di Michela Pierallini

Carlo Paolo_Ghislandi_2Finalmente a letto. Non ho parole per questa giornata, alla faccia delle emozioni intense! Se soffrissi di cuore, sarei già morta d’infarto. Ho iniziato stamattina, quando mi sono persa fra i padiglioni del Vinitaly. Per fortuna è corsa in mio aiuto Lucia Letrari, enologa e produttrice di Trento Doc fiabeschi, che mi ha accompagnata in Piemonte, altrimenti chissà dove sarei arrivata. Non sono mica nuova di queste situazioni: ogni tanto ho la testa fra le nuvole e se non abitassi in un appartamento, riuscirei a perdermi anche dentro casa. Detto questo, sono riuscita ad arrivare da Paolo Carlo Ghislandi, titolare della Cascina I Carpini, in Piemonte. L’ho virtualmente incontrato su twitter, poi ci siamo trovati su facebook e Vinitaly è stato il momento giusto per l’incontro reale. Ero rimasta colpita dalla profondità di Paolo, dai suoi tweet legati al vino e contemporaneamente a qualcosa di molto spirituale. “Se nelle bottiglie c’è un minimo riflesso di quanto scrive” ho sempre pensato, “ sicuramente i suoi vini incontreranno il mio gusto”. Paolo ha molto da dire perché tutto, dalla scelta dei vitigni al metodo di vinificazione, dalle etichette ai nomi dei vini, ha un suo perché.
Sono stato fortunato perché ho dovuto piantare i vigneti, eccetto uno già presente dal 1926, e così ho potuto scegliere secondo le idee che avevo in testa” mi racconta. Si capisce che è coinvolto, che è partecipe in prima persona con un sentimento che va ben oltre la coltivazione di semplici piante da uva. “Però ho sbagliato a inserire la degustazione dei suoi vini in agenda, seguita da altri mille mila appuntamenti” rimugino fra me e me. “Sarebbe stato meglio andare direttamente in azienda, senza limiti di tempo, per godere veramente di tutto. Ne combinassi una giusta!”.
Ecco il primo vino bianco, il Chiaror sul Masso. “Questo è uno spumante prodotto con uve Timorasso ed è il primo e, penso, anche l’unico al mondo” mi dice Paolo con un lampo di orgoglio e contentezza negli occhi. “Il Timorasso è un’uva particolare, mantiene un’alta acidità anche quando è matura, perciò per raggiungere un buon compromesso tra acidità e grado alcolico si fa una base, che resta un anno in acciaio, dove si re-innesta il mosto in fermentazione l’anno successivo. In pratica spumantizzo una base invecchiata perché lascio il tempo di svolgere la fermentazione malolattica”.  In bocca ha una bella rotondità dovuta ai pochi zuccheri presenti e un bouquet sostenuto da una gradazione importante e una buona acidità. Si beve a tutto pasto ma se proprio vogliamo andare in estasi, Paolo suggerisce l’abbinamento con il paté di fegato.

 

 

Ecco arrivare la Rugiada del Mattino, il bianco fermo. Sono conquistata dai nomi e dai colori delle etichette: tinte pastello prese in prestito alla natura come l’azzurro del cielo, il giallo del sole, il rosa di un fiore. Paolo mi spiega parola per parola: “Rugiada perché le goccioline sono vicine alla terra e quindi evocano la mineralità; e al mattino perché i fiori sono chiusi e i profumi sono delicati, come nel vino. Il Sette Zolle è rosso. “L’acidità è una caratteristica della Barbera ma se non sei piemontese, non riesci a berlo, è mordace” mi spiega Paolo, che per rendere più piacevole il vino ha aggiunto uva croatina e una lacrima di cabernet sauvignon all’85% di barbera. In bocca spicca una fresca acidità, che esalta il frutto, e una leggera nota speziata, contributo del cabernet. Il Falò d’ottobre si chiama così perché richiama il caldo e la caratteristica di questo vino è l’eleganza. “Ci vuole una donna per rendere elegante il rude Barbera e qui entra in gioco la Freisa”. Paolo mi racconta che questo vino è stato paragonato a una ballerina di danza classica perché porta in sé leggiadria, forza e muscolatura insieme. Io sono d’accordo. Aiuto! Paolo parla alla velocità della luce ed io non riesco a stare dietro agli appunti, alle foto, al bicchiere. Stamani sarei colori pastellodovuta restare a letto, coperta!
Il Bruma d’autunno è un purosangue, un cavallo di razza, resta tre anni in vasca, poi altri due in bottiglia. Questo è il 2006”. Ecco cos’altro mi sono persa, le annate! Non ho scritto l’annata di nessuno dei vini bevuti e ovviamente non ricordo. Sono certa che Paolo mi potrà illuminare. Non pensiamoci più e andiamo avanti: quel che è fatto è fatto. A me piace il Falò d’ottobre: in questa stramba mattinata mi si addice un vino scoppiettante. Al naso è piacevole e chiama la bevuta, profuma di buoni frutti rossi. In bocca è freschissimo, lo bevi e lo bevi ancora, viene voglia di danzare a piedi nudi sulle foglie dei castagni, vicino al torrente. E’ persistente, ti lascia un bel ricordo e vorresti portarlo via con te.
La Brezza d’estate, come posso non berla? E’ una barca a vela questo vino bianco così minerale. E quale conclusione migliore per la degustazione se non con La fine del mondo? Sono dispiaciuta per aver bevuto frettolosamente un vino che merita ben altre attenzioni. Questo è in bottiglia da due anni. Dopo le lavorazioni manuali in vigna si continua con la stessa filosofia in cantina. L’uva è stata diraspata a mano, pigiata con un torchio manuale, mai in macchina, la fermentazione è avvenuta senza lieviti aggiunti, spontanea. Quando il mosto ha iniziato a fermentare è stato spostato dalla vasca di acciaio alla botte di legno. La svinatura e i travasi sono stati fatti con i secchi, per non usare pompe. Il vino è stato imbottigliato per caduta, pescato con il tubo dall’alto. Vorrei sedermi, su una vecchia sedia impagliata a mano, davanti a un tavolaccio di tavole sconnesse, in una mano il bicchiere ormai opaco dall’uso, e nell’altra la bottiglia di vino, in silenzio, e godere di questo momento che ha in sé passato, presente e futuro, in ogni goccia. Invece sono a letto, nella mia camera d’albergo, spengo l’abat-jour e mi addormento.
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