di Marilena Barbera

Se non fosse per il filo spinato ostentatamente srotolato intorno alle zone sensibili del centro sembrerebbe di stare a Palermo: le case hanno lo stesso colore, la gente lo stesso sguardo, le botteghe la stessa improbabile mercanzia affastellata sull’uscio. Anzi, per la verità sembra di stare a Palermo vent’anni fa, quando i carri armati piantonavano Piazza Politeama e le garitte blindate di sacchi di sabbia e mitragliatori occhieggiavano agli incroci di Via Libertà.

Chi c’era a Palermo in quegli anni, ancora se la ricorda quell’atmosfera di piombo e di speranza insieme: sapevamo che era necessario, ci siamo convinti che fosse necessario. Ed è la stessa speranza che ha infiammato la rivoluzione di primavera, quella che “senza Twitter e Facebook non si sarebbe fatta” – mi conferma la mia guida – e che sostiene la legittima e orgogliosa aspirazione alla laicità che avvolge le tante e differenti anime di Tunisi.

Sono venuta qui, sull’altra sponda del mio stesso mare, a cercare le radici che hanno generato la nostra comune cultura. A Cartagine è nata la scienza dell’agricoltura che ha unificato il mondo: qui Magone ha scritto in lingua punica i 28 volumi del suo trattato che è stato il libro di testo su cui si sono formati personaggi del calibro di Plinio, Varrone e Columella.

12-12 - Museo del Bardo, finestreQui il vino ha plasmato una civiltà ricca e raffinata, che ha vissuto secoli di straordinario splendore e ancora parla di sé nei mosaici del Museo del Bardo, sulle tavole preziose della Medina, nelle grotte di Megrine dove file interminabili di botti riposano come in un santuario. 

“In Tunisia vivono 10 milioni di persone – mi racconta Mohamed Ben Cheikh, Presidente della Chambre Nationale des Producteurs et Distributeurs de Boissons Alcoolisées – di queste, 1 milione e ottocentomila consuma vino regolarmente: almeno il 70% della produzione delle 26 aziende vinicole esistenti serve il mercato interno. Ed è un mercato in espansione, al punto che la produzione nazionale non è sufficiente a coprire la domanda e molti produttori chiedono alla Chambre di poter importare vini sfusi dall’estero, per completarne qui il processo di lavorazione e affinamento”. 

Sorprendente, non c’è che dire, penso mentre mi addentro con cautela nei cunicoli di pietra della Fontaine aux mille Amphores, che conducono alle meravigliose grotte sotterranee dei Vignerons de Carthage, una cooperativa che riunisce 7 cantine e oltre 1000 viticultori.

Mohamed sorride, comprensivo: mi spiega le sei zone DOC della Tunisia, tutte nel nord del Paese, dove le condizioni climatiche, molto simili a quelle della Sicilia meridionale, consentono la coltivazione di vitigni di origine europea (sia francesi che spagnoli).

Prevedibilmente, la maggior parte dei 109 vitigni autoctoni tunisini non gode ancora dell’attenzione dei produttori, che si stanno concentrando più sull’ammodernamento degli impianti e sul perfezionamento delle tecniche di vinificazione che sulla valorizzazione del patrimonio viticolo indigeno, ma non mi è difficile ipotizzare che in un futuro nemmeno troppo lontano questo possa diventare il plus per lo sviluppo anche qualitativo della produzione. Un po’ com’è successo in Sicilia negli ultimi trent’anni: e ancora una volta sono più le similitudini che le differenze a colpirmi.

Ed ora silenzio, parlano i vini.

M Brut 2012: da uve Chardonnay, un metodo classico molto semplice e floreale, morbido e sapido.

Muscat Sec de Kelibia 2013: dalla bella intensità agrumata, su cui spiccano note di gelsomino e di geranio. Snello e freschissimo, buono!

Magon Rosato 2013: uno dei best seller dell’azienda, da macerazione di Merlot e Syrah in parti uguali, che però mi entusiasma poco per quel fruttino decadente e un po’ noioso che lo rende troppo ruffiano.

Magon Signature 2013: torniamo su un terreno più affine al mio gusto personale con questo taglio di Cabernet e Syrah che integra nel frutto una barrique dosata con molto garbo.

Vieux Magon 2010: sempre Syrah, e che Syrah! Etereo, carnico, leggermente ferroso e abbondante di spezie, e polvere di cacao, e buccia d’arancia sanguinella.

Passum de Magon: nobile antenato dei nostri passiti, le cui origini risalgono al tempo della regina Didone, è prodotto dalla vendemmia tardiva di uve Moscato d’Alessandria, un concentrato di sole e miele che parla di amori impossibili, di giardini di limoni e di zagare appena raccolte.

Post Scriptum: guardo allibita le immagini che scorrono sullo schermo, le immagini di decine di persone ammucchiate a terra sui mosaici del Bardo, minacciate dai fucili di chi non rispetta la vita, la libertà, la cultura, di chi ha paura della legittima aspirazione dei popoli, di tutti i popoli, alla laicità e alla democrazia. Ho ammirato quei mosaici non più di una settimana fa, a margine della Conferenza Internazionale “Sur les Traces de Magon”, atto di nascita della collaborazione fra Sicilia e Tunisia per la costruzione di un circuito turistico – culturale transfrontaliero basato sulla valorizzazione combinata del patrimonio archeologico, della millenaria civiltà del vino e delle tradizioni gastronomiche mediterranee. 

Oggi, guardando quelle immagini sullo schermo, sempre più mi convinco che solo l’irripetibile atmosfera che si genera dal nulla e quasi per miracolo tutte le volte che persone di qualsiasi lingua, estrazione e origine culturale si riuniscono intorno ad un calice di vino e ad una tavola imbandita, sia la chiave per sconfiggere la violenza e l’oscurantismo, ovunque si manifestino.