di Sara Vani

Ci sono tutti, ma proprio tutti, alla prima edizione di Taste of Roma, grande Festival enogastronomico d’eccellenza, più gastronomico e meno eno, di londinesi natali ed al suo esordio a Roma dopo treIMG 1812fortunate edizioni milanesi, non dimenticando gli appuntamenti internazionali che dal 2007 hanno toccato alcune delle più importanti cittá del globo. E noi non potevamo mancare, per assaggiare il mondo dell’alta cucina romana, stellata e non, con la scusa di capire di cosa si trattasse. Quando Umberto mi ha dato l’incarico, le direttive erano chiare: il ritratto di uno chef con l’evento sullo sfondo. Ed in effetti scelgo la domenica sera con un programma preciso, fermamente intenzionata a seguire il piano alla lettera, ma il caso ha voluto che lo chef su cui avevo puntato non sia arrivato in orario al suo show cooking, lasciandomi libera (troppo libera) di girovagare lungo i giardini sospesi dell’Auditorium Parco della Musica, cornice dell’evento, curiosa come al solito e predisposta per natura a lasciarmi trascinare dall’ispirazione. Cosí questo reportage é diventato una sorta di ritratto dell’evento con gli chef sullo sfondo. Se viene pubblicato vuol dire che sono stata perdonata!

Intorno ai Ristoranti in trasferta protagonisti del Festival gravitano altre iniziative: espositori correlati al mondo della tavola, dall’Enoteca Trimani con una selezione di vini da abbinare ai piatti in degustazione, al gelato creativo dello stand Algida, dalla Champagnerie di Perrier-Jouët allo spazio Acque, oltre agli show cooking di grandi chef “ospiti” e mini corsi di cucina aperti alla partecipazione del pubblico. Io mi voglio concentrare sui 12 chef della ristorazione gourmet (parola abusata ma di grande aiuto alla sintesi): Giulio Terrinoni (Acquolina Hostaria), Agata Parisella (Agata e Romeo), Riccardo Di Giacinto (All’Oro), Andrea Fusco (Giuda Ballerino), Cristina Bowerman (Glass Hostaria), Angelo Troiani (Il Convivio Troiani), Anthony Genovese (Il Pagliaccio), Francesco Apreda (Imago all’Hassler Hotel), Arcangelo Dandini (L’Arcangelo), Kotaro Noda (Magnolia allo Jumeirah Grand Hotel), Roy Caceres (Metamorfosi), Luciano Monosilio (Pipero al Rex).
Capisco subito che non avrò la forza di provare tutto: ci sono in degustazione tre piatti per ogni chef, che fanno 36 porzioni affatto minimal, ed il mio fisico reduce da dieta estiva disintossicante non può farcela, non ancora. Mi rassegno a dover scegliere, ma come? Viene in mio soccorso un amico, Pasquale Pace, che con il vino ci lavora in tutti i sensi, “gourmet errante” per passione, ed inizio il mio percorso da Metamorfosi, dove dopo il cocktail di gamberi affumicati a freddo e terminati con maionese di ostriche e gamberi, briciole di pane affumicato, germogli di Cress e yuzu (agrume giapponese), che non mi provoca grandi emozioni, sono folgorata dall’ uovo cotto a 65° alla carbonara, con spuma di parmigiano, guanciale croccante sul fondo, pasta croccante e cotenna soffiata. Dire che si scioglie in bocca é limitativo, appetitoso e pieno di personalitá, appaga i miei sensi.
É chiaro che la sfida é reggere il confronto continuo, gli chef partecipanti ne sono consapevoli e stanno al gioco, perché il bello é questo: il pubblico gioca a comporre il proprio menu ideale. Arrivo sparata da Apreda, ricordando una cena goduriosa all’Imago che ancora non ho capito se sia rimasta scolpita nella memoria per un motivo affettivo o perché davvero ho adorato la sua cucina di “contaminazione”. Le Capesante impanate e ripiene di mozzarella di bufala, foglie di sedano e tartufo nero, suo piatto storico, non gli rendono affatto giustizia secondo me, ma l’uovo al pomodoro preparato con passata biologica pugliese, ridotta con aglio e origano fresco (l’aglio non si sente per fortuna), polvere di nocciole e sale Kala Namak (sale indiano-himalayano usato nella medicina ayurvedica per le sue proprietà terapeutiche e digestive), carbone di melanzana disidratata e polverizzata, cannella, accompagnato da pane cafone mi piace da impazzire e mi riporta indietro nel tempo. C’é un sapore antico in questo sugo iper ristretto, che somiglia a mia nonna Marianna, puteolana verace. Valore aggiunto: la grande disponibilitá ed affabilitá dello chef!
Da Kotaro Noda ho qualche difficoltá: i piatti sono presentati in modo eccezionale, ma dopo i suoi doppi ravioli farciti di baccalá con fagioli del Purgatorio in guazzetto di vongole, buoni anche se da me poco compresi, arriva la tartare di manzo con maionese affumicata e mostarda, lanciando inequivocabili segnali agliacei sin da lontano, che stecchirebbero il vampiro piú  disincantato. Magari esagero, ma per me é proibitiva: io aborro l’aglio.
Che bello incontrare gli amici che solitamente ritrovi proprio in queste occasioni: si fanno due chiacchiere e si esprimono opinioni. Con Fabiola Di Vittorio, del Ristorante Tram Tram a San Lorenzo e il suo compagno, lo chef Diego Colladon, ci confrontiamo sulla riuscita di Taste e commentiamo il successo da grandi numeri dell’evento, inaspettati dalla stessa organizzazione, abituata nelle altre locations a fare due conti giá alla fine della prevendita dei biglietti e spiazzata invece dagli acquisti “last minute” dei romani. Certo, qualche delusione può essere dovuta al fatto che i piatti qui non si assaggiano nelle loro condizioni ottimali, come al Ristorante, ma visto lo sforzo di creare una sorta di contenitore della grande qualitá, non solo mettendo insieme tante eccellenze in uno stesso luogo, ma accessibile anche a chi in quei ristoranti magari non va e non potrá andare, siamo indulgenti.
Capita anche nei grandi eventi del vino (Vinitaly su tutti) dove per quanto gli operatori si sforzino con professionalitá e con i mezzi a disposizione di offrire i prodotti in degustazione nel miglior modo possibile, non beviamo quasi mai un calice alla giusta temperatura. Voglio segnalare, per chi non lo sapesse, che tutti i materiali utilizzati per i piatti, le posate e le stoviglie varie sono biodegradabili, per un basso impatto ambientale. Anche questo sa di evento internazionale. Andrebbero invece migliorate, a mio avviso, le formule scelte per i biglietti di Taste. Servirebbe una rosa piú ampia di possibilitá, rispetto al biglietto d’ingresso base da 16 euro e al Premium da 55 euro, con una maggiore chiarezza su ciò che é incluso nell’uno e nell’altro.
Intanto sono arrivata da Riccardo Di Giacinto per provare quello che é stato proclamato dalla giuria di 2 Spaghi il miglior piatto dell’intero evento: i Raviolini di mascarpone con ragout danatra e riduzione di vino rosso di All’Oro, che meritano la fama conquistata. Tutti i sapori e gli ingredienti si distinguono perfettamente per poi unirsi in un’amalgama perfetto che non confonde le idee. Finito e leccato il piatto (metaforicamente, s’intende!). Anche da Riccardo ho un feedback molto positivo sulla manifestazione: Roma ha dimostrato di essere pronta per eventi così importanti, la città ha risposto con grande entusiasmo. Per noi è stato bellissimo sia l’incontro con i clienti abituali del Ristorante, sia poterci esprimere con chi ancora non ci conosceva”.
Effettivamente il comune denominatore del Festival é, oltre alla chance di assaggiare piatti importanti a poco prezzo (dai 4 ai 6 euro), la scoperta delle personalità degli chef, con cui si stabilisce un contatto ravvicinato che manca a volte nel ristorante. La stessa cosa me la dice un visitatore molto speciale, Giacomo Abbate, 15 anni e non sentirli. Nel senso che, accompagnato dal papá Massimo, grande appassionato di cibo e vino, é alla sua prima manifestazione enogastronomica e le sue idee sono giá chiarissime, competenti. Mi dice che si è molto divertito, mentre affonda la forchetta in un piattino: “E stato un modo per assaggiare i grandi piatti di grandi ristoranti, tutti insieme. In famiglia mi hanno abituato a distinguere i prodotti, la loro provenienza e la loro qualità.  E’ appassionato del programma MasterChef, gli piace cucinare. Il suo piatto preferito di stasera? Il panino artigianale con maionese al passito e fegato grasso di Cristina Bowerman, Glass Hostaria, ma non ha disdegnato la trippa di rana pescatrice alla romana di Giulio Terrinoni, Acquolina Hostaria. Che dire? Un’originale conferma, precoce a dire il vero, della consapevolezza e preparazione del pubblico di questa manifestazione.
Avete notato che non ho mai parlato di vino? Bene, non abituatevi!
Link:
www.tasteofroma.it


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A proposito dell'autore

Anche Wining ha il suo "wine advocate". Avvocato civilista di professione, sommelier eno-reporter per smisurato amore. Folgorata da un colpo di fulmine in Piemonte, 13 anni fa un calice di Barbaresco ha messo fine alla mia precedente vita da finta astemia. Non potevo che diventare sommelier Ais. La mia bruciante passione cresce poi con le bollicine, specialmente lo Champagne, per il quale ho un noto debole e che cerco di comunicare divulgando la sua cultura. Come ogni storia sentimentale destinata a durare nel tempo, l'innamoramento per il vino si é consolidato in un grande Amore, al quale ho dedicato anche la mia attivitá di degustatrice per la Guida Vinibuoni d'Italia del Touring. Proprio lí incrocio Umberto Gambino. Il resto é storia. Wining é il "luogo" dove posso raccontare la mia curiositá, le emozioni, le storie che rendono speciale il vino e chi lo fa, il tutto condito dal sorriso alla vita che mi contraddistingue e col quale cerco di farmi perdonare i ritardi redazionali che Umberto sopporta! Forse perché sono stata la prima a battezzare tutte noi... le sue Wining's Angels

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