di Umberto Gambino

Tocca di  solito ai produttori presentare i loro vini nel corso di eventi organizzati con giornalisti e appassionati. Non è consueto che lo facciano gli enologi. Se ciò accade, per di più con i vini di aziende diverse, significa che c’è grande fiducia e comunione di intenti fra gli stessi produttori e i professionisti che fanno il vino. Questa volta è successo con due enologi in un colpo solo! Ben vengano, perciò, appuntamenti come quello concretizzato nei mesi scorsi a Roma da Fortunato  Sebastiano e Gennaro Reale, enologi campani votati alla viticoltura biologica e biodinamica. I due enologi hanno messo in piedi il gruppo di lavoro denominato “Vignaviva”.  Entrambi si definiscono esperti di enologia varietale e viticoltura sostenibile.
Fortunato e Gennaro hanno voluto condividere e rendere partecipi del proprio lavoro, un gruppo nutrito di appassionati, wine blogger e giornalisti, nel corso di due serate a tema intitolate “Vignaviva racconta”, ospitate dal ristorante “Il Bacocco”, nel quartiere romano tipico di Trastevere. Sedici vini in degustazione (suddivisi in due batterie) scelti dalle otto cantine curate dai due enologi. Otto bianchi e otto rossi, due etichette per azienda. Nella seconda batteria da otto è stato possibile provare anche gli abbinamenti con le pietanze preparate dallo chef Alessandro Turtulici.

Prima di raccontare i vini, non si può non parlare di Fortunato e Gennaro. Soci e amici nell’avventura di Vignaviva, giovani, innovatori e lungimiranti, si sono dimostrati coerenti nel seguire una filosofia operativa vincente (e anche di successo). Fortunato (di nome e di fatto) è l’inventore di Vignaviva. Faccia holliwoodyana, sorriso sempre aperto, recettivo e immediato, è lui l’inventore del neologismo “agroenologia”. “Perché l’enologia moderna – precisa convinto – non può essere separata dall’agricoltura e dal pieno rispetto per il territorio in cui ciascuno di noi, i cosiddetti tecnici, è chiamato ad operare. Se non conosci bene la terra in cui lavori non puoi fare il vino”.
“Il nostro è un modo di fare il vino – aggiunge Gennaro Reale continuamente arricchito dalla pratica e dall’osservazione sul posto: il giusto completamento di un meticoloso lavoro agricolo. Secondo noi, la viticoltura deve tendere a migliorare l’ambiente agricolo per esprimere al meglio le potenzialità dei vini. L’enologia deve rispettar sempre la materia prima e la terra: non deve mai essere invadente, dirompente o mutante”.
Il motto di Vignaviva è “lavorare per una viticoltura ed un’enologia di territorio”. E i racconti di Vignaviva, narrati a Roma, sono le storie degli uomini e delle donne con cui Fortunato e Gennaro si relazionano quotidianamente. Sono le storie dei vignaioli di cui sposano, con vinti, filosofia produttiva ed entusiasmo.

Non vi parlo di tutti i sedici vini degustati. Ne ho scelto solo nove: quelli per me più rappresentativi del lavoro, davvero vario e versatile, dei nostri due simpatici enologi.

Cominciamo con uno spumante da uve Fiano al 100%: “La Matta” 2014 dell’azienda Casebianche, che proviene da Torchiara (SA) nel Cilento. Tuffi il naso nel calice e avverti subito lieviti spinti oltre misura: infatti viene fermentato con lieviti indigeni (queste bollicine sono apprezzate da tre anni al ristorante Noma di Copenaghen). Lo bevi e trovi sapidità e freschezza, ma finisce un po’ presto. Devi riassaggiarlo per capirlo davvero. E’ un “Colfondo” fuori zona, fatto col Fiano e non col Prosecco. E ci mancherebbe! Un esperimento apprezzabile che, però, finisce lì. Confesso che lo stesso vino, assaggiato più fresco, da un’altra bottiglia, un’ora dopo, migliora parecchio: specie al gusto. Rivedibile!

Si passa poi a un vitigno autoctono, recuperato da una manciata di anni: la Catalanesca  che dà vita al bianco vesuviano Katà 2014 di Cantine Olivella. Un vino già notissimo da diversi anni. Qui le viti coltivate sul Monte Somma sono a piede franco prefillossera. Naso vulcanico e fiori di campo, nota minerale e sabbiosa. Palato elegante, fresco, contenuto, sapidissimo, con garbo. Bel vino, come sempre, molto particolare. Pur giovane, è davvero estremo.

Un ritorno alla pura tradizione “bianchista” campana è senz’altro il Greco di Tufo Docg 2013 “Contrada Marotta”. Lo produce Villa Raiano, una cantina di San Michele Serino (AV), che a mio modo di vedere si è specializzata – facendosi apprezzare – soprattutto per i bianchi ben fatti e di piacevole bevibilità. Naso floreale di ginestra e lavanda, poi ananas e spezie aromatiche. Bella bocca, progressiva, sapida, verticale e infinita. Si avverte tutta l’influenza del terreno argilloso calcareo.

Il Fiano “Don Chisciotte” 2010 di Zampaglione dimostra alla perfezione la longevità del Fiano, un bianco che migliora con il passare degli anni. Sempre diverso e sempre più buono, agricoltura biologica, nessun uso di legno, solo acciaio per l’affinamento. Bel giallo dorato nel calice, sa di frutti tropicali, spezie e pepe bianco. Bocca avvolgente, sapida, morbida, poi ben distesa, torna nel finale una piacevole nota lattica.

Il Borgo di Gete 2010 di Reale si produce a Tramonti sulla Costiera Amalfitana. Il vitigno a bacca rossa da cui si ricava è il Tintore, un autoctono sopravvissuto alla fillossera, ritenuto geneticamente figlio dell’Aglianico e della Tintora, che in questa zona cresce da vigne centenarie. il Tintore un tempo era considerato fuorilegge: è stato iscritto nel Registro nazionale delle varietà di vite soltanto nel 2010. Le rocce su cui attecchiscono le radici di queste piante sono formate da stratificazioni vulcaniche. Le uve raccolte sono da vendemmia tardiva. Rosso rubino molto fitto nel calice. Naso timido, poi lievi sentori di frutta rossa fresca. In bocca dimostra tutta la sua freschezza con tannini levigati e corpo contenuto. Affina in botti da 300 litri. Bocca selvaggia e nobile allo stesso tempo.

Hero 2012 è un Pallagrello nero, altro autoctono rosso che rischiava di scomparire, coltivato sulle Colline Caiatine, nel Casertano. Selvanova, azienda biologica, lo ha recuperato. Bel naso floreale di violetta, pepe nero, cuoio e cioccolato fondente. Già sentori evoluti. In bocca entra morbido e tannico, poi diventa fresco e sapido con un tannino presente che poi si distende. Affina 12 mesi parte in barrique e parte in tonneaux solo per il 25% nuove. Poi altri 12 mesi di affinamento in bottiglia. Vino di struttura ed eleganza.

Dalla cantina Camerlengo di Rapolla (Basilicata) beviamo l’Aglianico del Vulture 2007 che affina per 20 mesi in botti grandi di castagno da 30-40-50 ettolitri. Sentori di ciliegia, pepe nero, frutta secca, violetta. Molto tipico, vulcanico, minerale, come Aglianico: un po’ Old Styyle. Al gusto è ampio, persistente, dal tannino ben integrato e ben lavorato. Piacevole e da manuale per il tipo di vitigno.

Barone 2012 di Regina Viarum (Falciano del Massico, Caserta) è un Primitivo in purezza in cui risulta evidente una nota di surmaturazione delle uve, pepe nero e amarena scura. In bocca tende a scivolare via presto. Nel complesso discreto, buona freschezza e tannino che si affaccia al palato e poi scompare.

Iscadoro 2012, altra etichetta di Casebianche, sfodera una bella nota minerale. E’ un bianco da  uve Malvasia, Fiano, Trebbiano e altri autoctoni locali. Sembra esile in bocca.

Il Vipt (acronimo di Vino Piedirosso Tipico) 2013 di Olivella è un Piedirosso minerale, vulcanico, sabbioso. Un anno di affinamento in acciaio. Coerente nelle note minerali anche al gusto con buon equilibrio fra tannino e freschezza. Ancora giovane, ha bisogno di smussare qualche spigolo.

Nel complesso Fortunato e Gennaro hanno dimostrato di saperci fare con tutte le tipologie di vitigni, non solo con quelli tradizionali campani. Sono in grado di affrontare tutte le prove anche con uve rare e poco conosciute. Un applauso (virtuale) ma sincero per il bel lavoro svolto!