di Silvia Parcianello

Di Tocai ho sentito parlare spesso. Da bambina ho anche vendemmiato quell’uva bianca delicata che alla prima pioggia necessitava di essere raccolta, pena il marciume. Non avevo la più pallida idea che quel nome, per noi veneti e per i friulani, strettamente territoriale, nascondesse un segreto che nasce nel cuore dell’Ungheria.

Ma andiamo con ordine. In Italia, dal 2007, il nome Tocai, che indicava l’attuale Friulano, un grande vino bianco prodotto in Friuli Venezia Giulia, secco e sapido, dal finale avvolgente e mandorlato è stato bandito, in quanto entrava in conflitto con il vino prodotto nella zona ungherese chiamata Tokaji, denominato, guarda caso, Tokaji. A nulla valse eccepire che la similitudine tra i due vini era limitata al nome, in quanto sono diversi come il giorno e la notte; il Tocai divenne Friulano e in Ungheria continuano, per fortuna, a produrre quel nettare degli dei che è il Tokaji.

Ho fatto questa premessa perché ho il piacere di raccontare di una grande, emozionante  degustazione, vissuta all’ultimo Merano Wine Festival: una verticale di Szepsy Pince, il più prestigioso dei Tokaji: a mio parere un’esperienza indimenticabile.

Il Tokaji è un vino botritizzato (parente del più famoso Sauternes, giusto per farci un’idea), frutto di condizioni climatiche singolari in una terra a Nord Est dell’Ungheria, in cui correnti d’aria calda d’estate e inverni molto freddi (anche – 25°) favoriscono lo sviluppo della muffa nobile. Sono tre i vitigni di cui si compone: Furmint, Harslevelu, Sarga Muskotaly. A settembre si raccolgono i grappoli sani per produrre i vini secchi, poi si fa la selezione dei grappoli botritizzati per produrre il Tokaji. Gli acini aszù (disidratati) vengono raccolti uno per uno e poi portati in cantina dove vengono misurati in puttony, che non è una parolaccia ma indica la gerla da 27 litri che diventa l’unità di misura della quantità di acini disidratati aggiunta nella botte da 136 litri contenente il mosto. Ergo, più puttonyos nel mosto, maggiore concentrazione di profumi, sapori, godimento.

Dopo un po’ di doverosa teoria direi che siamo pronti per assaggiarli… dal più giovane al più “anziano”.

2007 È stata un’annata molto calda, la botrite si è sviluppata da uva molto matura. Nel bicchiere ho una lacrima d’oro intenso. Al naso trionfano la pesca sciroppata e la marmellata di fragole in cottura. Poi miele, cannella, spezie dolci.  Va aspettato ancora a lungo ma ricorda il calore dell’estate. Un vino solare.

2006 L’annata è stata più fresca, e si sente. Ancora oro colato nel bicchiere, ma profumi più definiti. L’effetto della botrite si fa sentire e rimanda sentori minerali e balsamici. L’acidità è altissima, il finale di erbe aromatiche, timo su tutte. Potrebbe essere l’annata ideale. Un vino che può diventare monumentale.

2005 Annata ancora più fresca. L’oro sta cominciando a cedere il passo all’ambra nei bicchieri. Al naso miele e profumi freschi, minerali. Al palato ancora molta acidità che lascia la bocca pulita e fresca. Ancora note olfattive di timo e marmellata di fragole in cottura. Un vino classico.

2003 Il 2003 è stata l’annata ideale solo che a fine ottobre ha gelato e il ghiaccio ha fermato la botrite, rovinando gli acini rimasti. Il colore è ambrato.  Al naso abbiamo macchia mediterranea, lievito, malaga. Al palato mi fa pensare al nettare degli dei, con un retrogusto di noce. Un vino dai sentori mediterranei.

2002 Annata climaticamente equilibrata che ha prodotto un vino elegante. Ancora ambra intensa nei nostri bicchieri. La nota olfattiva iniziale è vinaccia, poi evolve in fichi secchi, datteri, cannella, malva. Nonostante le note speziate resta un vino misurato e – come ho già detto – molto elegante. Nordico.

1999 Rame nel bicchiere, o tramonto, per i romantici. Le note dell’ossidazione sono molto marcate: noce sotto miele, nocciole, tabacco. L’acidità è molto elevata e vibrante, porta sentori di agrumi, soprattutto arancia. Un vino regale.

1997 Di nuovo rame nel bicchiere. Sentori di caramello cotto, biscotti allo zenzero.  Fumè. L’annata è stata fresca e asciutta. Ottobre ha portato la neve e dopo che si è sciolta sono stati colti i pochi grappoli botritizzati rimasti. Il vino è potente, ricorda il panforte e i profumi natalizi. Il mio preferito. Selvaggio.

1996 Annata molto piovosa in cui è stata utilizzata una maggiore quantità di vitigno Harslevelu, che aveva resistito meglio all’umidità. Le note olfattive e gustative sono più delicate: zucca caramellata, noce, boisè. Meno profondo dei precedenti, a prevalenza Furmint, ma più bevibile. Delicato.

Concludo con una nota sugli abbinamenti. Non ho indicato alcunché nelle note sensoriali perché sarei stata ripetitiva e ho preferito concentrarmi sui vini.  Il Tokaji è considerato un vino da meditazione. Diamo per buona la definizione, che personalmente non condivido, in quanto non ho mai meditato con un calice  in mano, casomai ho goduto. Dicevo, diamo per buono che tutti questi vini anche da soli conducono vicino al paradiso dei golosi… io un po’ di gorgonzola piccante lo accosterei. O un po’ di foie gras. O anche, per essere plebea, un dolce di mele. Una tarte tatin per esempio. Così, per provare.

Sapete qual è il guaio? Le bottiglie sono poche e preziose, tra l’altro non commercializzate in Italia…

LINKS

www.meranowinefestival.it

www.szepsy.hu

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A proposito dell'autore

Silvia Parcianello

Trentasei anni, trevigiana, capelli rossi e lentiggini, tendenza all'anticonformismo. Sommelier Fisar dal 2010, dal 2012 collaboro anche con la guida "Ristoranti Che Passione". Una laurea in giurisprudenza e un lavoro in banca sono riusciti, solo in parte, a darmi rigore perché in ogni cosa cerco piacere ed emozione. Sia questo istruire un mutuo, degustare un vino, sfinirmi in piscina e dare il massimo in una gara di nuoto, provare e recensire un ristorante. O scrivere un pezzo per Wining. Il cibo e il vino sono per me sentimento, nutrimento, passione. Amo i sapori decisi, le grandi acidità e le grandi dolcezze, i piatti tradizionali con pochi artifici, i prodotti di stagione e del mezzogiorno d'Italia. In casa mia è difficile trovare un pomodoro a dicembre, non fosse altro perché sa di plastica. Si racconta che cucini piuttosto bene, ma solo per chi amo . Se sento il bisogno di nutrire una persona invitandola a cena significa che mi è entrata nel cuore. Nell'era del web e dei social resto legata alle sensazioni, che spero di riuscire a trasmettere con foto e scritti. Perché per me la gioia più grande è emozionare.

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