di Marilena Barbera
grahm-5Arrivo sotto il tendone che ospita il Burlington Wine and Food Festival eccitata come una bambina alle giostre. Per me, una festa che si ripete ogni anno, così differente dalle degustazioni ingessate e formali che sono lo stile prevalente, qui nel vecchio continente: una grande tenda bianca, dicevo, drizzata su un prato verdissimo ai margini del Grande Lago tra Canada e Stati Uniti, piccoli tavoli uguali per tutti, i food trucks le griglie e le cucine allestite poco distante, musica dal vivo in sottofondo. Country in prevalenza, ma anche incursioni blues e struggenti ballate di rock purissimo ad accompagnare una giornata in cui pubblico e operatori, appassionati e wine guru festeggiano importatori e produttori appena giunti da mezzo mondo.

È un lungo, interminabile abbraccio, The Big American Hug, come lo chiamano qui: vecchi amici disposti a più di mezza giornata di viaggio solo per poterti salutare, giornalisti che si prenotano in anticipo per un’intervista di dieci minuti nemmeno fossi una famosa, i proprietari dei ristoranti che vengono apposta per chiederti di poter organizzare una serata con i tuoi vini, i volti sorridenti di chi hai incontrato l’anno scorso e quello prima, e che sei felice di ritrovare sempre curiosi, sempre interessati, mai sazi di quella scintilla di esotismo che noi vignaioli europei, con i nostri accenti sbilenchi e i nostri strani vitigni e le denominazioni impronunciabili, gli regaliamo ogni volta.

Questa volta, però, il regalo l’hanno fatto a me. Mike, il mio distributore del Vermont, mi si avvicina con aria sorniona e mi dice che proprio non posso perdermi il tavolo 68. Sfoglio rapidamente il catalogo e sobbalzo: lui, proprio lui in carne, coda di cavallo e magnetismo ipnotico a mescere i suoi vini dietro al banchetto.

Randall Grahm, l’uomo che per primo ha parlato di terroir in California quando l’unica California possibile era quella modernista e internazionalista dei cabernet polputi e muscolari e degli chardonnay tuttifrutti e barriques virginee, il businessman in lite con se stesso che dopo più di vent’anni di onorata e parecchio remunerativa carriera ha venduto gran parte dei vigneti e una cantina da cinque milioni di bottiglie per selezionare micro-loci in Central Coast dove impiantare varietà francesi e italiane, sperimentare piedi franchi e viti riprodotte da seme, il sognatore della vinificazione tantrica, l’affascinante comunicatore da 330.000 followers.
Mi accosto ad un tavolo affollato ma non assediato, il mio calice in mano, ad aspettare pazientemente il mio turno. Non ho fretta, ho bisogno di acclimatarmi al personaggio prima ancora che di immergermi nei suoi vini. Mr. Grahm parla poco e lentamente, usa gli occhi e le mani più che le parole.

Il primo vino,
Albariño 2012, scivola nel bicchiere lanciandomi ammiccanti sguardi verdolini, delicato come un mazzolino di fiori bianchi, uno spruzzo di bergamotto che si apre su una zagara di splendida intensità e finezza man mano che si distende su una migliore temperatura di servizio. Non vi trovo il calore di Santa Cruz, che ho visitato un paio di vite fa, l’arsura dei pomeriggi estivi, ma una sorprendente acidità. Non capisco, ma mi adeguo.

Continuo con il
Vin Gris de Cigare 2012, cangiante rosato dai toni salmone dove la Grenache, dopo una breve macerazione, incontra una piccola frazione di vitigni a bacca bianca che rende cremosa una beva sapidissima, balsamica, schiusa su note di arancia amara.

Clos de Gilroy 2011
è, fra i vini, quello che mi è piaciuto di meno. Vi ho sentito una impercettibile stanchezza, uno stile più californiano degli altri, californiano come ce lo immaginiamo, un rosso piuttosto fitto con i tannini in evidenza, ammorbiditi (forse) da micro-ossigenazione e da un finale molto dolce e maturo.
Ritorno al sorriso con Le Pousseur Syrah 2010, dove trovo uno stile con meno effetti speciali, più intimo, riservato, forse per l’alcol meno invadente.
Che è comunque nulla rispetto al primo vero incontro d’amore della giornata: Contra 2010, Carignan e Mourvedre dice l’etichetta. E’ denso, intenso e piccante sulla lingua, un frutto fragrante e succoso di mirtillo che si arrampica su una parete verticale di granito. Non lo so, devo aver detto qualcosa, o forse ho solo fatto una faccia strana, o uno sguardo interrogativo, il naso ficcato nel bicchiere per cercare di capire quello che intuisco, ma che non riesco ad afferrare.

Fatto è che lui, LUI, si ferma e mi fissa, e mi chiede: chi sei? Credo di essere arrossita. Glielo dico, e lui mi sorride e mi parla. Mi racconta che
Contra nasce da vecchie viti a piede franco, non tutte, ma una buona parte, viti di cent’anni dice, e che affina in tini speciali, all’interno dei quali sono stati montati degli scalini di legno che permettono alle fecce fini di depositarsi ad altezze diverse e non solo sul fondo del contenitore, come di solito accade. Un contatto intenso, fecondo, con il vino. Lo guardo conquistata, nemmeno voglio più capire, ma solo sentire, entrare in contatto.


Le Cigar Volant 2008
è perfetto, pure troppo. Un bel vino in un impeccabile abito blu, un gentiluomo dal fisico atletico, una specie di Sean Connery da giovane, intenso ma non cupo, affascinante ma eccessivamente composto. Impeccabile, ma… Mi si legge in faccia, evidentemente. Lui mi guarda e mi dice: mi dai una mano? Vado a prenderti una cosa. E mi fa segno di passare di qua del banchetto.

Oddìo! Io, ragazza di campagna di Menfi in Sicilia, a servire i SUOI vini ai suoi fans a Burligton, Vermont. Mi sento come se il Boss in persona mi avesse tirata sul palco a ballare Dancing in the Dark di fronte all’universo, ma ovviamente cerco di far finta di niente e godermi il momento.

Torna dopo pochi minuti, portando con sé due bottiglie, le riserve
en bonbonne, la rossa e la bianca. Lui ora lo sa, mi ha capita fino in fondo, ed apre la rossa per prima.

Le Cigar Volant 2008 Réserve: ridotto, ritroso e scontrosissimo all’inizio, ci mette un tempo infinito a svelare i suoi grani di pepe verde, i fiori secchi, la rosa e la cipria, e il gesso. La ciliegia arriva dopo un’ora almeno, il tartufo e il sottobosco arriveranno, me lo sento, fra una mezza giornata. Io aspetto e annuso, lui mi racconta dell’affinamento in damigiana: tre anni in cui le fecce vengono smosse lievemente da un magnete, azionato dall’esterno, che attrae il suo contraltare metallico posto all’interno.
Mentre racconta, apre lentamente Le Cigar Blanc 2010 Réserve, e lo versa in un calice pulito. Non filtrato, lievemente opaco, il vino è un’ode alla mela declinata in tutte le forme possibili: la mela frutto e l’aceto di mele e la mela al forno, con il suo bel caramello e la granella di nocciole tostate spruzzata in cima. Dolce al naso, sferzante in bocca, giovanissimo e vibrante, scalciante quasi.

Vinificazione tantrica, mi ripeto mentre me ne torno, pensierosa, al mio banchetto, portando con me l’ultima stilla di quella Riserva. Un gioco a trattenere il respiro, il nutrimento lento e costante delle fecce, un rilascio controllato di energia, un’esplosione crescente e ritardata che non arriva mai.
Più tardi, nel pomeriggio, me lo ritrovo davanti con il calice in mano. Gli verso i miei vini in silenzio, lui li degusta con aria divertita. Poi, indicando l’Inzolia, quella delle vigne vecchie, mi dice: “Good job, girl!”, e scompare tra la folla.
Ecco. Io, uno così, me lo sposerei.

Credits:
Bonny Doon Vineyard, Tasting Room, 450 Highway 1, Davenport, CA 95017 – www.bonnydoonvineyard.com
Colonna Sonora:
Bruce Springsteen, Dancing in the Dark – Born in the U.S.A., Columbia Records, 1984

 

 

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A proposito dell'autore

Marilena Barbera

Da bambina sognavo la carriera diplomatica, ma dopo la Laurea in diritto internazionale a Firenze ed un Master tributario a Verona il richiamo della mia Sicilia è stato più forte, tanto da riportarmi a casa dopo quindici anni di studio e di lavoro. Tornata a Menfi, mi sono tuffata a capofitto nell'azienda vinicola della mia famiglia, occupandomi inizialmente delle vendite e del marketing sia in Italia che, soprattutto, all'estero, riuscendo così ad assecondare la mia grande passione per i viaggi e per le culture lontane. Stando in cantina a tempo pieno mi sono poi perdutamente innamorata del vino: dapprima in punta di piedi, negli ultimi anni con sempre maggiore dedizione. Fare il vino, metterci le mani la testa e il cuore mi ha permesso di scoprire una dimensione che è fatta soprattutto di sperimentazione, nella ricerca di una sintesi tra la splendida natura che mi circonda e la mia aspirazione a interpretarne l'essenza.

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