di Marina Alaimo “Acino Ebbro”
L’unione familiare dei Sorrentino ha dato vigore al progetto dell’azienza ai piedi del Vesuvio portandola a una rapida ascesa. Il forte legame con il territorio si è consolidato sui tantissimi ricordi di momenti felici vissuti tra le vigne in questo scorcio di grande bellezza. I filari si arrampicano maestosi e fieri tra lapilli e rocce laviche sul versante sud-ovest di Boscotrecase.

La famiglia Sorrentino

Si è partiti nel 1953 con due moggi allevati con spontanea naturalezza da nonna Benigna. Sotto la pergola vesuviana di piedirosso, aglianico, caprettone, catalanesca e falanghina, coltivava anche l’orto, come si è sempre fatto da queste parti. Le vigne guardano verso il mare, con una veduta aperta sul golfo di Napoli mentre il cono del Vesuvio, alle spalle, sembra seraficamente assopito. La sua presenza non inquieta chi vive da queste parti, anzi, c’è gratitudine per avere reso i terreni così generosi ed il paesaggio unico nella sua magnificenza.

L’azienda Sorrentino è divenuta, infatti, un forte attrattore turistico tanto che sono numerosissime le visite registrate ogni giorno. Arrivano in tanti anche dall’estero e qualcuno chiede di dormire tra le vigne nelle due casette che nonna Benigna utilizzava come appoggio quando sostava a lungo per sorvegliare i filari, godendosi quel benessere che solo la natura sa infondere. Oggi gli ettari di proprietà sono 35 e le bottiglie prodotte sono 250.000. La notevole crescita si deve all’entrata in scena dell’ultima generazione, unitamente alla supervisione di papà Paolo: Giuseppe, Benny e Mariapaola si sono specializzati in settori diversi, utili per l’azienda, imprimendole una svolta coraggiosa. I ruoli in famiglia sono ben definiti: Giuseppe è il responsabile marketing; Benny l’enologa; e Maria Paola, laureata in Scienze del Turismo, si occupa ovviamente dell’accoglienza e gestione degli enoturisti.

Le vigne si spingono oltre i 600 metri di altitudine, una vera rarità da queste parti. Più si sale, più selvaggio diventa il contesto, avvolto dal bosco del Parco Nazionale del Vesuvio, tratteggiato dalla scura roccia vulcanica che dona finezza e identità territoriale ai vini. Per volere di Benny nelle vigne si è molto impegnati a riprodurre in proprio le piante di caprettone, l’uva bianca del Vesuvio, varietà tendenzialmente neutra appena imbottigliata, ma che riserva espressioni interessanti in tempi più lunghi.

Come conferma il Vigna Lapillo Lacryma Christi bianco del Vesuvio 2011, (caprettone per l’80%, noto anche come coda di volpe bianca, e falanghina al 20%) stappato durante le ultime feste di Natale nella sala degustazione della cantina. Si mostra concentrato e profondo, molto espressivo e coinvolgente sia al naso che all’assaggio. Incuriosisce da subito, con i suoi sentori eleganti di mandarino e bergamotto, e poi di lavanda, miele, albicocca. Convincente il sorso vivace nella freschezza, saporito, pieno e vibrante.

Vigna Sorrentino

Grande attenzione è dedicata anche allo studio e alla riproduzione in proprio del piedirosso. Sono ben tre le etichette dedicate a questo vitigno, grazie a un interessante percorso di zonazione delle vigne posizionate a diverse altitudini. Cambia moltissimo, infatti, il vino nei diversi cru, acquisendo concentrazione e profondità mano a mano che si eleva l’altitudine. Anche in questo caso è la linea Vigna Lapillo a colpirmi maggiormente: le vigne sono poste a circa 500 metri di altitudine e il millesimo in degustazione è il 2011. L’annata mediamente fresca ha preservato il carattere sottile e luminoso del piedirosso, preciso nei profumi di viola e rabarbaro, mentre il frutto è scuro di more, appena pepato. Scattante il sorso che batte un ritmo vivace sulla velocità dei tannini e della freschezza. Un vino versatile a tavola che sa stare bene un po’ con tutti, mantenendo la sua identità vulcanica e una certa luminosità.

www.sorrentinovini.com