di Umberto Gambino

Dallo scorso mese di giugno il Consorzio Tutela dei Vini Frascati ha un nuovo presidente: è Paolo Stramacci, 70 anni, ingegnere meccanico, esperto di meccanizzazione agricola e viticoltore per naturale tradizione familiare. Frascati è patrimonio storico dell’agricoltura italiana e non solo perché è stata una delle prime DOC, istituita il 3 marzo 1966. Il vino Frascati si fa da almeno duemila anni. Nel 2011 (prima vendemmia, 2012) il salto di qualità con la DOCG per le tipologie Superiore e Cannellino. Di vicissitudini questi vini prodotti alle porte di Roma ne hanno vissute parecchie e contrastanti. Nell’ultimo decennio tutta la filiera di produzione e il Consorzio hanno provato a imprimere la “velocità” giusta a questo vino, per fargli spiccare il salto di qualità definitivo ma i risultati non soddisfanno ancora: anzi, la velocità media è più o meno di 20 all’ora. C’è ancora tanto da fare. Non invidiamo affatto Paolo Stramacci (e il suo consiglio d’amministrazione) per il difficile compito da svolgere nel triennio di mandato.

Punto numero uno: come migliorare la qualità intrinseca del Frascati DOCG Superiore? Perchè è da qui che bisogna partire.
Alla fine di luglio abbiamo chiesto alla Regione la riduzione delle rese per ettaro: da 140 a 110 per la DOC, da 110 a 90 quella della DOCG. Il Consorzio ha chiesto ai conferitori di operare una selezione delle uve già all’origine, per poter lavorare poi in cantina su una qualità mediamente migliore. Dalla vendemmia 2016 la resa è stata abbassata appunto a 110 e 90: siamo già sotto al disciplinare ufficiale. La resa delle uve dipende anche dall’andamento della vendemmia. E’ un piano triennale approvato in Cda che contiamo di applicare anche per i prossimi due anni.

Ci saranno nuove proposte di modifica del disciplinare?
Qualche produttore vorrebbe utilizzare anche i vitigni internazionali. Ma in generale è una proposta caduta nel vuoto, anzi bocciata perché secondo noi perderemmo la nostra tipicità. Nooi invece puntiamo a incrementare la percentuale del nostro vitigno più autoctono, la Malvasia del Lazio, fin dai nuovi impianti. Riconosco che ci possa essere un 4,5% di uve internazionali nell’uvaggio del Frascati, ma pochissimi produttori li utilizzano e comunque non li dichiarano.

Ci sono poche etichette in giro del Frascati DOCG Superiore Riserva: come mai?
In base al disciplinare, la tipologia Riserva può essere commercializzata il 1° novembre dell’anno successivo alla vendemmia. Ma deve rimanere almeno tre mesi in bottiglia. Sono solo cinque i produttori che imbottigliano la Riserva. Abbiamo verificato che alcuni Frascati Superiore, quelli ben fatti, dimostrano una longevità spiccata e si possono bere con soddisfazione anche dopo 3-4 anni. C’è una fase di ricerca, iniziata in modo autonomo e spontanea che il Consorzio vuole incentivare.

Siete tra i primi ad aver realizzato la tracciabilità del Frascati, dalla singola pianta alla bottiglia finale.
La consideriamo ormai acquisita. Valoritalia è l’ente terzo certificatore che fa le visite in ogni cantina per certificare tutta l’uva prodotta per le tre denominazioni. Attraverso questo ente siamo in grado di verificare in tempo reale quante bottiglie di Frascati DOCG e DOC vengono imbottigliate da ogni singola azienda. 

Quali saranno le strategie per valorizzare pienamente i vini Frascati?
Anche se negli ultimi anni abbiamo fatto dei passi avanti, ammetto che siamo ancora molto indietro. Il punto fondamentale è migliorare la qualità dei nostri vini e – come detto – lo stiamo facendo abbassando le rese spontaneamente e chiedendo sempre uve migliori e già selezionate. Il Frascati attuale è molto diverso da quello banale e monocorde di un tempo. Oggi i nostri vini sono più profumati e avvolgenti. Il secondo step è quello di migliorare la comunicazione, farci conoscere meglio, conferendo ai nostri vini dei contenuti immateriali quali la storicità, le tradizioni, e altro. Per esempio, organizzando eventi mirati e di spessore.

Il biologico?
La percentuale è ancora limitata, inferiore al 5%, dipende però dalle singole zone: a Pietra Porzia, per esempio, il terreno vulcanico si presta bene all’agricoltura biologica ed è esposta verso il mare. Queste zone sono le bocche secondarie del vulcano principale, che era il Tuscolo.

I vini Frascati imbottigliati fuori zona: il Consorzio come si comporta con queste aziende.
Ci sono sei cantine fuori zona che possono imbottigliare in base a una vecchia deroga: Fratelli Martini, Castellani, CAVICI Ciccariello, Cenci, EnoItalia, Veliterna Vini. Fontana Candida, del gruppo GIV, è l’azienda leader del Frascati: lavorano un terzo delle uve prodotte nella zona. Ci hanno sempre creduto nel Frascati producendo solo questa tipologia con tre diverse etichette. Per razionalizzare i costi industriali, hanno deciso di centralizzare alla cantina Bigi di Orvieto (Umbria) una parte dell’imbottigliamento della DOC. Voglio precisare però che tutte le cantine fuori zona imbottigliano solo i Frascati DOC e non la DOCG: non esistono deroghe di imbottigliamento per la DOCG. E’ comunque tutto a norma di legge.

Qual è il rapporto con la neonata  DOC Roma?
Ottimo. Ci stiamo confrontando con l’associazione presieduta da Tullio Galassini che si vorrebbe costituire in Consorzio. In futuro si potrebbe arrivare alla gestione di due o tre consorzi fra loro associati: una sorta di super consorzio. Penso, per esempio, oltre al Frascati e alla DOC Roma, anche alle Doc Marino, Colli Lanuvini e Castelli Romani.

Qual è oggi il valore economico del vino Frascati in rapporto agli altri vini bianchi italiani?
Il prezzo medio secondo noi è troppo basso. Vogliamo cercare di valorizzare la bottiglia dando dei contenuti differenti: oltre al vino fatto bene, ci deve essere dietro una storia, una vinificazione particolare, un sistema da mettere in piedi qui a Frascati, unendo le nostre con quelle della Strada dei Vini dei Castelli Romani, con i degustatori ONAV e  il Comune.22-20160928_114339

Cosa manca per fare il salto di qualità?
Manca forse la convinzione da parte delle aziende, manca l’orgoglio proprio della zona nel difendere i prodotti tipici, ma c’è anche un modo di vedere il Frascati in modo differente: alcune cantine vedono ancora in questo vino il bottiglione per cucinare e altre invece stanno lavorando seriamente per migliorare la qualità del prodotto. Lo dico senza mezzi termini: se non riusciamo a valorizzare il Frascati sarà difficile portare avanti la viticoltura in zona. Noi siamo in una zona collinare, dove ci sono molte aziende piccole che devono operare con molte lavorazioni fatte a mano, e costi di produzione più elevati rispetto ad altre zone dove ci sono grandi aziende completamente meccanizzate. L’unica possibilità di salvezza nostra è valorizzare il prodotto per ricavare di più e per poter retribuire tutta la filiera. Altrimenti rischiamo di essere tagliati fuori.

Come va il Frascati all’estero?
Le aziende più grandi riescono a esportare il 65-70% della produzione, le più piccole incontrano qualche difficoltà perché per loro è più difficile organizzarsi singolarmente. Finora il Consorzio non è riuscito a dare una mano ai nostri piccoli produttori. Qualcosa è stato organizzato, ma obiettivamente, poca roba.

La sensazione che si ha, però, è che rispetto ad altre zone vinicole italiane, i produttori del Frascati non riescano a fare bene squadra. Non esiste per esempio un evento fisso, un’anteprima delle nuove  annate del Frascati Superiore.
C’è tanto da fare, è vero, siamo rimasti indietro e dobbiamo recuperare terreno in tante cose che non sono state fatte. Siamo all’anno zero per il Frascati. Tutti questi elementi sono sul piatto e il nuovo Cda ha evidenziato le criticità mettendo all’ordine del giorno le cose da fare. Siamo ottimisti in tal senso. Bisogna tornare a formare la coscienza dei produttori. Il problema è che la politica ha messo troppo le mani negli uffici del Consorzio, saccheggiandolo culturalmente. I comuni che fanno parte del territorio della DOC devono essere onorati di lavorare con noi.

Un altro nervo scoperto è il rapporto dei vini Frascati con la ristorazione romana…
Verissimo! E’ un rapporto difficile, perché i ristoratori non promuovono i nostri vini. Se riuscissimo ad invertire la tendenza non avremmo alcun problema a valorizzare il vino. La realtà è sotto gli occhi di tutti: ci sono problemi perché i ristoratori seguono le mode o perché non credono ai nostri sforzi nel migliorare il prodotto: il rapporto è e rimane difficile. Non solo: abbiamo notato che, eccetto qualche ristorante d’elite, quelli di livello medio e più basso non scelgono nemmeno i Frascati giusti: pur di pagarli 30 o 50 centesimi di meno alla GDO, acquistano anche vini di annate precedenti a quella ordinaria in commercio e non sempre sono all’altezza. Poi i vini li bevono i clienti e … la frittata è fatta! Dobbiamo provare a educare culturalmente i ristoratori spiegando come si scelgono i Frascati giusti. In questa ottica, il Consorzio ha allo studio un’iniziativa promozionale del Frascati insieme agli chef stellati romani.

Problemi anche con le associazioni locali dei sommelier?
Purtroppo sì! E’ paradossale che a Roma le associazioni dei sommelier organizzino manifestazioni e degustazioni con denominazioni di vini bianchi di altre regioni e non con quelli locali come il Frascati. C’è una sorta di “esterofilia” imperante. Vorremmo dialogare anche con loro.

Per il futuro della denominazione sarà determinante il lavoro di Rosanna Ferraro, responsabile comunicazione del Consorzio di fresca nomina.
Risponde Rosanna: “C’è tanto da fare e lo faremo. Siamo subito intervenuti sul marchio, operando un semplice restyling e aggiungendo il nome di Roma nella cornice. Questo vino si produce a Frascati, Monte Porzio Catone, Grottaferrata, Roma e Monte Compatri, nome quest’ultimo ancora assente dal logo. Faremo in modo d’inserirlo e torneremo a lavorare sul marchio”.
Anche la scritta è stata corretta in “Consorzio Tutela Denominazioni Vini Frascati” (sono tre le tipologie). Insomma, per valorizzare e comunicare meglio i vini Frascati occorre una vera e propria strategia, una Road Map!

Il Frascati dà i numeri
Viticoltori del Frascati sono 430, circa la metà sono soci del Consorzio. Cantine socie del Consorzio: 32 in zona (alcune fanno il ciclo completo, dall’uva all’imbottigliamento, altre solo vinificazione e imbottigliamento). Solo il 5% produce vini biologici. Bottiglie prodotte nel 2016: 1.600.000 di DOCG Superiore, 130.000 di Cannellino, 8 milioni di Frascati DOC. La quota di Frascati sfuso (non DOC) rappresenta il 15%

Frascati Superiore DOCG – La composizione
Malvasia bianca di Candia e/o Malvasia del Lazio (Malvasia puntinata) minimo al 70%.
Bellone, Bombino bianco, Greco bianco, Trebbiano toscano, Trebbiano giallo da soli o congiuntamente fino ad un massimo del 30%.
Le altre varietà di vitigni a bacca bianca idonei alla coltivazione nella regione Lazio, presenti nei vigneti possono concorrere fino a un massimo del 15% di questo 30%.