di Giorgia Costa
E’ un sabato mattina. Stranamente il cielo è azzurro, l’aria non più fredda ed il sole, sarà che se ne è stato in letargo per un bel po’, lo colgo ancor più caldo. Da otto anni il Vinitaly rappresenta per me una tappa viniveri-08fissa per ovvie ragioni professionali. Quest’anno però ho deciso di dedicarmi il giorno antecedente l’inizio della manifestazione per andare a sbirciare un po’ all’esterno. Mossa dalla curiosità ho quindi analizzato i due eventi dedicati al vino che si svolgono in concomitanza al Vinitaly: “VinNatur” a Villa Favorita, Sarego (VI) e “Vini Veri” a Cerea (VR). Entrambe a me molto vicine, entrambe molto simili nel perseguimento della propria regola. Non vi voglio certo annoiare con dettagliati obiettivi e scopi degli uni degli altri (questo il Manifesto di VinNatur; questa invece
 la Regola di Vini Veri) più che altro perché non vuol essere questo l’oggetto del mio articolo.
Ci tengo a dire che entrambi perseguono la volontà di “fare il vino” in un modo il più rispettoso possibile della terra, della natura evitando quindi l’utilizzo di agenti invasivi e tossici di natura chimica quali pesticidi, diserbanti, dissecanti. Credono nella ricerca e nel confronto di idee tra i vari aderenti affinchè l’esperienza dell’uno sia condivisibile nel e per il gruppo. Certo è che la Regola degli aderenti al gruppo Vini Veri ha vincoli e parametri più precisi.
Al di là dei nomi-provocazione (come se tutti gli altri vini, ovvero i “convenzionali” fossero, falsi o finti o artificiali), accompagnata dal mio perenne entusiasmo nell’approcciarmi ad un qualcosa di “nuovo”, decido di lasciarmi trasportare dalla mia genuina curiosità. Un centinaio gli aderenti all’una e all’altra manifestazione, noto però che a Cerea tra i vari produttori biologici, biodinamici, Triple “A”, ci sono una dozzina di produttori della Georgia. Non perché mi chiamo Giorgia, bensì per degustare qualche vino che solo raramente mi capita di assaggiare, decido di dirigermi verso la bassa Veronese.
Non so voi, ma io prima di accingermi a qualsiasi viaggio breve lungo che sia, anche se solo mentalmente, mi predispongo una breve scaletta. Giusto per fissare i punti fondamentali per evitare di perdermi nel tutto di ciò che voglio vedere, annusare, gustare: bollicine, vini bianchi, vini rossi, passiti e Georgiani.

Mi accingo quindi all’ingresso dell’Area Exp ricavata dal restauro della ex Perfosfati di Cerea. Come al solito ne combino una delle mie ed entro dall’uscita piuttosto che dall’entrata. Bè dai, diciamo che ero impaziente e mi sono intrufolata!
La scaletta è così semplice che non mi posso certo sbagliare.
Questo è il mio motto per l’intera giornata, ma le tentazioni sono ovunque! Ecco, la prima: Olivier Horiot. Come faccio a perdermi la bollicina che viene per la prima volta presentata in Italia? Solo 2000 bottiglie di “Metisse” (80% Pinot Noir – 20% Pinot Blanc) 4 grammi di zuccheri, bella, molto delicata, sapida. Via, mi dico altrimenti mi perdo!
Tutta concentrata mi reco al tavolo numero 100: Casa Coste Piane. Sono affezionata a questa azienda che sinceramente non conosco, ma mi ricorda la prima foto che ho scattato ad una bottiglia di vino. Era un soleggiato pranzo settembrino, ero a Bassano del Grappa e proprio guardando il ponte degli Alpini, in compagnia, ci siamo lasciati deliziare da questa bollicina. La percepii così delicata, semplice e “naturale” che decisi di immortalarne l’etichetta. Oggi eccomi, mi riavvicino in maniera un po’ più competente, ma con la stessa semplicità. E’ uno dei due figli di Loris a raccontarmi un po’ della loro azienda a S. Stefano di Valdobbiadene. “Il nostro – spiega – è un Prosecco (DOCG) sur lie, ottenuto da una rifermentazione naturale e spontanea in bottiglia. Si tratta di un vino che dopo la pigiatura delle uve svolge un’iniziale fermentazione nelle cisterne e rimane a riposo tutto l’inverno. In primavera è imbottigliato e ha così inizio la seconda fermentazione spontanea”. Il perlage è quasi evanescente, spiccano la sapidità e la mineralità conferite dalle caratteristiche dei terreni d’origine. Nei miei appunti scrivo: sa di mosto, di uva. Non per sminuirlo certo, ma per coglierne d’impatto l’essenza. “Brichet” (Glera IGT) è invece un cru sito a 400 metri sul livello del mare. Se pensiamo al classico vino “convenzionale”, pulito e limpido, siamo qui all’apposto. Ma lo si sa. Nel mentre in cui ci si avvicina, si intravede questo mondo, siamo già inconsciamente preparati. Il suo essere “torbido” ne è una caratteristica. Spicca una maggiore acidità che esterno ad alta voce. Giustamente, mi viene detto. Il terreno è qui diverso, è più ghiaioso. La spigolosità iniziale lascia poi spazio, magari assecondandolo con un grissino, ad una innata piacevole freschezza.
Proseguo il viaggio degustativo. Diciamo che il sole mi guida, l’immaginazione mi lancia verso il mare, la brezza mi fa ricordare il salino di quella regione dove spesso, in passato, fuggivo per qualche weekend rigenerante. Eccomi arrivata. Il Carso. Un altopiano roccioso-calcareo che si estende nel nord-est dell’Italia, dalle Alpi Giulie al Mar Adriatico (GO, TS) e attraverso la Slovenia occidentale e l’Istria settentrionale arriva fino all’estremo nord-ovest della Croazia. Qui mi lascio cullare tra leVitovske e le Malvasie di Zidarich,  Mlecnik e Skerlj, ma è un semplice sorriso e l’occhio attento e capace di Valter dell’azienda Vodopivec di Sgonico (Trieste), ad attirare la mia attenzione. Mentre lo ascolto parlare con altri appassionati, il mio sguardo fruga tra le bottiglie sul tavolo. Le etichette mi incuriosiscono. Immediate, dirette, bianco e nero sono i colori protagonisti (un po’ i soliti stra-usati, penso, ma spesso così d’effetto, da rimanere comunque sempre eleganti, quasi a non morire mai …). Origine, Vitovska, Solo Mm9. No, non sono i nomi di tre spiagge, bensì i nomi che compaiono sulle tre etichette di questi tre vini.
E’ come quando si scende dall’auto, si guarda a spiaggia, si odora il mare, si guarda il cielo e si dice: ok, rimaniamo qui e piantiamo l’ombrellone, io esattamente allo stesso modo mi son detta: Bene, decido di sostare. Chiedo a Valter di raccontarmi qualcosa della propria azienda.
“Siamo due fratelli oggigiorno. Il papà c’è ancora, lavora con noi, ma siamo io e mio fratello ad occuparci della conduzione vitivinicola”. Non so perché, forse per la tenerezza e convinzione con le quali sono state pronunciate quelle parole, ma del tutto naturalmente gli chiedo: Valter, come è stato il passaggio di consegne tra il papà e voi?… Un sorriso ed una frase che porterò sempre con me: “La grandezza di nostro padre è stata nel lasciarci fare, forse perché prima di noi aveva capito che ce l’avremmo fatta. Non è stato facile sai: tutti i parenti, il resto della famiglia a “guardarci” un po’ strano, ma noi sapevamo che lui era con noi”. E dopo questo esordio direi che posso solo iniziare ad assaggiare! Inizio da “Origine2009: come all’origine, all’inizio si faceva: dapprima il vino veniva lasciato macerare per una quindicina di giorni nei tini di rovere di Slavonia, poi affinato in botti grandi per due anni.
“Vitovska” 2009: per questo prodotto il tempo non ha fretta, mi dice. Per sei mesi il vino resta a macerare a contatto con le bucce nelle anfore di terracotta interrate. Seguono due anni di riposo nelle botti. Il colore giallo dorato quasi ambrato mi attira. Al naso una fresca ventata marina di un’elegante salinità. La sapidità e mineralità iniziali (a dimostrazione della caratteristica stessa della cultivar: Vitovska  che prende il nome da “Vitez” in italiano “Cavaliere” è quindi “il vino del cavaliere”, è il vitigno che riesce meglio ad esprimere la durezza del Carso, è quello che resiste meglio alla siccità e alla Bora, rispetto alle altre varietà presenti nella zona) si equilibrano poi in bocca lasciandola piena e fruttata: pesca in particolare.
E’ a questo punto che Valter mi sorprende e mi incuriosisce. Mi chiede se mi farebbe piacere assaggiare qualche vecchia annata. Onorata, non resisto! Da sotto il tavolo quasi clandestinamente mi versa un assaggio di Origine 2004: colore giallo carico dorato. Al naso si propone molto intensa di frutta matura con note ricordanti la “pasticceria”. In bocca si svela invece con una buona acidità, decisamente persistente. Chiude leggermente amaro. Ma voglio lasciarmi stupire e proseguo con Origine 2003: un vino bianco di 10 anni! Quasi sono emozionata. Mi colpisce la sua freschezza. Sembra che più invecchiano più siano fresche. Note di frutta candita, ma ancora giovani e capaci di trasportarmi in quei luoghi, tra quelle terrazze cinte da bianchi muretti, sul calar del sole, quando l’aria è mista di dolce tepore e fresca brezza. Saluto Valter, fiduciosa di andare a trovare lui e il fratello Paolo in azienda in un prossimo futuro.
Da un lembo non posso che dirigermi verso un altro: Oasi degli Angeli azienda biodinamica di Cupra Marittima (AP). Sono nelle Marche. A dir il vero pensavo di trovarmi il vecchietto fotografato nell’immagine del catalogo online di Vini Veri, invece mi trovo due giovani con una bella faccia simpatica: lei frizzante con lo sguardo peperino; lui posato, dolce, sicuro. Entrambi sorridenti. Marco mi guarda e mi chiede: assaggi? Secondo voi potrei sottrarmi? Nel mentre mi viene versato il “Kupra” 2010 io mi sto ancora gustando il loro accento marchigiano. L’immediatezza dei gesti e la semplicità delle spiegazioni attirano la mia attenzione. Una ventata di freschezza floreale, di rosa al naso. In bocca invece entra molto pieno, quasi dolce, ma subito cambia e la morbidezza viene sopraffatta dalla tannicità. Poi note di ciliegia, anzi marasca. Chiude con note di cacao. Gli chiedo qualche info: trattasi di uve da viti di 95-25 anni, la resa è bassissima: quasi da farmi pensare ad un nettare di Bacco e se va bene ne producono 500 bottiglie. Guardo Marco e quasi “incredula”, mi accingo al “Kurni” 2011, Montepulciano in purezza, giusto per cercare di raccapezzare un po’ le idee. Rosso violaceo intenso. Pieno, morbido, quasi dolce, saranno i frutti rossi di bosco. Note speziate, Chiude secco, quasi balsamico. Possente.
Sgrano gli occhi e Marco quasi a stupirmi del tutto, nel mentre sta finendo di versare ad altre persone un vino-liquore, che a vederlo definisco Sherry, mi sorride e dice: assaggia questo! Assaggio e rimanendo ancorata alla mia prima percezione chiedo d’illuminarmi. E’ Trebbiano messo in botte, lasciata scolma per 12 anni. Si forma quindi il solito strato di batteri  in alto e cerco quindi di mettere in bottiglia quanto rimane. Ottimo, mi ricorda il Cassix della Borgogna. Mi chiedo, sarà sempre così tutto semplice?
Dalle Marche decido di scendere in Toscana. Sono gli occhi di Giorgio a catturarmi. Profondi, nel viso scavato. Mi ricordano quelli di alcuni contadini del mio paesello. Guardo il numero del tavolo: 95 Podere Le Boncie. Caspita che sincronismo. Proprio loro cercavo. Non vedo Giovanna Morganti che per quel che ho letto, mi attira particolarmente. Proseguo. Se mai avessi avuto qualche dubbio, la ventata di Sangiovese che permane nell’aria di questo calice di “5” 2011 (IGT Sangiovese, Colorino, Mammolo e Foglia Tonda) me lo avrebbe certamente tolto. Ritrovo proprio tutte le peculiarità, delicate e meno, di questo vitigno. La bocca contrasta però con il naso. All’ingresso si rivela gentile, ma subito cede il passo all’astringenza, quasi crudo. Certo ne stimola la bevibilità. Sento note di cacao, frutta rossa e sul finire cassis. “Le Trame” 2010 (Chianti Classico DOCG) si rivela invece più austero. Più elegante al naso, più equilibrato in bocca. Sono incuriosita, me li riproverò!
Decido di risalire verso Nord, ho voglia di Piemonte e non poso non assaggiare i vini di Giuseppe, si, Giuseppe Rinaldi. Degusto sequenzialmente Langhe Nebbiolo DOC 2011, Barolo “Cannubi” S. Lorenzo – Ravera DOCG 2009 ed il Barolo “Brunate” Le Coste DOCG 2009. Non certo per sminuirli, anzi, ma al di là di alcuni dettagli organolettici che ovviamente li contraddistinguono, tutti sono accomunati da un netto sentore di viola e soprattutto mi piacciono perché si aprono in maniera fresca, franca e netta. Molto eleganti. Decisamente “Signori” nella loro equilibrata tipicità.
Vorrei chiudere in dolcezza con un vino suggeritomi da un amico, il Passito di Pantelleria di Ferrandes, ma ahimè è già finito.

I vini della Georgia
viniveri-14Decido quindi, tutta carica ed entusiasta delle scoperte fino ad ora fatte, di dirigermi verso la sezione Georgiana. Ed eccomi mentre mi soffermo incuriosita a guardare il monaco della Alaverdi Monastery Cellar.Qui da sempre il vino ha avuto un’importante funzione nelle tradizioni dei monaci. Ora come allora il vino viene fatto secondo un antico protocollo conservato nei secoli; particolare interpretazione del metodo di vinificazione tipica del Kakheti (zona della Georgia), da sempre rispettoso della natura e del rapporto che l’uomo intrattiene con essa.
Noto che molti di questi vini sono distribuiti da I am wine (www.iamwine.it) di Michele e Nicola Finotto zio e nipote, anche loro ideatori del proprio Manifesto. Ambasciatori del vino specie Georgiano, ma anche italiano. 
Unico scopo di questi assaggi è cercare di farmi un’idea, seppur approsimativa, della produzione vinicola di quella che è considerata la vera e più antica culla del vino. Un gentil signore che oserei chiamare “personaggio” mi offre del formaggio e vista l’ora e la pastosità dei vini che sto assaggiando, decido di accettare. Formaggio di pasta morbida, affumicato. Intanto l’occhio cade sulle etichette originali: quelle dei vini dell’azienda Nika Winery.
Ma del tutto “fuori di testa” come si dice in gergo comune sono quelle dei vini di Chveni Gvino – Our Wine. Davvero bizzarre ed originali. 
Su una, mi viene spiegato da un appassionato signore, è addirittura raffigurato Luca Gargano, ideatore del Manifesto del gruppo di Triple“A”: A come Agricoltori, A come Artigiani, A come Artisti (il decalogo del gruppo, associazione è consultabile qui) e proprietario della  Velier Spa distribuzione. Noto anche aziende di stampo prettamente più “commerciale ed industriale” quali per esempio Teleda. I vini si presentano decisamente più limpidi anzi oserei, “cristallini”, quasi da farmi ricontrollare la provenienza.
Elemento caratterizzante di questi vini è la preponderante struttura e corposità. Vini che sicuramente si apprezzano meglio con cibi all’altezza della propria possenza. Note di spezie, tabacco e affumicato mi accompagnano a conclusione di questa intensa giornata.
Nonostante il mio degustare in stile professionale, sento che le mie papille gustative sono a chiedermi giustizia.
Felice delle chicche assaggiate, baldanzosa per l’entusiasmo che certe persone mi hanno trasmesso, penso alle parole di Giovanna Morganti affinchè, al di là dell’appartenenza a qualsiasi gruppo, al di là di qualsiasi Regola, Manifesto o Decalogo, si possa lavorare tutti all’insegna del buon senso e del rispetto, il più possibile, per gli altri, per noi, per la nostra Madre Terra, dal cibo al vino, dal vino convenzionale a quello “naturale”, dall’agire quotidiano a quello futuro.  “Penso … sull’importanza delle parole “tradizione” e “patrimonio”. Consulto il vocabolario etimologico. Tradizione viene da trans-dare: consegnare al di là, oltre. Indica una trasmissione nel tempo, una consegna, il passaggio di qualcosa alle generazioni successive. Patrimonio viene da pater: è l’insieme dei beni che qualcuno prima di noi, ad esempio il padre, ci ha lasciato. Qualcosa che diventa tuo e che tu lascerai, a tua volta, in trasmissione (o tradizione) ad altri.” Questo la lettera.

Links:
Olivier Horiot: www.horiot.fr
Casa Coste Piane: casacostepiane@libero.it
Vodopivec: www.vodopivec.it
Oasi degli Angeli: www.kurni.it
Podere Le Boncie: www.leboncie.it
Rinaldi Giuseppe: rinaldimarta@libero.it