di Umberto Gambino
E’ un caldo e intenso pomeriggio di primavera quando decido di accogliere la proposta dell’amica Rosanna Ferraro di visitare la Tenuta di Fiorano. E’ come un invito a nozze perché l’azienda agricola e vinicola si trova a “due passi” da casa mia: nel parco dell’Appia Antica, vicino all’aeroporto di Ciampino. Siamo nel territorio del comune di Roma. Già da tempo avevo l’idea di volerci andare e finalmente trovo gli incastri giusti per dedicare una bella mezza giornata ad una cantina dalla storia davvero contorta. La Tenuta di Fiorano è di proprietà del principe Alessandrojacopo Boncompagni Ludovisi, persona squisita, senza necessità di sviolinate gratuite. Quarti di nobiltà in abbondanza, ma grande affabilità e disponibilità con gli ospiti. Anzi, il principe dimostra gentilezza e semplicità nei modi, nessuna arroganza o presunzione da “vigognaiolo” costruito ad hoc per diversificare grande liquidità disponibile. Tutt’altro. Si capisce subito, ascoltando le sue parole, che Alessandrojacopo ha respirato aria buona di vini e vigneti fin da bambino.

Terreno e vigneti
La Tenuta ha il suo punto di forza nel terreno decisamente di origine vulcanica, ricco di minerali, pozzolana e polveri di eruzione che si trova però a poca distanza dal mare. Terroir particolare e microclima generoso per le coltivazioni di uva. “Tanto che da queste parti i temporali – spiega il principe – originano sempre dalle colline dei Castelli Romani, evitano la tenuta e si dirigono verso il mare”. Siamo alle pendici di quello che viene definito il “Vulcano Laziale”. Qui d’inverno i campi gelano per pochi giorni mentre d’estate il clima è caldo umido. Il vento soffia dai Castelli e dal mare. Tutte condizioni ideali per la crescita di uve sane e mature in un vigneto che ha una storia controversa con aloni di mistero. Le viti sono state impiantate con il sistema di allevamento a controspalliera, la potatura è a cordone speronato. In vigna e in cantina si lavora mantenendo la storica tradizione dell’azienda che contempla – di base, per i vini rossi – l’invecchiamento in botti di rovere di Slavonia da 10 ettolitri e alcuni mesi di affinamento in bottiglia nelle grotte naturali della “cantina storica”.

La storia
“Con due papi in famiglia”, Alessandrojacopo ama dire che la tenuta si trova idealmente “a metà strada fra le residenze attuali dei pontefici: San Pietro, la cui cupola è visibile in lontananza, qui, dall’Appia, nelle giornate serene, e Castelgandolfo, tradizionale sede estiva del santo Padre”.
La figura chiave della Tenuta di Fiorano è il principe Alberico Boncompagni Ludovisi, personaggio nobile, storico e leggendario. Di idee lungimiranti e ambiziose, si appassionò alla produzione del vino negli anni ’40 e ’50 del secolo scorso. Nelle stesse terre che visitiamo oggi, decise di impiantare i vitigni Cabernet Sauvignon, Merlot, Sémillon (sconosciuto all’epoca in Italia) e l’autoctono Malvasia di Candia. Nella scelta delle uve internazionali si rivelò un pioniere per quei tempi. Fece presto amicizia con Tancredi Biondi Santi e Luigi Veronelli che incontrava spesso nella sua ampia (200 ettari) Tenuta di Fiorano. Alberico era di carattere riservato e gli aneddoti e i misteri su di lui fioccano ancor oggi: in particolare, quello della Cantina Storica, da lui stesso così chiamata, dove non permetteva  a nessuno di entrare, salvo alcuni selezionatissimi amici, fra i quali appunto Biondi Santi e Veronelli. Alberico continuò a produrre vini fino al 1998 quando, forse stanco e deluso, espiantò quasi tutto il vigneto senza dare spiegazioni.

Fra i pochi parenti frequentati da Alberico c’erano il cugino Paolo Boncompagni Ludovisi e il figlio di questi, il nostro Alessandrojacopo che erano già proprietari di una parte della Tenuta nella zona che comprende la chiesetta di Santa Fresca e la villa vicina. Paolo e Alessandro iniziarono ad occuparsi della Tenuta, sempre guidati da Alberico, che nel frattempo, a causa di problemi di salute, si era ritirato nei suoi appartamenti del centro di Roma e ne seguiva da lì la conduzione.
Tra il 1999 e il 2004 Alessandrojacopo acquistò altri 13 ettari di terreni vicino al nucleo iniziale. Fece impiantare, insieme al padre, un vigneto sperimentale e poi, seguendo sempre i consigli di Alberico, che gliene vendette i diritti di reimpianto, impostò un nuovo vigneto che doveva ricalcare quello esistente in precedenza.

_SDB1942 - CopiaAveva poco più di vent’anni allora Alessandro. Era poco pratico di enologia e agronomia, ma dimostrava già grande passione. Fu sempre guidato da Alberico per la scelta dei terreni, dei cloni e dell’impianto del vigneto, tutto sempre a conduzione biologica, fino alle operazioni di vinificazione, le stesse che proseguono anche oggi. Nel momento della scelta dei vitigni per i vini bianchi, Alberico diede precise indicazioni di puntare sul Grechetto e sul Viognier che sostituì il Sémillon. “Non ha mai spiegato il perché di questa decisione”, spiega Alessandrojacopo. “Evidentemente il mio anziano cugino non era mai stato troppo soddisfatto dei risultati ottenuti dal vecchio bianco a base Sémillon e ha deciso per il Viognier. Altra scelta azzeccata, a mio parere, è quella del Grechetto che ha sostituito la Malvasia di Candia, unico autoctono coltivato”.

Tuttora, dopo la raccolta manuale, le uve vengono pressate a mano, la vinificazione avviene nella vecchia cantina e poi il vino, per caduta, arriva alla Cantina Storica dove prosegue con l’affinamento nelle vecchie botti e il lungo riposo in bottiglia. Una tradizione di Alberico, seguita anche da Alessandrojacopo, in tutto e per tutto, è quella di custodire gelosamente i vini delle annate storiche della  Tenuta: solo pochissimi amici, possono vederli e assaggiarli e Alessandrojacopo, per rispetto ad Alberico, continua ancora oggi a tenere protetta la Cantina Storica.
Una precisazione importante: i vini della Tenuta di Fiorano – che ha puntato decisamente sulla qualità e non sulla quantità del prodotto finale – sono da non confondere con quelli della adiacente Fattoria di Fiorano, condotta dalle cugine di Alessandrojacopo, oggi di proprietà della famiglia toscana Antinori.

Tasting dei vini
I vini degustati insieme al principe Alessandrojacopo sono tutti Igt Lazio. I vitigni utilizzati sono gli internazionali Cabernet Sauvignon, Merlot e Viognier, l’autoctono Grechetto (che, come si sa, nel nuovo vigneto ha sostituito la Malvasia di Candia).

Fioranello Bianco 2012
Grechetto e Viognier in parti uguali, fa solo acciaio.
Di aspetto giallo paglierino con striature verdoline si apre su sensazioni tenui di mela, banana, albicocca e mandarino ben fuse con note di gelsomino ed erbe di campo. Al gusto evidenti l’attacco morbido e la componente sapida. Vino nel complesso fresco e vivace, dinamico, abbastanza godibile.  Solo 5.000 bottiglie.

Fiorano bianco 2013
Grechetto e Viognier in parti uguali.
Matura sui propri lieviti per 12 mesi in botti di rovere di Slavonia e di castagno da 10 ettolitri, poi affina per altri 6 mesi di bottiglia. Giallo dorato nel calice. Quando lo annusi è una spruzzata di clementine, nespole, vaniglia, caramella al limone, salvia e timo, fiori di ginestra e pepe bianco. Poi vengono fuori le tinte vegetali di tè verde di buona fattura. Il sorso è vivo, di un minerale molto spinto, tanto che si evidenzia la pietra focaia. Tanto per sapere, spiega il produttore: “Nel vino il Grechetto conferisce acidità e struttura, il Viognier morbidezza e aromaticità”. Evidente la nota fumé anche nel finale. Un bianco nobile, fine, addirittura “papale”. Solo 4.000 bottiglie. Il migliore del lotto.

fiorano rossoFioranello Rosso 2012
Cabernet Sauvignon al 100%.
Rosso rubino intenso con unghia violacea, affina 12 mesi in tonneaux e altri 6 mesi di bottiglia. Prevalgono le sensazioni di spezie scure e di frutti rossi come il mirtillo e il ribes. Si avverte vede la freschezza del melograno, l’immediatezza dell’arancia rossa e della rosa appena colta. Al gusto è elastico, solletica il palato con delicatezza, sfoderando sapidità e tannini fini. Gradevole, ma manca di sprint. Si produce in 5.000 bottiglie.

Fiorano Rosso 2010
Cabernet Sauvignon 65%, Merlot 35%
Matura in vecchi fusti di rovere di Slavonia da 10 ettolitri. E’ un altro quarto di nobilità della Tenuta di Fiorano, elegante ad immagine e somiglianza del “nostro” principe. Al naso frutti scuri in confettura, liquirizia, toni balsamici, poi spezie verdi, mirtillo e visciola. In bocca si avverte bene la componente più morbida del Merlot, poi ecco tannini vivi e intensi. Un rosso da vitigni internazionali che sembrano aver trovato in questo terreno l’habitat ideale. Al gusto è presente, vivo, freschissimo, dal tannino vellutato e denota una grande potenzialità evolutiva. Lo potremo assaggiare tranquillamente fra altri 10-15 anni e – ne sono certo – lo troveremo ancora più buono: ne sono sicuro! Un rosso che appassiona molto. Solo una linea al di sotto – secondo me – rispetto all’omonimo bianco. Prodotto in 5.000 bottiglie.

Fiorano Rosso 2009
Una chicca per concludere. Non era previsto nel tasting di giornata, ma il principe decide di farci assaggiare l’annata più vecchia per provare a capire come potrebbe essere fra un anno il 2010. Stesso uvaggio del precedente, ecco com’è: rosso granato, note di fungo e sottobosco, erba bagnata, tartufo. Nel complesso, un anno in più di botte porta a sentori già più evoluti e maturi mentre al palato si dimostra ancora freschissimo, sapido e di sostanza. Rimane in evidenza, però, il tannino con un finale dal gusto amaricante. Perciò continuo a preferire il 2010 e vorrei assaggiarlo di nuovo fra un anno e fra molti anni ancora.

Tenuta di Fiorano

Indirizzo: Via di Fioranello, 19, Roma RM – telefono 06 79340093

Bottiglie prodotte: 18-20.000