di Sara Vani 

catalanesca-1 Quando vengo invitata alla verticale storica di Katá, la Catalanesca di Cantine Olivella,  organizzata al Ristorante Le Tamerici, luogo d’eccellenza della ristorazione romana in pieno centro storico, accetto con grande entusiasmo: avevo assaggiato il loro vino per la prima volta qualche mese fa e ne ero rimasta subito colpita. Che privilegio, una degustazione privata solo per noi, dove per noi intendo anche Alessandro Scorsone e Gianni De Bellis, sommelier e maître di sala de Le Tamerici, in compagnia dei produttori Domenico Ceriello e Ciro Giordano (è assente Andrea Cozzolino) e di Piero Guido, agente distributore.

Il simbolo di Cantine Olivella e l’antica fonte romana

L’azienda si trova a Sant’Anastasia, comune dei paesi vesuviani alle pendici del Monte Somma, a due passi da Napoli, e prende il nome dalla fonte di acqua sorgiva Olivella, nel passato utilizzata per irrigare i terreni della Reggia di Caserta, alla quale portava acqua attraverso una rete di canali. Il logo dell’Azienda, raffigurante una foglia di vite a mo’ di calice, è una scelta dovuta alla bellissima storia che mi racconta Domenico Ceriello: “Nell’antica casa romana rinvenuta vicino alla fonte Olivella viveva 2000 anni fa un vecchio vinificatore, Sextius Catius Festus. Tra le rovine è stato trovato un resto di Dolia, otre di terracotta usato per interrare il vino, sul cui bordo si legge la scritta Sex Cati Festi (che ritroviamo in etichetta) con un disegno, la c.d. Figulina, cioè un’incisione su creta con una foglia d’edera. Ecco che con l’aggiunta di un gambo nasce il logo di Cantine Olivella“. Sono particolarmente incuriosita e chiedo a Domenico di proseguire con i racconti. Così, mentre mi erudisco ancora un po’, mi rendo conto di ignorare molta storia delle mie zone d’origine. Sì, lo so, qualcuno particolarmente attento avrà letto del mio orgoglio ciociaro, ma per metà, lato materno, sono un prodotto di Napoli!

Le origini del Monte Somma, fra storia e leggenda
Una volta esisteva una sola montagna, il Somma Vesuvio”, prosegue Domenico, “poi nel ’79 d.C. dopo una forte eruzione, si formò il “cono” del Vesuvio, mentre dal versante nord del vulcano si separò il Monte Somma, sbalzato in avanti dall’esplosione“. Abbiamo detto che 2000 anni fa l’uva già si coltivava. Infatti, le vigne del Monte Somma godono di un vecchio terreno vulcanico molto più ricco di sali minerali e di sostanze importanti per la crescita della vite, rispetto a quello del Vesuvio. La leggenda narra che il vitigno Catalanesca arriva a Napoli tra il 1450 e il 1454, quando Alfonso I d’Aragona, innamoratosi di una giovane fanciulla di Somma Vesuviana, Lucrezia D’Alagno, le dona una barbatella di Catalanesca che viene impiantata, attecchendo perfettamente, sulle pendici del Monte Somma. E’ una varietà dalla buccia molto spessa, croccante, robusta e zuccherina: un’uva tardiva che si raccoglie da metà ottobre e si può conservare fino a Natale sui tralci.

Gli studi sulla Catalanesca e il ruolo del professor Moio

Fino al 2005 è stata uva da tavola, nonostante negli anni ‘90 la Regione Campania e l’Università di Napoli abbiano investito in 5 anni di sperimentazione sulla microvinificazione, diretta dal professor Luigi Moio, conclusasi con una pubblicazione scientifica che dimostrava chiaramente che la Catalanesca poteva essere vinificata. Purtroppo  l’iniziativa non ha avuto alcun seguito. Nel 1992, però, si incontrano Domenico Ceriello e Andrea Cozzolino, soci fondatori dell’azienda, che iniziano a recuperare e ristrutturare le vigne di Catalanesca. Poi, con l’arrivo di Ciro Giordano, ha inizio la battaglia per lo step successivo: far emergere le vigne anche dal punto di vista burocratico ed arrivare alla loro registrazione. Insieme hanno convinto i contadini a denunciare i loro vigneti, emersi quindi in  numero sufficiente per far sì che la Regione riconoscesse il vitigno come uva da vino, grazie anche alla sperimentazione scientifica di Moio. La Catalanesca diventa quindi VDT, non più UDT. Finalmente nel 2011 arriva la sospirata e meritata denominazione IGT Monte Somma, il giusto riconoscimento al fatto che proprio questa zona è vocata alla coltivazione del vitigno, sfatando una volta per tutte la sua presenza sul versante sud del Vesuvio.

Catalanesca: la degustazione delle sei annate
A questo punto moriamo dalla voglia di cominciare la nostra degustazione!
Iniziamo col 2011, non ancora in commercio. Ha un colore paglierino scarico con guizzi dorati, brillante, profumi freschi di polpa di frutta, si apre dopo un po’ regalando note di banana e albicocca, con un sottofondo vegetale. All’assaggio, una bella acidità e forte sapidità, già evidente al naso. Un vino carnoso, un po’ arretrato sul finale, con una nota ammandorlata: chiede tempo ed è ancora un tantino crudo.
Col naso nel calice del 2010 arrivano note di idrocarburi, mentre il sorso è pieno, carnoso anche lui.
Nel
2009 cambia il colore, diventa carico mentre al naso scopro il panettone, la mandorla, una piacevole tostatura e note floreali. In bocca per ora è “buccioso”, ma ci accorgiamo presto che sono vini che necessitano di tempo nel bicchiere, cambiando ed evolvendo continuamente. Ecco, ora nel mio calice del 2011, assaggiato prima, si espande  un fresco profumo di glicine!
Proseguendo con il 2008, noto come il colore sia sempre più intensamente dorato. Al naso, miele di castagno e note vegetali di fondo. Il sorso è polposo, con sentori di frutta secca e di quella mandorla che si fa riconoscere come un tratto caratterizzante in tutti gli assaggi.
Il 2007 ha sentori così eleganti! Fiori secchi, albicocca secca, una nota ammandorlata tutta sua. Il naso soddisfa appieno, concordiamo che sia “francesizzante”, complesso. All’assaggio sembra addirittura più giovane del 2008, fine. Regala poi una spiccata sapidità, mentre al naso emergono ora zafferano, erbe aromatiche, rosmarino, macchia mediterranea. E’ tante cose insomma.
Il 2006 note terziarie spiccate: insieme al floreale ecco l’idrocarburo, qualcuno azzarda il paragone con un alsaziano. In bocca sapidità spinta, recupera parecchio in freschezza dopo un po’: è vivo, vivissimo e con una lunga vita davanti, ancora !

Lavoro in vigna e resa ridotta a 70 quintali per ettaro
Mentre noi giochiamo a saltare da un bicchiere all’altro scoprendo sempre nuove sensazioni, Ciro ci racconta: “Nel 2009 la resa era di 100 quintali per ettaro, ma nel 2011 siamo scesi a 70 quintali e abbiamo aumentato di ½ mq per ogni vite l’apparato fogliario.I tralci in questo modo esplodono, la crescita è rigogliosa, la foglia alimenta e porta maturazione. Non è necessario togliere le foglie perché l’uva cresce in altezza, in mezzo ai fili di ferro che ne segnano il percorso verso l’alto. In fase di allegagione delle uve viene fatta la sfrondatura sul lato in cui il sole non batte sui grappoli nelle ore più calde, così i chicchi non crescono troppo al sole e possiamo estrarre la maggior quantità possibile di aromi in fase di fermentazione”.
E parlando di pratiche di cantina: “Fino al 2009, prima della pressatura si praticava la criomacerazione; dal 2010 abbiamo iniziato a praticare il batonnage su fecce fini per circa 30 giorni, poi diventati 50 con la vendemmia 2011, utilizzando sempre lieviti indigeni”. Ormai ho capito: la storia della Catalanesca l’ha fatta Cantine Olivella, visto che sono gli unici sul territorio a produrre, coltivare, vinificare e imbottigliare. E ne vanno orgogliosi, sono pronti per la sfida, la scommessa sul mercato con una produzione di 15.000 bottiglie all’anno. La loro uva, durante gli anni, è passata tra le mani di diversi enologi, ma non c’è stato nulla da fare: è il  vitigno che detta legge, ha il suo tratto distintivo e si riconosce per la sua personalità. Della Catalanesca se ne occupa oggi Sebastiano Fortunato.

Abbinamento perfetto
Intanto, la cucina si offre di sfamare gli affamati e mentre ci delizia con una tartare di tonno con coulisse di pomodoro, ci accorgiamo che il 2006 è un abbinamento perfetto! E io adoro il 2007 sui freschissimi ricci di mare. Sono molto soddisfatta. Apprendo che questa verticale storica verrà ripetuta per il pubblico di Vitigno Italia il 22 maggio a Napoli, momento clou dell’evento Archeno 3, appuntamento annuale con il vino e l’archeologia indissolubilmente legato allo spaccato storico del brigantaggio: nel 1860 i Briganti sfuggivano all’esercito borbonico rifugiandosi sul Monte Somma, dove non mancava mai sulle loro tavole la Catalanesca. Non c’è nemmeno bisogno di dirlo…io ci sarò!

Cantine Olivella
Via Zazzera, 14 – Sant’Anastasia (NA); Tel. 081.6584541
www.cantineolivella.com

 

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A proposito dell'autore

Anche Wining ha il suo "wine advocate". Avvocato civilista di professione, sommelier eno-reporter per smisurato amore. Folgorata da un colpo di fulmine in Piemonte, 13 anni fa un calice di Barbaresco ha messo fine alla mia precedente vita da finta astemia. Non potevo che diventare sommelier Ais. La mia bruciante passione cresce poi con le bollicine, specialmente lo Champagne, per il quale ho un noto debole e che cerco di comunicare divulgando la sua cultura. Come ogni storia sentimentale destinata a durare nel tempo, l'innamoramento per il vino si é consolidato in un grande Amore, al quale ho dedicato anche la mia attivitá di degustatrice per la Guida Vinibuoni d'Italia del Touring. Proprio lí incrocio Umberto Gambino. Il resto é storia. Wining é il "luogo" dove posso raccontare la mia curiositá, le emozioni, le storie che rendono speciale il vino e chi lo fa, il tutto condito dal sorriso alla vita che mi contraddistingue e col quale cerco di farmi perdonare i ritardi redazionali che Umberto sopporta! Forse perché sono stata la prima a battezzare tutte noi... le sue Wining's Angels

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