di Mirella Vilardi
Anno nuovo, vita vecchia. Anzi, Vigne Vecchie.
Succede di domenica sera, ai primi di gennaio, quando alle feste si dice davvero addio e un poco prende la malinconia, e un poco già si fanno progetti di vacanze e conoscenze, perché a quest’anno per essere migliore un “aiutino” dovremo pur darlo, e fuori è umido e non si ha voglia di uscire…
Ecco, è successo che abbiamo deciso di stapparla quella bottiglia di Barbera Vigne Vecchie della Cantina Sociale di Vinchio e Vaglio Serra. Perché ci sono momenti in cui, nonostante la predilezione per bollicine e bianchi eleganti, il cuore lo si voglia appoggiare sulla solidità di un profondo rosso, vellutato e terragno, evocativo di tavole di tutti i giorni, di colline piemontesi, bellissime e modeste al pari dei loro abitanti che fanno dello scherno carta d’identità.

La cantina Sociale di Vinchio e Vaglio Serra a Vinchio (Asti)

Sicché, se la sera è quella descritta e i commensali sono ben disposti, il racconto fluisce leggero, tra labbra e mani a narrare con parole e gesti di come la semplicità può divenire grandiosa, di come in un bicchiere di vino ci finisca oltre al sole e alle brezze, anche il rispetto per la dignità dei lavoratori della terra.
Non nascondo quanto questo argomento tocchi mie corde sensibilissime, né voglio celare l’ammirazione per la una cantina sociale, quella di Vinchio e Vaglio Serra, per l’appunto, virtuosa nelle intenzioni e nei fatti, capace di sovvertire la percezione comune che intende il vino delle cantine sociali come di serie B.

I 19 soci che nel 1959 l’avevano creata, sono diventati oggi 187 e conferiscono oltre 45 mila quintali di uva all’anno. Ma i numeri, benché importanti, non dicono del prestigio più sottile che si legge fra le righe di somme, divisioni e moltiplicazioni, di percentuali del mercato estero, di aumento di vendite anche in tempi di crisi.
Il prestigio di viticoltori motivati, seguiti in vigna dagli agronomi della società e remunerati con un prezzo che non delude ma che è, anzi, stimolo a fare meglio perché la qualità dei grappoli viene sempre considerata e valutata adeguatamente.

Nei bicchieri, non è suggestione, questo equilibrio tra lavoratore in vigna e lavoratore in cantina si avverte. Così come si riconosce il piglio franco e diretto dei contadini, l’orgoglio e la fatica di essersi trovati a combattere contro l’onda d’urto dello scandalo del metanolo nel 1986. Proprio in quegli anni, Vigne Vecchie ha rappresentato l’alzata di testa della Cantina di Vinchio e Vaglio Serra. Un progetto stimolato dalla volontà di salvaguardare i vigneti storici messi a repentaglio dai nuovi impianti, con un’alta remunerazione in grado di compensare l’esiguità delle uve prodotte.

Ispirato da Giuliano Noè, uno dei padri della Barbera, il Vigne Vecchie Barbera d’Asti, è frutto delle uve raccolte in vigneti con oltre 50 anni di vita. Il risultato è un Barbera di alto profilo, dai profumi complessi. Di un rosso rubino intenso che lascia trasparire i sentori di frutta matura, rivela in bocca tutto il suo nerbo, ben legato ai frutti e alle morbide speziature. Un Barbera d’Asti 2015 complesso e persistente, capace di invecchiare a lungo, come solo un grande vino sa fare.

Carlin Petrini nel 2004 lo ha definito “Madre di tutte le Barbere”. E nel 2017, tra i tanti appuntamenti legati alla vitivinicoltura, su e giù per lo stivale, in giro per l’Europa, ai quali siamo stati invitati, è stata protagonista anche la festa dei trent’anni di Vigne Vecchie: occasione per trovarsi tra persone semplici e forti, garanzia di buon affare per il territorio e la sua gente.

L’anno prossimo la Cantina festeggerà i suoi sessant’anni di vita. Una presenza che è supporto, appoggio, sicurezza. Sentimenti di cui in questo inizio d’anno, a feste finite, tendiamo tutti. Li abbiamo avvertiti in un bicchiere di Barbera, da vigne vecchie, nel mese che l’astrologia dedica a Saturno, il severo, l’austero, che invita a tenere i piedi ben piantati a terra. E abbiamo pensato a una bella assonanza.

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