di Silvia Parcianello
passiti-08I vini dolci sono roba per donne. Non so voi, ma io questa affermazione l’ho sentita pronunciare svariate volte dal maschio di turno, quasi che affermare di apprezzare un vino dolce sia un attentato alla virilità, una frase che automaticamente ti fa sembrare una femminuccia fragile e indifesa o, peggio ancora, uno che di vino capisce ben poco perché apprezza solo la ruffianaggine della dolcezza. E in questo Paese in cui la metà degli uomini è commissario tecnico della nazionale di calcio e l’altra metà sommelier capiamo bene cosa può significare una reputazione enoica rovinata.
I vini dolci sono roba per donne. Mai luogo comune fu più calzante di questo. Chi ha avuto la fortuna di essere presente, nella giornata di apertura del Vinitaly 2013, alla degustazione organizzata dalla Fisar in Rosa, associazione presieduta da Luisella Rubin, può capire bene di che cosa sto parlando. Abbiamo degustato sei vini passiti italiani, sei eccellenze assolute. Per i meno fortunati che non hanno potuto goderne cercherò di metterci una pezza con questo scritto. Consapevole che renderà forse meno di un centesimo le sensazioni che i presenti hanno provato.
Premessa: in sala c’erano anche molti maschi e non ne sono usciti sminuiti nella loro virilità…
Dicevamo: sei passiti d’eccezione, sei produttrici a presentarli e raccontarli, una sommelier, donna, giovane e bella, ça va sans dire, ma soprattutto competente, Karen Casagrande, vincitrice del concorso Sommelier dell’anno Fisar nel 2010, che ci ha guidati alla scoperta di questi nettari. 

Che la brava Karen Casagrande abbia le idee chiare su come sorprenderci ed emozionarci si capisce subito perché ci viene servito per primo il vino che ci saremmo aspettati di ricevere per ultimo. Chiunque mastichi o sia un po’ appassionato di questa materia ha ben in mente il mantra “prima i bianchi e poi i rossi” e invece, toh, le quattro impeccabili sommelier che hanno curato il servizio fanno la loro comparsa con in mano una bottiglia contenente un liquido violaceo, l’unico previsto in degustazione. A questo punto quindi non resta che farci trascinare.
Recioto Classico della Valpolicella DOCG , 2011, Azienda Vinicola Farina. Rosso rubino nel bicchiere, con l’unghia ancora violacea data dalla giovane età, Elena Farina ci presenta il suo Recioto, il vino dolce ottenuto dalle uve classiche della Valpolicella (corvina, rondinella e molinara) lasciate ad appassire nei fruttai e che prende il nome dalle “rece” del grappolo, ovvero le parti più esterne ed esposte al sole, di conseguenza più zuccherine. Al naso è floreale, sa di viola e poi via in un crescendo di frutta rossa, ciliegie e marasche in particolare. In bocca prevale la dolcezza ma dopo qualche secondo ecco affiorare il tannino, giovane e vigoroso, che lascia la sensazione della bocca perfettamente pulita. Pensate che festa averne un calice il giorno di Natale dopo il pandoro.
Villa Matilde “Eleusi” Passito Roccamonfina IGT, 2008, Azienda Villa Matilde. Abbandonato l’unico vino rosso andiamo a farci coccolare in Campania. Maria Ida Avallone ci ha portato il discendente del Falerno, il vino degli antichi romani, che era stato dimenticato dopo l’invasione della fillossera. Ottenuto da uva Falanghina, biotipo Falerna per l’appunto, lasciata appassire sulle viti delle colline casertane fino a novembre e poi ancora sui graticci. E’ ambra chiara, dorata. Il profumo ricorda la pasticceria, con aromi di vaniglia, fichi secchi e crema pasticcera. In bocca è pastoso ma non stucchevole, decisamente morbido e piacevole. Non credo che gli antichi romani potessero avere un prodotto di tale livello ma se l’antenato era anche solo lontanamente somigliante forse posso capire come abbiano potuto conquistare il mondo allora conosciuto.
Picolit, Colli Orientali del Friuli DOCG, 2009, Azienda Agricola Vigna Petrussa. Torniamo al nord, questa volta ai confini orientali dell’Italia per questo vino pregiato. Hilde Petrussa ci presenta il suo Picolit, il vino più nobile dei Colli Friulani, ottenuto da uve che producono pochissimo a causa di un difetto di impollinazione. Di nuovo oro nel bicchiere, al naso è liquoroso per poi evolversi in note di frutta esotica e freschissimo melone. In bocca è minerale, dolce non dolce, come sanno essere i passiti del Nord Italia, molto persistente e vibrante di acidità. Me lo immagino con dei formaggi erborinati o con il foie gras a strizzare l’occhio ai grandi Sauternes.
Les Abeilles, Vino di uve stramature, 2004, Società Agricola Les Cretes. Sempre a nord, sempre più a nord, ora andiamo in Valle d’Aosta. Eleonora Charrère, ci porta alla scoperta del passito ottenuto dall’uva preferita dalle api, les abeilles, appunto. Ottenuto da Moscato bianco Petit Grain allevato sulle pendici del Monte Bianco questo vino si presenta giallo dorato nel bicchiere. Al naso è un trionfo di miele, caramello e crema pasticcera, con leggeri sentori speziati di zafferano. Al gusto è morbido e dolce ma anche sostenuto da buone acidità e sapidità, tanto da risultare decisamente avvolgente e persistente. Piacevolissimo. Con i formaggi fermentati o la pasticceria secca.
Vin Santo del Chianti Classico “La Chimera” DOCG,1995, Azienda Castello di Monsanto. Signori, silenzio! Quello presentato da Laura Bianchi e che sto per descrivere lo classifico a fatica come vino, è più un’idea, una leggenda, il frutto di anni (12) e fermentazioni alterne, una chimera, nome azzeccato. Vederlo nel bicchiere genera emozioni: è scuro, pastoso e aranciato ai limiti dell’ossidazione… e ci credo, sono 12 anni che matura in caratelli di rovere e viene sottoposto a fasi alterne di fermentazione. E’ vinoso, alcolico, forte, avvolgente, caramello e vaniglia, sapido e non stucchevole. Da meditazione, con buona pace dei cantuccini che ne uscirebbero con le ossa (pardon le mandorle) rotte.
passiti-09Ben Ryè Passito di Pantelleria DOC, 2006, Az. Donnafugata. Josè Rallo esordisce dicendo che è sempre Ben Ryè a chiudere le degustazioni e che ci ha portato un 2006 eludendo il controllo del fratello Antonio, l’agronomo di Donnafugata, che detiene le chiavi della cantina. Applauso. Poi ci racconta di sé, della sua passione per la musica e per la Sicilia e ci canta il Ben Ryè. Applauso. E come potrebbe essere altrimenti. Oro rosso nel bicchiere, passione ed emozione. Il 2006 è stata un’annata che ha portato le uve zibibbo a perfetta maturazione ottenendo così un bilanciamento ideale tra zuccheri e acidità. Il Ben Ryè è “Ilpassito di Pantelleria”. Ricorda il vento, la roccia nera, il sole. È dolce di agrumi canditi, miele e frutta disidratata ma delicatamente minerale a lasciare il fin di bocca pulito e persistente. E’ la Sicilia…appassionata, barocca, capace di entrare nell’anima di chi la incontra. Se poi a incontrare Ben Ryè è una cassata siciliana allora il tempo potrebbe anche fermarsi.
Conclusione: dolci, avvolgenti, vibranti, pieni di passione…ma questi passiti straordinari non hanno le stesse qualità della più straordinaria delle donne? Allora è proprio vero che i vini dolci sono roba per donneE per far sognare anche gli uomini.
(Un sentito ringraziamento a Jimmy Pessina per le foto concesse a Wining)

 

 

links:

www.fisar.com
www.farinawines.com
www.fattoriavillamatilde.it 
www.vignapetrussa.it 
www.lescretes.it
www.castellodimonsanto.it 
www.donnafugata.it 

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A proposito dell'autore

Silvia Parcianello

Trentasei anni, trevigiana, capelli rossi e lentiggini, tendenza all'anticonformismo. Sommelier Fisar dal 2010, dal 2012 collaboro anche con la guida "Ristoranti Che Passione". Una laurea in giurisprudenza e un lavoro in banca sono riusciti, solo in parte, a darmi rigore perché in ogni cosa cerco piacere ed emozione. Sia questo istruire un mutuo, degustare un vino, sfinirmi in piscina e dare il massimo in una gara di nuoto, provare e recensire un ristorante. O scrivere un pezzo per Wining. Il cibo e il vino sono per me sentimento, nutrimento, passione. Amo i sapori decisi, le grandi acidità e le grandi dolcezze, i piatti tradizionali con pochi artifici, i prodotti di stagione e del mezzogiorno d'Italia. In casa mia è difficile trovare un pomodoro a dicembre, non fosse altro perché sa di plastica. Si racconta che cucini piuttosto bene, ma solo per chi amo . Se sento il bisogno di nutrire una persona invitandola a cena significa che mi è entrata nel cuore. Nell'era del web e dei social resto legata alle sensazioni, che spero di riuscire a trasmettere con foto e scritti. Perché per me la gioia più grande è emozionare.

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