Sono circa le sette del 10 agosto quando la strada comincia a salire verso Cantine Fina. La luce ha già perso la durezza del giorno e sulla Sicilia occidentale si posa quella tonalità calda che precede il tramonto, quando il sole sembra rallentare apposta prima di consegnarsi al mare. Dalla collina lo sguardo corre lontano, verso lo Stagnone, le saline, le isole Egadi che interrompono l’orizzonte, sospese nella foschia luminosa.
È difficile arrivare qui senza avere, almeno per un momento, la sensazione che il tempo si sia fermato.
Non è la monumentalità del luogo a conquistare, ma qualcosa di più sottile, intimo, quasi sussurrato. Cantine Fina possiede un’eleganza che non ha bisogno di imporsi, perché nasce dalla sensazione immediata di essere entrati in uno spazio vissuto, prima ancora che in una cantina. Si avverte il calore di una casa e, ancora prima di conoscere i vini, si intuisce che dietro quelle mura c’è una storia fatta di legami profondi, di persone unite da qualcosa che va ben oltre la semplice condivisione di un progetto imprenditoriale.

Cantine Fina, forse, comincia proprio da un desiderio: quello di Bruno Fina e di sua moglie Mariella, che su questa collina venivano a guardare il mare e i tramonti immaginando un giorno di costruirvi qualcosa che appartenesse alla loro famiglia. Bruno il vino lo conosceva già profondamente. Enologo siciliano, aveva maturato negli anni una solida esperienza professionale e incontrato lungo il suo percorso Giacomo Tachis, figura destinata a lasciare un’impronta profonda nel suo modo di leggere la Sicilia e le sue infinite possibilità vitivinicole. Una conoscenza costruita sul campo, fatta di studio, esperienza e intuizione, che a un certo punto però non gli basta più: perché una cosa è conoscere il vino, farlo, studiarlo, un’altra è scegliere di affidargli un sogno, immaginando che possa diventare il centro di un progetto di vita e di famiglia.
Nel 2005 quel sogno prende finalmente forma in contrada Bausa, a Marsala. Bruno e Mariella costruiscono la loro cantina e, quasi naturalmente, quel progetto diventa presto anche quello dei figli Marco, Sergio e Federica. In famiglia iniziano a chiamarla il “quarto figlio”. Potrebbe sembrare soltanto un’espressione affettuosa; una di quelle frasi che spesso accompagnano le storie familiari del vino. Poi si arriva qui, si ascoltano le loro voci, si attraversano questi spazi e si comprende che non c’è quasi nulla di metaforico: Cantine Fina è davvero cresciuta insieme a loro, nutrita dello stesso tempo, degli stessi sacrifici e dello stesso amore.

Oggi Marco segue l’area amministrativa e commerciale, Sergio lavora alla produzione ed è enologo accanto al padre, mentre Federica cura comunicazione, marketing ed enoturismo. Ruoli differenti, caratteri diversi, ma stessa appartenenza.
Ed è proprio Federica ad aprirci la porta. Lo fa nel modo in cui probabilmente accoglierebbe degli amici a casa: senza costruire distanze. Parla velocemente, sorride molto, cambia espressione mentre ricorda un episodio e immediatamente ne affiora un altro. Negli occhi ha quella particolare luminosità che appartiene alle persone quando smettono di raccontare il proprio lavoro e cominciano, inconsapevolmente, a raccontare qualcosa che amano.
Con lei, la visita cambia presto natura: non è più un semplice percorso attraverso la cantina, ma un ingresso graduale nella storia della sua famiglia. Le sue parole riportano alle vendemmie dell’infanzia, ai primi anni del marchio, alle serate trascorse a presentare i vini, alla necessità di conquistarsi uno spazio in un territorio dominato da nomi storici; poi ai fratelli, al padre, alla madre. Soprattutto la madre: Mariella non è più qui, ma a Cantine Fina la sua memoria non assume mai i contorni della malinconia: diventa continuità, custodita nei racconti, nelle scelte, persino in un vino. Federica ne parla con fierezza di figlia, con la serenità di chi sa che portare avanti un sogno significa anche continuare a pronunciare il nome di chi lo aveva immaginato per primo.
In cantina incontriamo anche Sergio nel momento forse meno comodo per fermare un enologo: è vendemmia, eppure si ferma e ci accompagna per qualche minuto tra gli spazi di vinificazione, raccontandoci il suo lavoro con semplicità, senza trasformarlo in una dimostrazione tecnica. È quella stessa luce negli occhi, più delle parole, a tradirlo: c’è orgoglio nel parlare delle uve e delle fermentazioni, certo, ma soprattutto la consapevolezza di avere ricevuto qualcosa da custodire e contemporaneamente da portare avanti.
È qui che la storia di Cantine Fina smette di essere soltanto familiare e incontra la visione di Bruno: leggere la Sicilia fuori dagli stereotipi, non come un territorio viticolo uniforme ma come un vero continente, capace di contenere mare e montagna, altitudini, esposizioni e microclimi profondamente differenti. Da questa idea nasce la convivenza tra autoctoni come Grillo, Zibibbo, Nero d’Avola e Perricone e varietà internazionali come Chardonnay, Sauvignon Blanc, Traminer, Syrah e Cabernet Sauvignon, collocate nei diversi areali in funzione delle condizioni più adatte.
Così le vigne non vengono concentrate in un unico areale, ma ricercate laddove ogni varietà possa trovare le condizioni ideali: vicino al mare, dove arrivano vento e salinità, oppure in quota, dove l’escursione termica conserva acidità e precisione aromatica.
Il Traminer Aromatico è forse la scommessa che meglio sintetizza questa filosofia: prendere una varietà apparentemente lontana dalla Sicilia e cercarle qui il luogo capace di esprimerla.
Prima di arrivarci, però, la degustazione sulla terrazza panoramica comincia da uno dei vitigni che non ha bisogno di passaporto per raccontare questa parte dell’isola.

Nel calice del Kebrilla Sicilia DOC 2025, Grillo in purezza, si presenta in un paglierino luminoso. L’olfatto ha immediatamente un accento mediterraneo: zagara e gelsomino aprono su una componente fruttata che richiama ananas fresco, maracuja e kumquat, quindi timo limonato, una lieve suggestione di anice e zenzero candito. Il sorso cambia registro e si tende verticalmente. La freschezza agrumata richiama il lime, mentre una sapidità netta sostiene la progressione e accompagna il finale verso ricordi di frutta secca.
È un Grillo costruito sull’incontro tra due Sicilie, quella prossima allo Stagnone e quella delle vigne più alte e fresche, con vinificazione tra acciaio e una piccola parte di legno. Il nome si ispira al brano “Kebrillah” di Jovanotti e, proprio da questo riferimento, nasce “Quel che brillerà”, la rassegna che ogni estate anima la collina di Cantine Fina e che quest’anno, il 7 agosto, ha ospitato Alex Britti.
Il secondo calice è Hanami Terre Siciliane IGT 2025, rosato nato da Merlot, oggi accompagnato da una parte di Syrah, coltivato in quota e affinato in acciaio sui lieviti.
Nel bicchiere è un fior di pesco tenue e luminoso. Il Merlot apre la trama con una sottile balsamicità su note di alloro; poi arrivano fragolina di bosco, lampone, scorza di pompelmo rosa e, progressivamente, la firma speziata del Syrah, che chiude sul pepe rosa. Il sorso gioca bene tra corpo e snellezza: la componente agrumata imprime slancio, la sapidità accompagna la progressione e il finale torna al pompelmo, attraversato da una lieve sensazione piccante.
Hanami, in giapponese, significa “contemplare la fioritura dei ciliegi”, richiamo all’apertura della cantina verso i mercati asiatici.
Poi arriva Kiké Terre Siciliane IGT 2025.E quando Federica pronuncia il nome, il vino smette immediatamente di essere soltanto vino: Kiké è lei. O meglio, è il nome con cui la famiglia la chiama da sempre: la più piccola, “Kiketta”, diventata poi semplicemente Kiké.
Il blend unisce 90% Traminer Aromatico e 10% Sauvignon Blanc. Nel calice il colore si fa più pieno, paglierino attraversato da riflessi dorati. Il Traminer si presenta senza esitazioni: rosa, litchi, pesca bianca e gelsomino, mentre il Sauvignon Blanc riequilibra l’esuberanza aromatica con cenni vegetali e agrumati di timo limonato e pompelmo, quindi una suggestione balsamica di nepitella ed incenso selvatico. Sul fondo, una mineralità sottile richiama la cipria.
In bocca la parte più interessante è proprio il contrasto: la ricchezza del Traminer trova nella freschezza agrumata del Sauvignon Blanc la lama capace di attraversare il sorso, alleggerirlo e restituirgli dinamica, mentre la sapidità prolunga il finale e riconduce ancora una volta al pompelmo.
È difficile, dopo aver ascoltato Federica, non pensare che Kiké le assomigli almeno un po’: espansivo nell’ingresso, luminoso, impossibile da ignorare, ma attraversato da una precisione che impedisce all’aromaticità di diventare ridondante.
Mamarì Terre Siciliane IGT 2025 è Sauvignon Blanc in purezza. Ma soprattutto è “Mamma Mariella”.
Federica lo racconta e la voce non cambia per cercare commozione. Non ne ha bisogno. C’è qualcosa di molto più forte nella naturalezza con cui spiega che quella bottiglia permette loro, ogni giorno, di continuare a parlare della madre. Ed è forse questo uno dei momenti nei quali si comprende davvero cosa significhi, per i Fina, considerare i vini parte della famiglia.
Da Sauvignon Blanc coltivato in quota e vinificato esclusivamente in acciaio, Mamarì si presenta in un paglierino tenue. Il naso si muove inizialmente su un registro marcatamente vegetale: bosso, macchia mediterranea ed elicriso, quindi pompelmo e una vena salmastra. Il sorso mostra maggiore spessore, con la sapidità a costruire materia e l’acidità agrumata a sostenere la progressione e contenere la componente calorica. La chiusura torna sulle erbe e sul registro vegetale.
Mentre il sole scende ulteriormente e sulla terrazza la luce inizia a tingersi di rosa, arriva il rosso con il Perricone Terre Siciliane IGT 2025, che riporta il racconto verso una delle varietà storicamente più legate alla Sicilia occidentale.
Il rubino è di media intensità, attraversato da un riflesso amaranto. L’apertura è sulla ciliegia, quindi alloro, petalo di geranio e chiodo di garofano. In bocca sorprende l’agilità: il tannino è gentile, fine nella trama e centrale nello sviluppo; il frutto ritorna sulla ciliegia e l’acidità ne accompagna la progressione. C’è texture, sostenuta anche dalla sapidità, e il finale vira progressivamente verso una speziatura di pepe verde.
È un Perricone che non cerca la muscolarità per dimostrare di appartenere al Sud. E anche questo, in fondo, racconta qualcosa della visione dei Fina: la Sicilia può essere intensità senza pesantezza, maturità senza rinunciare al movimento, sole senza perdere freschezza.
Intorno a noi la terrazza nel frattempo cambia volto.
Il rosa del tramonto accarezza le Egadi. Marsala si distende verso il mare, le voci dei presenti si mescolano alla musica e, il vento, ancora caldo, attraversa i tavoli. È uno di quei momenti in cui il paesaggio smette di fare da sfondo e comincia a entrare nei calici: forse è proprio qui il senso dell’enoturismo di Cantine Fina, non soltanto far assaggiare un vino, ma restituire il luogo che lo ha generato.
La chiusura della degustazione è affidata a El Aziz, e anche stavolta dietro il vino c’è un episodio familiare.
In arabo significa “Il Magnifico”: è un Grillo in vendemmia tardiva, raccolto a mano dopo un naturale appassimento sulla pianta.
La sua nascita ha però qualcosa di quasi cinematografico. La storia comincia con una vendemmia rimandata di qualche giorno per un’uscita in barca della famiglia, che si chiamava appunto El Aziz. Quando tornarono per la raccolta l’uva aveva seguito già una strada diversa da quella inizialmente prevista; un contrattempo diventato intuizione e una casualità diventata un gran vino.
Nel bicchiere El Aziz è oro lucente. Agrume caramellato, citronella, genziana, tiglio in fiore e ginestra precedono un ricordo di succo alla pesca. Al sorso la componente glicerica trova un contrappeso preciso nella freschezza fruttata. Arriva poi l’albicocca, nella consistenza del succo di frutta, mentre la sapidità accompagna il finale verso gli agrumi caramellati. Dolcezza e tensione procedono così insieme.
Fuori ormai è quasi notte ed è il 10 agosto; ascoltando la storia della famiglia Fina, viene naturale tornare a pensare ai desideri.
A quelli che affidiamo distrattamente a una stella, perché sembrano troppo grandi per poter dipendere soltanto da noi; a quelli che, invece, richiedono anni, sacrifici, errori, vendemmie, discussioni e coraggio prima di poter assumere una forma concreta.
Bruno e Mariella una volta guardavano questa collina immaginando una casa accanto a una cantina; poi quella casa e quella cantina sono esistite davvero e i loro figli hanno scelto di farne anche il proprio futuro. Bruno continua ancora a osservare vigne e cantina con lo stesso rigore di chi non considera mai concluso il proprio lavoro, Mariella continua a essere pronunciata in famiglia e versata dentro un calice che porta il suo nome.
Ed è forse questa la cosa più preziosa che porto via da Marsala.
Sulla terrazza ormai la luce del tramonto si è quasi spenta, le Egadi diventano profili scuri sull’orizzonte e sopra di noi cominciano ad accendersi le stelle di San Lorenzo.
Nei bicchieri rimane ancora qualcosa di questa terra: il sale del mare, gli agrumi, le erbe della macchia mediterranea, il frutto maturo, il vento caldo della sera. Insieme al vino rimane, però, soprattutto il racconto di una famiglia che ha saputo trasformare un luogo in un progetto e quel progetto in qualcosa da consegnare al futuro.
Forse è proprio questo che fanno i desideri quando smettono di appartenere soltanto al cielo: trovano qualcuno disposto a crederci abbastanza da portarli sulla terra e a Cantine Fina questo sogno ha messo le radici.














