di Umberto Gambino
Dopo sette mesi esatti di gestazione mi ritrovo fra le mani gli appunti dell’interessante evento “Comuni nel Vino – Irpini a Roma” che ha visto protagoniste tre piccole e interessanti cantine dell’Avellinese, comprese nel triangolo Montemarano-Paternopoli-Castelvetere.
Si tratta di un progetto di “zonazione”, condotto dalle tre aziende nell’area della Doc Irpinia Campi Taurasini, coordinate tutte dallo stesso enologo, Vincenzo Mercurio che ha scelto di puntare – per questo trio di cantine – decisamente sul biologico.
Le tre diverse aziende corrispondono a tre differenti microaree coinvolte. L’obiettivo dichiarato? Realizzare un ingresso in punta di piedi nell’areale del Taurasi, in particolare nel settore più meridionale del territorio attraversato dal fiume Calore. Ovviamente non ci si fermerà ai vini della Doc Campi Taurasini (punto di partenza dei Comuni nel Vino) ma si passerà in pochi anni alla produzione di Taurasi Docg (punto di arrivo).

I sei rossi Campi Taurasini assaggiati nel corso della serata non possono essere considerati né vini di secondo piano né “vini base” bensì “vini da uve Aglianico da bere con piacere già entro i 12 mesi dalla vendemmia”. L’esatto contrario dei Taurasi Docg, più strutturati e austeri, che necessitano l’apporto dei legni per tre anni prima di poter risultare nobili e bevibili.
Il bravo Vincenzo Mercurio (che lavora bene anche in Calabria) spiega infatti che “la qualità di un territorio vinicolo non si misura dalla punta di diamante delle poche bottiglie di eccellenza prodotte, ma dalla qualità delle numerose bottiglie prodotte di vini base”. I sei vini qui presentati non sono affatto “vini base”, ma io preferisco definirli “vini che corrispondono perfettamente e naturalmente al territorio da cui derivano”.

Comuni nel Vino

Ecco l‘identikit in sintesi delle aziende coinvolte nel progetto comune.

Ra.Ro. è l’avventura vitivinicola di Raffaele Fabbroncini e Roberto Sanseverino, amici da tempo: il primo proviene da una famiglia di viticoltori di Terzigno (nella zona del Lacryma Christi del Vesuvio), il secondo è sommelier di lungo corso. Il nome dell’azienda deriva dalle prime due lettere dei loro nomi. I vigneti di trovano a Montemarano in contrada Pastanelli (due ettari coltivati a 700 metri sul livello del mare), su un terreno argilloso-limoso.

De’ Gaeta, di proprietà dei fratelli dentisti Bruno e Salvatore Gaeta, in contrada Toppolocozzetto di Castelvetere sul Calore: 5 ettari a circa 450 metri di altitudine, su terreni argilloso-calcarei antico retaggio di sedimenti vulcanici.

Stefania Barbot, azienda che prende il nome dalla titolare, una friulana trapiantata per amore in Irpinia dove condivide l’esperienza vitivinicola con il marito napoletano, Erminio Spiezia. I suoi vigneti si trovano a Paternopoli, in contrada Cerreto: circa 3 ettari in un piccolo altopiano a 450 metri di altitudine, su terreni argilloso-calcarei da sedimenti vulcanici. Qui convivono vigne con ceppi cinquantenari allevati ancora a starsete (il tipico sistema di allevamento irpino) e i nuovi impianti a cordone speronato.

E’ Vincenzo Mercurio a dettare la strategia comune dei “Comuni nel Vino” (scusate il bisticcio di parole). E lo fa con questo motto che è un’autentica pietra miliare per l’enologia, non solo campana:

 “Suolo, vitigno, clima, uomo e cultura contribuiscono all’unicità del singolo terroir e del particolare vino che se ne ottiene. Per noi quindi ogni vino è unico, ogni vino cui ci dedichiamo non deve essere soltanto buono ma veicolo di storie vere, cose concrete, sorrisi e sacrifici dei vignaioli che lo producono e anche un po’ dei nostri, che li affianchiamo dalla vigna alla cantina nel loro coraggioso percorso”.

C’è dunque una strategia, anzi una filosofia di lavoro unica per queste tre aziende che, oltre ad essere bio, vinificano fin dal primo anno d’imbottigliamento (il 2013) nella stessa cantina. E’ bello constatare, una volta di più, che nel mondo del vino l’unione fa la forza e aiuta a superare gli ostacoli. La scelta delle tre cantine è stata semplice e lineare: prima di investire in nuovi e costosi impianti, tutte e tre hanno deciso di dedicarsi totalmente al lavoro nei vigneti. Vigne che sono state, negli anni 2013 e 2014, delizia e croce, a conferma che le annate dell’uva e del vino non sono mai uguali. La produzione totale delle cantine non può superare le 25.000 bottiglie; ciascuna produce dalle 4 alle 10.000 bottiglie.

Prima di parlarvi della degustazione, bisogna sottolineare la differenza netta fra le due annate.

Decisamente calda la 2013, con un andamento costante. Definita “disgraziata” in coro, dai sei produttori, la 2014: colpa degli attacchi di peronospera e del clima piovoso che hanno costretto a ridurre la produzione di grappoli. Ne ha fatto le spese in modo particolare Stefania Barbot, che ha le vigne più basse in altitudine. Gli altri vignaioli però sono stati soggetti agli attacchi dei cinghiali che hanno divorato circa la metà dei raccolti. Nonostante i numerosi problemi, tuttavia, l’annata 2014 ha mostrato (sorprendendo un po’ tutti i presenti) vini di maggior equilibrio e finezza. L’ennesima dimostrazione che le difficoltà aguzzano l’ingegno e fortificano la determinazione dei vignaioli.

Degustazione di sei rossi Campi Taurasini Doc 

Cenni tecnici validi per tutti i vini assaggiati: resa 50 quintali per ettaro, vinificazione in 20 giorni in serbatoi di acciaio da 30 ettolitri, poi maturazione per 12 mesi in acciaio. Vitigno: Aglianico. La degustazione è stata presentata e guidata dalla collega e amica sommelier Monica Coluccia, esperta di vini campani. Era presente, spesso sollecitato dai giornalisti in sala, l’enologo Vincenzo Mercurio.

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Ra.Ro. – Irpinia Campi Taurasini 2013
Al naso si apprezza la frutta fresca come la ciliegia e il floreale di rosa fresca anch’essa, poi sottobosco e humus. E’ un vino giovane e gioviale, ma profondo nei sentori. Bocca un po’ brusca, ma tannino già smussato. Si beve con leggerezza. L’essenza grezza dell’Aglianico frutto.

De’ Gaeta – Irpinia Campi Taurasini 2013
Nel calice sentori di spezie scure, poi ecco le componenti vegetali e poi ancora una evidente nota tostata. Sorso un po’ aggressivo, tannino presente, poi è fresco, progressivo, verticale e culmina in un bel finale in cui ritornano le spezie scure. E’ l’unico dei vini presentati che fa un leggero passaggio in tonneaux. Si avverte.

Stefania Barbot – Irpinia Campi Taurasini “ION” 2013
Diffonde aromi di prugna, balsamici, di pepe rosa e arancia rossa, nel complesso è molto fruttato. Emergono poi note di violetta e peonia. Al palato risulta morbido, molto fresco, sapido, poi avvolgente e dinamico, ottimo il tannino e di lunga persistenza. E’ il Campi Taurasini 2013 che mi è piaciuto di più. Sembra il più completo e integrato, nonostante i 15% alcol, segno tangibile dell’annata calda.

Sono queste tre diverse interpretazioni dell’Aglianico in cui è stata scelta sempre la vinificazione in acciaio (eccetto il De’ Gaeta 2013) proprio per preservare e valorizzare meglio l’integrità del frutto. I vigneti delle tre aziende sono stati impiantati nel 2009, parte delle vigne però risalgono agli anni ’70.

Le annate 2014 di cui parlo adesso sono annunciate in uscita sul mercato da settembre 2016. Benissimo! Giusto in tempo per descriverle, così potete ricordarvi di acquistarle.

Ra.Ro. – Irpinia Campi Taurasini 2014
Al naso è molto fruttato e croccante, fresco, balsamico, con evidenti sentori di more. Il gusto è fresco e ben carico di frutto, con tannini morbidi. Un rosso territoriale dinamico, bevibile, non molto lungo in chiusura.

De’ Gaeta – Irpinia Campi Taurasini 2014
Vira su sentori ematici, poi di spezie scure, pepe nero, piccante; chiude con una bella sensazione di noce seguita dal fruttato di ciliegia. Sorso pieno, intenso, rotondo, caldo, ma tannino decisamente acerbo. Nel finale torna una punta amarognola. La concentrazione del frutto sembra migliore rispetto all’annata 2013.

Stefania Barbot – Irpinia Campi Taurasini “ION” 2014
Il nome Ion in greco significa viola. Bei sentori floreali, pepe rosa, erbe di campo, rosmarino, rughetta, buccia di arancia. Bocca avvolgente, corposa, fresca, con una sapidità che si mette subito in evidenza. Mostra un tannino dinamico, quasi perfetto, ma vibrante, e nel finale ritorna il gusto dei frutti di bosco. Eccellente anche il 2014, ma un filo al di sotto dell’annata precedente.

Due parole sui prezzi: a detta degli stessi produttori presenti alla degustazione, si dovrebbero aggirare sui 18-19 euro a bottiglia in enoteca.

In conclusione: un’esperienza viva e vivace quella di “Comuni nel Vino” che ci ha mostrato il volto sorridente e curioso allo stesso tempo di tre coppie di vignaioli, pronti a vincere la loro scommessa: far conoscere un piccolo territorio all’interno di un’area più grande (l’Irpinia) nota fra gli appassionati per un vino molto impegnativo qual è il Taurasi. Nel contempo riescono a far conoscere i loro vini e le loro piccole aziende attraverso le loro storie personali. Una scelta coraggiosa che applaudiamo e che – ne siamo certi – pagherà nel tempo.

www.comuninelvino.it