di Mirella Vilardi

Il vino come occasione, il vino come pretesto, il vino trait d’union tra saper fare e paesaggio, tra lavoro e luoghi, tra bello e buono. Un’altra, recente, circostanza che ha messo in evidenza questo legame inscindibile, è andata in scena nel primo weekend di dicembre a Saluzzo, sotto l’egida della guida Vinibuoni d’Italia. E già lo scenario della bella, minore, cittadina piemontese, valeva il viaggio.
Piccolo gioiello d’architettura e viabilità secolare, ancora attivo di botteghe artigiane, sfoggia un bel centro storico pulito e vivibile, salotto buono che sembra confortare dai venti freddi delle vicine montagne. Pasticcerie, tante. Enoteche, vinerie, cioccolaterie, sale da tè, si alternano a sartorie, restauratori. Sapevate che il palco della Fenice è stato restaurato a Saluzzo? Noi no, e lo stupore per questo ennesimo esempio di produttiva, insospettabile, provincia italiana, ci ha messo di buon umore, predisponendoci al meglio per la visita e per gli assaggi all’interno dell’ex caserma.
Altro motivo di gaudio, la scelta di questo luogo e l’allestimento semplice, austero, che faceva pensare a una mostra d’arte. Positiva riflessione su come rivitalizzare i molti contenitori vuoti che la storia ci ha consegnato, troppo spesso monito di una trasandatezza che non ci fa onore.

Tra gli arredi essenziali, alcuni opera dei ragazzi della locale scuola di falegnameria, abbiamo incontrato visi amici, Fausto di Rocche del Gatto, uno per tutti, e rivisto bottiglie familiari che rappresentano lo zoccolo duro di una viticoltura sempre più di livello.

La guida Vinibuoni d’Italia si prefigge di promuovere i vitigni autoctoni del nostro Bel Paese, sono più di 600, un numero che ci colloca, anche in questo, al primo posto nel mondo. L’attenzione al recupero di vitigni abbandonati, alla valorizzazione di quelli sempre rimasti presenti sul nostro palcoscenico vinicolo, è la molla d’azione di Mario Busso, curatore della guida, e della sua equipe di assaggiatori, degustatori, esperti, sparsi su tutto lo Stivale.

wa_05E’ stato proprio Mario Busso, padrone di casa, il conduttore di una delle degustazioni di approfondimento previste nell’ambito di Wine Around. Né si poteva “cascare” meglio, sia per la competenza del direttore Busso, sia per la comparazione dei quattro Nebbioli scelti. Perché si fa presto a dire Nebbiolo, e tutti a pensare a Barolo e Barbaresco, ma il difficile, capriccioso vitigno che molto somiglia al cugino Pinot Nero, è uno di quelli che maggiormente risentono del terreno, del clima e, oserei dire, anche della mano dell’uomo che lo coltiva. I Nebbioli, dunque, sono quanti le zone d’elezione che li producono. Ne abbiamo avuto conferma con il Carema, lo Sforzato di Valtellina, il Ghemme e il Roero in degustazione. Quattro storie diverse, benché il fil rouge, al naso e in bocca, fosse quell’eleganza tipica, unica, riconoscibile tra mille, di note balsamiche, di liquirizia. Oltre al colore, sempre piuttosto scarico, sono gli aromi molto fini e armonici a smascherare il Nebbiolo, anche quando si fa chiamare Spanna (a Ghemme, ad esempio) o Chiavennasca (in Valtellina). Anche quando, si fa supportare dalla colorata Vespolina o dalla sapida Uva Rara (possono concorrere al 25% nella Docg Ghemme).  Nebbiolo tuona forte, fa vibrare i nervi scoperti di ogni enonauta, ma, a prescindere dal nome, ritengo abbia un carattere femminile, “… e quando si nutre di marne calcaree dell’Albese, e quando s’alleggerisce nelle terre sabbiose del Roero, sempre è molto amato, e le secrete vie del cor dispone all’armonia…”, solo per scomodare il grande Foscolo. Come una poesia malinconica, il blasonato Nebbiolo è femmina nel suo stretto rapporto con madre terra, nell’imprescindibile intimità con le prime nebbie, che gli sono necessarie e dalle quali, prende il nome.

La carrellata presentata da Busso, ha maggiormente svelato la sua femminea volubilità, il carattere mutevole, la cocciutaggine, il senso di appartenenza, la fedeltà elevata all’ennesima potenza. Nessun vitigno è stato più fedele del nebbiolo. Ci hanno provato a impiantarlo in California e in Argentina ma, come solo le femmine sanno fare, si è chiuso a riccio, ha pestato i piedi. Il (la) Nebbiolo vuole bene solo all’Italia.

Erano molti i vini in degustazione, circa 500, e, chissà, ognuno avrebbe meritato lo stesso tempo, la degustazione guidata. Allora, Wine Around sarebbe durato due anni, impossibile solo pensarci. Possibile, invece, essersi sincerati dell’importanza dei buoni divulgatori, maestri che fanno scuola, avvicinando anche i meno preparati, all’universo vino, alle innumerevoli sfumature di vestiti più o meno eccentrici, di profumi più o meno intriganti. A parlare di vino, con competenza, si è sempre sulla strada giusta.

www.vinibuoni.it 
www.winearound.it