di Marina Alaimo “Acino Ebbro”
Neostos
sta per “nuovo ritorno” in lingua greca e ricorda anche le origini antichissime dei luoghi che i popoli ellenici adoravano. Chiamavano Enotria le terre di Calabria  perché qui il vino veniva proprio bene e l’affaccio lungo sul Mediterraneo facilitava gli spostamenti e il commercio. I tre spiriti ebbri sono Pierpaolo Greco, ingegnere, Damiano Mele, architetto e Michele Scrivano, educatore. Spesso le proprie radici si vanno a ricercare e rafforzare nella vite, il legame con la terra considerato tra i più nobili dall’uomo, sin dalla notte dei tempi. Per loro è salda la consapevolezza del valore dei tantissimi vitigni storici che la Calabria preserva, troppo spesso caduti nell’oblio.

La piccola azienda enologica si trova nella Sila, precisamente nel comune di Celico, dove l’emigrazione – sin dai primi del Novecento – è continua, segnando un notevole spopolamento proprio di questa area interna e montuosa della Calabria. La scomparsa della vitivinicoltura in questo territorio è dovuta all’abbandono delle terre, ma i tre spiriti ebbri proprio non si sono rassegnati a questa triste assenza.

Li ho incontrati in occasione di Sud & Champagne, evento interessantissimo organizzato da Club Excellence, tenutosi presso il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa a Napoli, la prima ferrovia d’Italia, di origine borbonica. Li avevo già conosciuti ad una kermesse Cuzziol che distribuisce i loro vini, ma avevo assolutamente bisogno di tempo per saperne di più.

Il Pecorello bianco è un vitigno sul quale hanno puntato moltissimo. Originario della bellissima Valle del Savuto, si esprime in maniera particolarmente interessante nell’interpretazione dell’etichetta Neostos bianco 2018 dove viene vinificato in purezza. L’azienda è conosciuta per la scelta di abbracciare i principi legati ai vini naturali, scaturita dal desiderio di sentirsi in armonia con la natura dei luoghi, scrigno prezioso di biodiversità sia vegetale che animale. Sembra questa per loro anche la strada migliore per preservare l’espressione identitaria del pecorello bianco, come di tutti i vini in produzione.

Nel bicchiere va atteso, e dopo un po’ il suo racconto arriva in maniera coinvolgente: il vino è profondo, elegante nei sentori di fiori di acacia, pompelmo e qualche accento di anice stellato. Affilato e diretto il sorso, rimanda l’energia vibrante e il timbro ancora molto giovane del vino, quasi un graffio dal sapore salino.

Ad oggi se ne producono circa 4000 bottiglie e sicuramente il tempo darà  il giusto valore all’impegno dei tre spiriti ebbri e al loro pecorello in purezza.