannica fine e fruttata. Il sorso si muove con precisione, mantenendo profondità senza perdere leggerezza e consegna un Syrah misurato, più giocato sulla tensione che sulla potenza.
Il confronto con questa varietà simbolo rappresenta un capitolo importante, ma per risalire alle origini enologiche di IVITI bisogna tornare ai Cabernet. È su di essi che Luca ha costruito il primo pensiero produttivo della cantina, scegliendo di dare voce a varietà capaci di trovare nei suoli cortonesi una propria espressione.

Il Cortona Cabernet Sauvignon DOC 2019 è il vino che inaugura la produzione aziendale nel 2014 e rimane ancora oggi una delle etichette centrali della gamma, con circa quattromila bottiglie prodotte. L’assemblaggio comprende l’85% di Cabernet Sauvignon e il 15% di Cabernet Franc.
Le uve provengono da vigneti impiantati nel 2008, allevati a cordone speronato su terreni franco argilloso-sabbiosi posti a 310 metri e orientati a sud-est. La raccolta manuale si protrae dalla fine di settembre alla metà di ottobre. Dopo la fermentazione in acciaio, il vino matura in barrique di rovere francese, prevalentemente di secondo o terzo passaggio, per un periodo che può variare tra dodici e diciotto mesi; segue un affinamento in bottiglia di circa un anno.
Il rubino fitto e la consistenza con cui il vino aderisce al calice anticipano una materia estrattiva importante. L’apertura olfattiva è boschiva e balsamica, percorsa da richiami mentolati e di eucalipto; la viola mammola si intreccia al pepe di Sichuan e alla grafite, costruendo un profilo stratificato e preciso. Il sorso è pieno e profondo, sostenuto da un tannino di spessore, fitto ma ben definito, che accompagna la progressione e ne prolunga lo sviluppo sul frutto. La freschezza imprime slancio alla struttura e conduce verso una persistenza lunga, nella quale affiora un nitido ricordo di cacao.
È un Cabernet che non nasconde la propria ricchezza, ma la governa attraverso tensione e misura. In questa dialettica tra forza e precisione si riconosce una fase importante dell’evoluzione aziendale, destinata a trovare nel Cabernet Franc in purezza una forma ancora più identitaria.

Iugero 2020 nasce, infatti, dalla volontà di produrre un vino capace di rivolgersi alla nicchia delle etichette da lungo affinamento. La prima annata risale al 2017 e il nome riporta immediatamente il racconto alla storia antica di Centoia, toponimo legato alla centuriazione romana.
Lo iugero indicava la quantità di terreno che una coppia di buoi, unita dallo stesso giogo (iugum), poteva arare nell’arco di una giornata: circa duemilacinquecento metri quadrati, una superficie prossima a quella della parcella da cui proviene il Cabernet Franc destinato a questo vino.
Il vigneto, impiantato nel 2008 a 310 metri di altitudine, è allevato a cordone speronato ed esposto a sud-est. Le uve vengono raccolte a mano nel mese di ottobre. La vinificazione è integrale: il Cabernet Franc fermenta in barrique nuove di rovere francese disposte orizzontalmente su supporti rotativi, secondo un sistema brevettato nel 2008 dalla Tonnellerie Baron. Le vinacce rimangono costantemente immerse e le rotazioni manuali accompagnano l’estrazione; il vino svolge la malolattica e prosegue l’élevage nelle stesse barrique, prima di affinare per circa dodici mesi in bottiglia.
Il rubino fitto, segnato da riflessi amaranto, introduce un quadro olfattivo boschivo e balsamico. Eucalipto e resina di pino aprono la trama, seguiti dalla grafite e dalla polvere di caffè. Il frutto si muove sui toni scuri del cassis e del mirtillo, mentre la radice di china aggiunge una sfumatura amaricante e profonda. Il sorso trova il proprio equilibrio in un’acidità fruttata precisa, capace di sostenere la struttura e accompagnare un tannino centrale fine e ben integrato. La progressione si distende a lungo su nitidi ricordi di cassis.
Se il Cabernet Sauvignon racconta la nascita della cantina e Iugero la sua ambizione di crescita, l’ultimo vino della degustazione riporta il percorso molto più indietro, fino all’uomo che per primo lavorò questa terra.

Nacre 2023 è una vendemmia tardiva di Grechetto prodotta dal 2018 e dedicata ad Anacleto Viti, bisnonno di Luca, conosciuto in famiglia proprio con il soprannome di “Nacre”. Il nome non nasce per costruire un racconto a posteriori: appartiene alla memoria privata dei Viti e trasforma il vino in un omaggio diretto a chi ha preceduto le generazioni che oggi conducono l’azienda.
Le uve provengono da una parcella di 0,2 ettari posta a 310 metri, allevata a Guyot e impiantata nel 2008 e nel 2014. Il Grechetto viene lasciato sulla pianta fino ai primi giorni di novembre e alla comparsa della botrite, quindi vendemmiato manualmente con un’accurata selezione. I grappoli interi vengono pressati delicatamente; dopo una decantazione spontanea a freddo, il mosto fermenta in barrique e vi rimane sulle proprie fecce durante la maturazione. Seguono circa tre mesi di affinamento in bottiglia.
Nel calice risplende di un oro vibrante. La nepitella introduce un profilo balsamico che si apre progressivamente verso la scorza di limone disidratata, il mango, l’ananas e l’albicocca. Zenzero e zafferano ne ampliano la complessità, portando il bouquet verso una dimensione speziata, luminosa e concentrata. Il residuo zuccherino di 110 grammi per litro dona al sorso ricchezza e avvolgenza, ma la freschezza ne alleggerisce la progressione, mantenendola dinamica e precisa. La persistenza si distende sulla frutta candita e sulla frutta secca, lasciando una sensazione di equilibrio più che di dolcezza.
Nacre chiude la degustazione nello stesso punto in cui il racconto era cominciato: la memoria.

Lasciando IVITI rimane la sensazione di una realtà ancora giovane nella propria storia vitivinicola, ma sostenuta da radici profonde. Luca ed Elisa hanno scelto di abitare questa eredità, non di custodirla a distanza, lasciandola crescere e trovare ogni giorno una voce nuova tra la vigna e la cantina.

Ed è forse allora che l’abbraccio scelto per raccontare IVITI acquista il suo significato più autentico: non stringere il passato per trattenerlo, ma tenerlo abbastanza vicino da poterlo accompagnare altrove. È ciò che fanno Luca ed Elisa, insieme, raccogliendo una storia iniziata molto prima di loro e permettendole di continuare senza spezzarla e senza lasciarla immobile.
A Centoia la memoria non resta indietro, ma matura, cambia voce e diventa vino.

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Immagine di Sara Calimari

Sara Calimari

Curiosa ed eccentrica per natura, vedo nel vino la più alta forma di espressione culturale: ogni calice racconta una storia, legata indissolubilmente alla terra da cui nasce. Per me degustare è come leggere un libro: lo faccio con umiltà, cercando di restituire al vino la sua voce più genuina. Professionista nella comunicazione e sommelier Ais, organizzo eventi e guido masterclass, oltre che scrivere per riviste di settore e testate giornalistiche specializzate nel mondo del vino. Terza classificata al Concorso Miglior Sommelier Ais della Toscana 2025, continuo a studiare, ascoltare e raccontare il vino, con la stessa passione del primo giorno.

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