di Umberto Gambino
vivit-09– Ma cos’è quell’assembramento di visitatori under 30 e under 25 al padiglione 12? Mi avvicino al perimetro “pannellato” di bianco che una gentile hostess mi offre un calice: “E’ per i suoi assaggi al Vivit”. Il Vivit? Massì, quell’allegra baraonda è il Vivit, acronimo che sta per “Vigne, Vignaioli, Terroir”. Stuzzicato dalla curiosità, decido anch’io di fare un tuffo nella baraonda del Vivit che altri non è se non il “covo” di quell’allegra banda di viticoltori votati alla produzione del “vino artigianale”. In questo caso “artigianale” è sinonimo di “piccolo vignaiolo” e anche “viticoltura naturale”. Biodinamico più che biologico (i produttori certificati Bio dispongono al Vinitaly di uno spazio tutto loro); vini senza chimica, senza solfiti aggiunti e addirittura con zero solforosa. “Vini – così recita lo slogan – che vogliono essere l’espressione autentica del territorio che li produce”.
E a questo Vinitaly, Vivit è giunto alla terza edizione, crescendo di una spanna rispetto allo scorso anno: 140 i vignaioli presenti (non solo italiani, ma anche sloveni e una decina di georgiani).

Ecco i vini e le aziende che hanno lasciato in me un ottimo ricordo per un paio di buoni motivi: mi sono sembrati puri, genuini, molto vicini a quella terra di cui sono perfetta espressione; sono vini che potremmo definire “del contadino” (ma ben fatti, senza difetti), senza nulla di aggiunto; le bottiglie prodotte, in piccola quantità, sono il frutto del lavoro di poche persone, in ambito familiare, o a volte di un solo vignaiolo.
C’è il “guru” siciliano Nino Barraco da Marsala, vignaiolo noto ai nostri lettori. I suoi vigneti non sono solo “vicini al mare”, ma proprio a contatto del mare: appena 30 metri per il Grillo “Vignammare” 2013 prodotto in 6600 bottiglie. Annusi, ri-annusi, assaggi e ti convinci che è davvero “espressione del territorio” perché esprime grande sapidità e freschezza unite a note iodate e anche lattiche. Respirare, ri-annusare, ri-gustare sognando la spiaggia assolata e i profumi della vigna che si fondono con la brezza salina. Per la cronaca: vino a zero solforosa. Come ci riesci? “Lavoro molto sulla solforosa, aumentando l’acidità del vino. Questo porta poi all’equilibrio”, spiega Nino, zero capelli (come la solforosa), baffetti vispi, pizzetto e tanta intelligenza spicciola. E’ lui che tiene la posizione d’apertura al Vivit: è lui che deve sostenere la prima “ondata d’urto” e ben ci riesce, coadiuvato com’è da una nostra vecchia conoscenza: la brava e riccioluta Stefania Pompele.
Detto ciò, i vini di Barraco con una marcia in più sono questi altri bianchi:
il Catarratto 2012 (da uve catarratto rosso, a bacca bianca, badate bene) è il prototipo di vino naturale concepito e nato all’estremo ponente della Sicilia. Una bella spremuta di macedonia di frutta al naso con in evidenza la pesca gialla matura e una punta di ananas che si risolvono nel gusto pieno, sapido (anzi salino), avvolgente. Tuffi il naso nel calice e sembra di sentire davvero il mare, le onde che sbattono sulla rena.
Nota di merito non da poco per l’altro Grillo, il 2012, che è una ventata di fiori di campo e aromi freschi di erba appena tagliata. Un vino “geneticamente superiore”, confessa il buon Nino, che si beve e si ri-beve senza mai stancarsi: tanto è equilibrato. Da abbinare alla classica pasta con le sarde!
Da San Marco Argentano, paesino calabrese della provincia di Cosenza, ecco L’Acino Vini, una giovane cantina biodinamica gestita da tre soci (non sono parenti fra di loro) che fino a qualche anno fa svolgevano altri lavori: Antonello Canonico, Emilio Di Cianni e Dino Briglio Nigro.
Mentre i bianchi denunciano tutta la loro giovinezza, è il Chora rosso 2012 a farsi valere. Vino territoriale puro anche questo, da Magliocco e Guarnaccia Nera, che esprime sentori freschi di violetta e piccoli frutti di bosco, su uno sfondo vivace di spezie. Bocca rotonda, lieve, senza tannini rugosi, morbida, già in equilibrio.
Fabbrica di San Martino è il classico modello virtuoso di piccola azienda artigianale, votata all’agricoltura biodinamica. Guidata dal gentilissimo Giuseppe Ferrù (che mi ha aiutato a testare la fotocamera, improvvisamente andata in tilt), coinvolge moglie e figli nelle diverse attività, incluso un piccolo agriturismo. Due ettari di vigneto e solo 2000 bottiglie di vino, ma c’è anche una buona produzione di olio. La Fabbrica di San Martino si trova in Toscana, sulle verdi colline a Nord Ovest di Lucca, a soli 5 Km dal centro della città, nell’area vitivinicola della DOC Colline Lucchesi.
“L’agricoltura biodinamica si basa su un rapporto molto stretto tra l’uomo e la vigna” spiega Giuseppe Ferrù. “Senza l’utilizzo di fertilizzanti e sostanze chimiche è impossibile ‘pilotare’ la produzione; si è quindi portati a osservare attentamente le piante e il terreno e a rispettarne i tempi. In un certo senso sono le vigne a guidare noi, non viceversa. Nella nostra azienda teniamo conto dei ritmi dei cicli astrali e della loro influenza sulle piante e, tramite l’utilizzo del calendario biodinamico, programmiamo le varie attività agricole in modo da ristabilire la giusta connessione tra cielo e terra e ottenere prodotti migliori in termini di qualità e salubrità”. L’azienda è certificata biodinamica dal 2002. Detto questo, il vino più riuscito è, a mio parere, il “Colline Lucchesi Rosso Doc 2011” che è un blend di Sangiovese al 70% e Ciliegiolo, Canaiolo e Colorino per il restante 30%. Affina in botte di rovere da 1000 litri. Solforosa contenuta ai minimi livelli. Se cercate il classico esempio di vino rosso toscano, eccolo qua nel vostro calice al Vinitaly. Naso pulito e netto di violetta, prugna, pepe nero con una punta balsamica che non guasta mai. In bocca sfodera tannini vibranti, freschezza e materia prima di buona sostanza. Vino non filtrato. Naturalissimo!
La mia piccola incursione fra gli espositori stranieri tocca il Pedra de Guix 2011 – Vila De Torroja di Terroir al Limit che produce 35.000 bottiglie. L’unico vino assaggiato, nella bolgia creatasi davanti allo stand, è quello composto da Grenache blanca, Macabeo, Pedro Ximenez. Tre uve provenienti da tre vigneti diversi. “Uve pestate coi piedi”, precisa il giovane tedesco Dominik A. Huber che presenta i vini di questa cantina di Tarragona, nel Priorat in Spagna. Nel calice sono netti gli aromi di camomilla, mela e pera mentre il palato è fresco, avvolgente, molto minerale, con finale quasi salato. Come si intuisce dal nome, Terroir al Limit è un “progetto vinicolo” che ha l’obiettivo di valorizzare al massimo le tipicità di un territorio viticolo molto particolare, diminuendo qualsiasi intervento enologico: la terra è lavorata nel modo più naturale possibile, permettendo così ai vigneti e alle uve di esprimersi senza condizionamenti aggiuntivi e cioè liberamente.
Ed eccoci alla sezione Georgia che ospita a Verona una decina di vignaioli. Dalla terra culla antica della viticoltura ecco l’impronunciabile Rkatsiteli 2013 di Our Wine Chweni: una nota divivit-11 colore forte nel già variopinto settore dei vini naturali. Classico orange wine, bel colore ambrato che vira sull’arancio; al naso vira sull’ananas e sul litchi con una punta affumicata; in bocca è amarognolo, sembra quasi cherry ma è secco. Sono questi vini che affinano in orci d’argilla di 100 litri chiamati kvevri, interrati e sigillati con argilla e cera d’api. In questo modo si garantisce la fermentazione del mosto e la successiva maturazione del vino in condizioni di microssigenazione e temperatura ideali. Come da tradizione millenaria del paese. Sono esclusi concimi chimici, erbicidi, insetticidi.
E in conclusione, terra e vini di casa mia, per cui … non potevo non mancare all’appuntamento con il
Faro 2011 di Bonavita, un rosso Doc di nobile lignaggio ed eleganza fatto con il 60 % di Nerello Mascalese, il 30% di Nerello Cappuccio e il 20% di Nocera, vinificato in sole 5000 bottiglie. Affina per 16 mesi in botti di rovere non nuove. Bonavita è l’azienda di Giovanni Scarfone i cui vigneti si trovano in località Bonavita (da qui il nome) sulle colline del villaggio Faro Superiore, a 250 metri di altitudine, affacciate sulla costa Nord Ovest dello Stretto di Messina: un panorama mozzafiato, unico al mondo. Tre appezzamenti per complessivi due ettari con piante di diversa età: dai 6 ai 50 anni. Questo Faro nel calice è di un rosso rubino tendente al granato con eleganti sentori di prugna, violette, spezie aromatiche, resinoso e balsamico. Al sorso si dimostra equilibrato, con tannini lievi e ben smussati, strutturato ed elegante. Se lo bevi, la bottiglia finisce presto. Un vino eccellente e dell’eccellenza! Va dato pieno merito a Giovanni per aver continuato la tradizione e il mestiere del padre che tuttora lo aiuta nei lavori in vigna e in cantina.



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A proposito dell'autore

Umberto Gambino

Lo scrivo subito, tanto per non generare equivoci: non mi piace improvvisare. Sono sempre uno che dà il massimo in tutti i campi. Prima di tutto adoro il mio lavoro di giornalista: si può dire che sia nato con questa idea fissa. Non ho mai voluto fare altro nella vita. Però di cose ne seguo parecchie contemporaneamente: potrei definirmi un esempio anomalo di uomo "multitasking". Dopo una trentina d'anni da cronista sul campo, sono attualmente caposervizio del Tg2 Rai. Sul versante enologico, sono sommelier Master Class dell'Ais e coordinatore della guida Vinibuoni d'Italia Touring. Si può ben dire che il mondo del vino è il mio ambiente naturale, e non poteva essere altrimenti, in quanto figlio e nipote di viticoltori siciliani. E' anche in loro onore, per ricordare sempre le mie radici, la mia terra natìa, gli odori e i sapori di quando ero bambino, che mi sono inventato - con l'amico webmaster, Maurizio Gabriele - il massimo della "digital creativity": una formula inedita per un web magazine di reportage in stile blog sull'enogastronomia: www.wining.it che state leggendo. In più sono anche un ottimo fotografo. Può bastare?

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