di Silvia Parcianello
Cabernet Sauvignon. Cabernet Franc. Merlot, Carmenere. I vitigni internazionali per eccellenza da cui ha origine il celebre taglio bordolese, ovvero la commistione di vini ottenuti da queste uve. Si tratta di un’unione di vini, non di uve, in quanto il periodo di maturazione è diverso.  Nati e cresciuti in Francia, in quella zona paradisiaca per la produzione di grandi rossi che si chiama Graves, foce della Garonna, capoluogo Bordeaux. Una città con un palazzo a forma di decanter, e non aggiungo altro.

Vitigni esportati in ogni parte del mondo dove si produca vino. Con alterne fortune. A volte per dare valore agli autoctoni del luogo, a volte per produrre in gran quantità in territori e periodi vocati al vino come alimento e non come piacere edonistico, a volte per produrre grandi vini e far concorrenza ai bordolesi “autoctoni” con le radici ricoperte dalla ghiaia della Garonna. Per qualità e anche, raramente, per prezzo. Si veda alla voce Merlot della Napa Valley, per esempio. Se un po’ masticate di vino già avrete capito dove vado a parare oggi.

Sono nella pianura del Veneto Orientale, terra incastonata tra mare e montagne, terra in cui la sabbia del Mare Adriatico arriva fino all’entroterra e in cui negli anni 80 di vitigni bordolesi se ne sono piantati tanti e tanti ettari. Da bambina ricordo la vendemmia del Merlot nei vigneti del nonno, grappoli enormi e uva fruttata che non riuscivo a impedirmi di mangiare. E il Cabernet Franc nelle bellussere, ormai estinte, riparato da un fogliame fittissimo.

Tempi passati. Quella volta l’obiettivo era produrre molta uva, fare il vino di casa con il vigneto che ne produceva meno e il resto conferirlo in cantina sociale. E qui, nel Veneto inoltrato, quei vitigni con il nome tronco che sembra dialetto più che francese sono davvero di casa da molti anni. Non sono autoctoni dal punto di vista ampelografico ma un permesso di soggiorno permanente l’hanno guadagnato di diritto.

Un sabato mattina di febbraio sono stata sottoposta da una compagnia di amici degustatori capitanata da Gianpaolo Giacobbo, giornalista, già allievo di Sandro Sangiorgi, già conduttore radiofonico rock&wine, nonchè collega  Slow Wine, a una dolce tortura, o a un gioco che dir si voglia.

6 + 1  bottiglie di vini da Taglio Bordolese, provenienti da varie zone dell’Italia settentrionale, alla cieca

Per confrontarci e per cercare di stabilire a che punto siamo in Nord Italia. Per capire quanto conta il vitigno e quanto la terra per avere un vino pregevole e poi, fino a che punto il concetto di autoctono sia legato al vitigno e non anche al terroir in cui lo stesso vitigno si è ambientato da molti anni. A ospitarci in questo simposio la Cantina Vintinove di Portogruaro che, oltre a fornire una delle bottiglie concorrenti e quindi sottoporsi a un giudizio che si sarebbe potuto rivelare spietato, ci ha deliziati con eleganza e ospitalità.

Naturalmente non ha senso descrivere alla cieca le bottiglie per iscritto quindi rivelerò ogni particolare di esse. Resta il fatto che una volta nei calici, fatto il confronto secco di olfatto e primo impatto gustativo, la sensazione è stata quella di trovarsi davanti a dei vini di livello molto simile tra loro, nelle doverose differenze dovute ad annate, territori e blend di composizione.

Vigneto Due Santi – Cavallare 2012: siamo a Bassano del Grappa, zona Marsan, terra molto magra. Il vino mi sorprende per il profumo dolce, di fragola e cuoio, con netto aroma di vaniglia che si intreccia piacevolmente e lascia solo intendere l’uso di barrique nuove nell’affinamento. Nessuna traccia di sentore erbaceo che spesso caratterizza i bordolesi di queste zone. Al palato è rotondo e sapido, di corpo non eccelso ma di buona beva. Quella che definirei un’ombra onesta in trevisano stretto. Piacevole con crostini radicchio e salsiccia. La composizione è 60% Merlot, 25% Cabernet Franc, 15% Cabernet Sauvignon. Al pubblico costa 15 euro.

Cantina 29 – Arcumbè 2011: eccolo il prodotto della casa ospite (e ovviamente non lo sapevo), Doc Venezia, terra marnosa caratterizzata dal caranto, di non facile lavorazione. La sensazione è di un bouquet più scuro e maschile del precedente: profumi di china e liquirizia misti a note acidule e verdi, media speziatura. Riconosco l’impronta del territorio in cui sono cresciuta. Il sorso è sapido e nervoso, bisognoso di ulteriore affinamento ma al tempo stesso ha una personalità tutta sua e un fin di bocca rotondo che è andato a nozze con la pasta e fagioli. Da rivedere fra qualche anno. La composizione è 60% Merlot, 30% Carmenere, 10% Refosco dal peduncolo rosso. Al pubblico costa 7,50 euro.

Loredan Gasparini – Capo di Stato 2011: sempre in  Veneto ci spostiamo sul Montello, in provincia di Treviso. E’ stata un’annata piovosa la 2011 e questo vino ne porta le tracce. Il profumo è ombroso, di erba e spezie, con un sentore di vaniglia pronunciato. Ci troviamo davanti a quello che Charles de Gaulle definì un “bordolese rustico” e la definizione calza parecchio. Al palato si esprime meglio che al naso, conservando le asperità ma suggerendo un abbinamento con piatti della tradizione, mi viene in mente il muset col purè (versione veneta del cotechino). Un vino corretto e territoriale. E’ composto da Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot e Malbec. Le vigne sono vecchie, bellissime, monumentali. Costa 50 euro.

Haderburg – Erah 2010  A.A. Doc: dal Veneto ci spostiamo a Salorno, in un territorio vocato alla viticoltura come pochi altri, l’Alto Adige. Il naso di questo vino è buio, mora e cacao, uva nera. Elegante e ammaliante. Il sorso è dritto e sapido con fin di bocca balsamico alla liquirizia ed eucalipto. Pieno e potente. Un vino completo, tecnicamente perfetto. Il mio preferito della batteria, a cui dedicherei un grande piatto della tradizione del mio paese, la sopa coada, un pasticcio di pane, gallina bollita, brodo e parmigiano. Un abbinamento che scalda il cuore.  E’ composto da Merlot, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc. Vino biodinamico, con buona pace di coloro che ancora pensano che i biodinamici siano tutti più o meno difettati. Costa 35 euro.

Case Paolin – San Carlo 2007: torniamo in Veneto, di nuovo sul Montello e Colli Asolani, annata 2007. Il bouquet è ampio e ricco. Confettura di prugna, cuoio, spezie e frutta che si fonde con la vaniglia. Poi ancora frutta sotto spirito. Il fin di bocca è più dolce dei precedenti, piacevolissimo, ricorda un boero, cioccolato e marasca, dato da un’alcolicità imponente ben accompagnata dalla progressione del tannino. Perfetto per un arrosto ripieno di verdure, magari melanzane. E’ il vino perfetto arricchito da frutta. Composto da 60% Cabernet Sauvignon, 20% Cabernet Franc, 20% Merlot. Vino biologico, per il commento vedi sopra. Costa 30 euro.

Chateau Figeac 2012 – Saint Emilion: dovevano essere solo italiani e invece uno era intruso. Devo ammettere che l’avevamo identificato come “il diverso”, senza capire fino in fondo quale fosse la diversità. Molto profondo al naso con una nota imperiosa di inchiostro, pepe, cuoio nero e vaniglia. Grande pulizia nel bouquet, note mentolate dopo il primo sorso. La beva sapida e potente, ben bilanciata. Un vino decisamente piacevole anche se non è stato considerato il benchmark della giornata, come si potrebbe pensare e come probabilmente sarebbe accaduto degustando a bottiglie scoperte. Non è dichiarata la composizione, come spesso accade Oltralpe. Costa 120 euro.

Tenuta San Leonardo – San Leonardo 2001: andiamo in Trentino e a queste condizioni ci andrei anche a pedate. In questo calice era contenuto un potente antidepressivo. Di color granato, segno di un vino evoluto (17 anni!), anche nei profumi di china, caffè, erbe officinali e prugna disidratata. Al palato è maturo e potente e non serve aggiungere molto altro. Lo accompagnerei a una selezione dei migliori cioccolati extra fondenti, dall’85% cacao in su, per enfatizzarne l’effetto antidepressivo ed esaltare le note tostate e fumose. Uno spettacolo. Composto da Cabernet Sauvignon, Carmenere e Merlot. Prezzo variabile a seconda di dove riuscite a trovarlo, ammesso che ci riusciate. Dai 50 euro ai 120 dollari.

Le mie conclusioni credo le abbiate lette tra le righe se siete riusciti ad arrivare fin qui, il resto lo lascio a voi.

E’ stata davvero una tortura… non poter finire tutti i calici.

3 Risposte

  1. tina

    Mi sono rimaste nel cuore, in ordine sparso: Ancarani: Santa Luisa Albana “13 Daniele Ricci: i timorasso e una sorprendente Croatina (“07?) Valli Unite: Barbera Riserva “10 Barraco: Zibibbo (“15?) Cascina degli ulivi: L’Etoile du Raisin “07 Chateau tour blanche: i loro trebbiano (ugni blanc) dritti e sapidi online

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  2. Elena Miano

    Gentile Silvia, dispiace un po’ vedere che tra questi tagli bordolesi non compare nemmeno un vino prodotto nella provincia di Bergamo. La zona di Grumello del Monte, per esempio, produce ottimi tagli bordolesi, la cui qualità sale di anno in anno. Sarebbe interessante venire a incontrare questi produttori e produttrici che, con coraggio e tenacia, ogni giorno lavorano per diffondere la conoscenza di questa area vitivinicola. Se avrà la cortesia di lasciarmi un suo recapito sarà mia cura invitarla alla quarta edizione di Bergamo, vino en primeur. Sono Elena Miano, delegata di Lombardia della Associazione Nazionale Donne del Vino.

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    • Silvia Parcianello

      Gentile Elena, la ringrazio davvero per la sua segnalazione. Sarebbe proprio bello che la prossima volta potessimo esplorare anche altre zone d’Italia visto che la qualità della produzione cresce di anno in anno. La contatterò sicuramente per meglio conoscere la zona che mi ha consigliato. Buona giornata!

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A proposito dell'autore

Silvia Parcianello

Silvia Parcianello Trevigiana, capelli rossi e lentiggini, anticonformista per natura, appassionata di cultura. Nei vigneti con i nonni prima di andare a scuola, Sommelier Fisar dal 2010, Docente e Degustatore Ufficiale, collaboratrice Slow Wine. Dal 2012 aiuto a selezionare ristoratori appassionati da inserire nella guida “Ristoranti Che Passione”. Una laurea in giurisprudenza per darmi rigore, una mente curiosa per tenermi viva, in ogni cosa cerco piacere ed emozione. Cibo e vino sono per me cultura, sentimento, nutrimento, passione. Amo i sapori decisi, le grandi acidità e le grandi dolcezze, i piatti tradizionali con pochi artifici, i prodotti di stagione e che esprimono identità del territorio. Si racconta che cucini piuttosto bene, ma solo per chi amo . Se sento il bisogno di nutrire una persona invitandola a cena significa che mi è entrata nel cuore. Nell’era del web e dei social resto legata alle sensazioni, che spero di riuscire a trasmettere con foto e scritti. Perché per me la gioia più grande è emozionare.

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