di Mirella Vilardi
Li definisco “Vini-orchestra” che – al contrario dei mono vitigni, paragonabili a un concerto per strumento solo, sia esso pianoforte, violino o tromba, capace di eseguire assoli d’inaudita vibrazione –  propongono una musica corale, una musica in cui ogni strumento con il suo musicista, pur enfatizzando le proprie peculiarità, apporta note, pause, saperi, indispensabili al risultato finale. Da applausi.

In Oltrepò Pavese c’è una lunga tradizione per questi vini “orchestra”, dallo stesso “Rosso” Oltrepò, al Buttafuoco, a quel mito in bottiglia che è il Barbacarlo, un cru delle colline bronesi, imbottigliato da Lino Maga e amato alla follia da Gianni Brera.

Vigneto di Buttafuoco

Vini che vengono da molto lontano, nati dalla necessità dei contadini di raggiungere l’obiettivo anche di un minimo raccolto, comunque fosse l’annata. Uve diverse nella stessa vigna, sicché, se per la Croatina non fosse stato anno buono, si sarebbe recuperato un poco di Barbera, o di Ughetta, o di Uva Rara.

Queste le motivazioni iniziali di una pratica che il tempo ha perpetrato perché il risultato è convincente, i vini-orchestra che se ne ottengono, sono complessi, corposi, armoniosi, non mancano di nulla. Il colore e i tannini della Croatina, sorretti dall’acidità della Barbera, a sua volta smorzata dalla morbidezza dell’Uva Rara (che non si chiama così perché difficile da trovare ma perché il suo grappolo è molto “spargolo”) e dalla dolcezza della Vespolina (o Ughetta di Canneto), così dolce, quando surmatura (e quindi all’epoca della vendemmia delle oltre nere) da fare impazzire le vespe di golosità. E da qui il suo nome.

Insomma, come per gli amanti di musica che, in base al momento, preferiscono ascoltare un solista piuttosto che un’orchestra, anche gli amanti del vino, secondo la portata in tavola, il clima, la compagnia, possono decidere se stappare un monovitigno o un uvaggio che esprime i diversi timbri: il risultato è comunque intrigante.

La scoperta di questa estate è stata una vigna nel Chiavarese, nella Liguria di Levante, che mi ha stupito richiamandomi alla mente i rossi corali della mia terra d’elezione per ben più di un motivo. Innanzitutto, la vigna Sanpé, nella minuscola azienda agricola Il Castagneto, contempla diversi vitigni di uve autoctone ma a bacca bianca: Bianchetta, Vermentino, Colombana e Malvasia. E anche in questo caso la possanza della voce unanime, è avvertibile. Poi, il rispetto nella coltivazione, senza trattamenti chimici in vigna, la lunga macerazione, quel bel colore oro caldo, la possibilità di trasformare, anche questo vino-concerto in un racconto.

 

Il racconto di una pratica che viene da lontano, attuata da persone lontane nello spazio, in tempi in cui la comunicazione non era così immediata, ma che davano la stessa risposta alla stessa esigenza di avere almeno qualche bottiglia di vino, da stappare “quando viene Natale”.

Il Buttafuoco affina nei tonneaux