di Michela Pierallini

“Chi bella vuole apparire, un po’deve soffrire” ho pensato quando i piedi, infilati nelle scarpe con il tacco troppo alto, mi hanno lanciato un grido di dolore, dopo aver attraversato tre padiglioni in fretta e furia per raggiungere il mio amico Ferdinando Cossio, nella regione Marche. “Vieni, vieni, siediti qui, c’è un interessante seminario sui social network e ho pensato subito che potesse interessarti” mi ha detto, e aveva ragione. Siamo rimasti seduti ad ascoltare fino alla fine poi abbiamo iniziato a vagabondare guardando a destra e a manca per trovare un vino che ci ispirasse la degustazione. “Quello, guarda che sole ha in etichetta!” esclama Ferdinando e mi trascina verso il banco di Stefano Leonucci.
Il produttore mi sembra proprio una brava persona, è lì con la moglie ed è veramente gentile e contento di condividere con noi i suoi vini. Mi piace quando c’è un’evidente soddisfazione in ciò che si fa e anche quando si mostra orgoglio per qualcosa di ben fatto, ovviamente senza eccedere in quella che può diventare fastidiosa arroganza, come più volte mi è capitato di trovare. L’azienda, che si trova a Massa Martana in provincia di Perugia, ha dieci ettari di vigneto e fino a pochi anni fa, circa tre, il vino prodotto era soltanto per uso familiare. Se il vino è buono perché non venderlo? Ha preso la giusta decisione, il signor Leonucci, perché i suoi sono ottimi prodotti. Il Re del Sole, presente a Vinitaly anche nel formato gigante, è Sagrantino al 100%. L’uva proviene da vigneti che hanno da 7500 a 10000 ceppi per ettaro, i grappoli sono piccoli, spargoli, e hanno la buccia grossa. I lieviti usati in vinificazione sono autoctoni. E’ un vino molto potente e possente, carico di profumi invitanti, fiori, frutti rossi, spezie, che nel bicchiere si susseguono in una continua evoluzione.

 

Bevimi, bevimi” sussurra il vino e in bocca prende forma un elegante intreccio di morbidezza e acidità, con tannini in equilibrio che fanno capolino. Una piacevole persistenza ricorda il vino ormai bevuto che ha trascorso un anno in acciaio, diciotto mesi in barrique nuove e otto mesi in bottiglia. Prima di ringraziare e salutare, chiedo, curiosa, spiegazioni sul nome del vino Cingòlo e il signor Leonucci mi racconta di aver vissuto un periodo in Uruguay, dove ha conosciuto la donna che ora è sua moglie. “Quando vivevo lì, mangiavo i piatti locali e bevevo un vino che si chiamava Cingòlo, ho soltanto voluto proporre questo nome”.  Veramente una bella realtà, questa, dove ci sono persone di buon cuore che ti accolgono con il sorriso e una bellissima luce negli occhi.
Francesca BernicchiMi lascio ancora guidare dall’intuito di Ferdinando, anche se questa volta non è proprio un’etichetta ad attirare la sua attenzione ma la solare bellezza della signora Francesca Bernicchi, responsabile produzione dell’Azienda Agricola Castello di Corbara. La proprietà si estende su 1200 ettari di terreno, fra Todi e Orvieto, sul lago di Corbara. L’azienda è così grande che ci si può addirittura permettere di scegliere il terreno giusto dove piantare le viti. Ci sono vigneti di quaranta anni d’età che sono stati innestati da bianchi a rossi utilizzando i vecchi cloni di Montepulciano, Sangiovese e Merlot già presenti nella tenuta. Il primo vino che assaggiamo, del 2010, è 85% di Sangiovese e 15% di Merlot e Cabernet Sauvignon insieme. E’ buono con una giusta tannicità che mi fa desiderare di essere a tavola. Il secondo vino è il Lago di Corbara 2009, un uvaggio composto di 50% di Sangiovese, 25% di Cabernet e 25% di Merlot, che ha trascorso dodici mesi in barrique e poi ha finito il passaggio in legno in botte grande. Al naso è caldo e piacevole, in bocca chiama una carne succulenta. “Ma com’è che, nonostante il mal di piedi si faccia sentire,  riesco a stare qui con il bicchiere in mano, a pensare al piatto da abbinare a questo vino?”.
Ci sono momenti in cui mi sorprendo di me stessa ma poi penso che questa sia una cosa buona, in fondo basta poco per rendermi felice, mettetemi a tavola! Questo è un ottimo vino, a conferma del fatto che chi lavora bene lo fa sia in una piccola realtà sia in una grande. Qualità può anche andare d’accordo con quantità, tutto dipende da quali principi animano il produttore. Il Lago di Corbara 2010 Cabernet Sauvignon al 100% è molto profumato e il naso è conquistato da eleganti spezie e frutti rossi. In bocca ha un buon tannino che secondo me può affinarsi ancora in bottiglia. Prima dei saluti Ferdinando mi scatta una foto con la signora Francesca.
Sono felice perché mi fa sempre piacere trovare un bel sorriso e anche competenza in materia, durante una degustazione, oltre al vino buono, si capisce! Sto per lasciare il padiglione quando vedo da lontano una manina che mi saluta. E’ Silvia Aldrighetti della cantina Le Bignele, incontrata all’Anteprima Amarone. Condivide lo stand con Matteo Grosso, titolare della Casa Vinicola Carlo Grosso e Figli, che mi offre un bicchiere di Ovada DOCG. Nel paese di Montaldeo, in Piemonte, la famiglia Grosso ha tre ettari di proprietà. Negli anni ‘40 il Dolcetto è stato il primo vino che hanno prodotto e, in seguito, hanno deciso di continuare la tradizione di famiglia. Oggi producono 3000 bottiglie di questo rosso confezionato con un’etichetta che riprende quella originale. Al naso ha un fruttato fresco e in bocca si presenta con coerenza, torna il frutto rosso, arricchito da una leggera e piacevole speziatura. Non so se si possa dire di un vino, ma questo sembra gioioso. Matteo racconta di essere stato “introdotto” al vino fin da bambino, con il dito sulla lingua, quando era ancora troppo presto per berne un  bicchiere. “Il vino si beve a tavola, si apre una bottiglia quando arrivano gli amici” mi confida “è convivialità perché porta alla chiacchiera” e non posso che dargli ragione, fra una chiacchiera e l’altra. Guardo l’orologio, che non porto, e faccio un balzo! Non mi sono neanche accorta che si è fatto tardi e devo continuare il mio percorso eno-godurioso. Vado e vi racconto…

Links:
www.leonucci.it
www.castellodicorbara.it
www.cantinegrosso.it