di Silvia Parcianello
La chiocciola è un animaletto invertebrato noto per la lentezza e il carattere schivo, non a caso appena qualcuno o qualcosa si avvicina, esso si ritira nella sua casetta, che si porta sempre appresso.

La chiocciola è da sempre simbolo di Slow Food e, per proprietà transitiva, di Slow Wine, associazioni note al pubblico per l’impegno nella salvaguardia del buon cibo e del buon vino, che sia prodotto con metodi sostenibili e rispettosi per l’ambiente e che sia poi commercializzato al giusto prezzo. Intendiamoci, il giusto prezzo non è né il più alto né il più basso, è quello sostenibile sia per il produttore che per l’acquirente al fine di avere un prodotto per quanto possibile sano e in armonia con l’ambiente.

La Chiocciola è il riconoscimento che annualmente Slow Wine assegna ad alcune tra le circa 2000 cantine visitate una per una dai propri collaboratori (è un lavoro molto duro ma qualcuno deve pur farlo),per il modo in cui la cantina stessa interpreta valori organolettici, territoriali e ambientali in sintonia con Slow Food. Dal 2018 l’attribuzione della chiocciola implica l’assenza di diserbo chimico nei vigneti e, infine, i vini di una Chiocciola rispondono al buon rapporto qualità prezzo, tenuto conto di come e dove sono stati prodotti.

201 Chiocciole si sono riunite sabato 13 ottobre alle Terme Tettuccio di Montecatini Terme per l’ormai celebre grande degustazione seguente alla presentazione della nuova edizione della guida Slow Wine. Una festa bellissima al sole d’ottobre.

Tra chiacchiere con colleghi e amici collaboratori, scambio di impressioni e nuove conoscenze con i produttori, assaggi stellari e nuove bottiglie scoperte, sono andata a caccia di Chiocciole. Bisognerebbe provarle tutte in realtà, ma al momento vi segnalo queste.

Cantine del Notaio – Rionero in Vulture (PZ). Un degustatore serio sarebbe partito dai delicati vini bianchi o dagli spumanti, ma io sono una degustatrice istintiva e mi sono lanciata sul vitigno più ruvido che esista in Italia, l’Aglianico. Il Lascito è un vino straordinario, frutto dell’assemblaggio delle ultime 20 annate di Aglianico del Vulture: sembra giovane, profuma di rose rosse e marasche e lascia la bocca carica di arancio e cioccolata. Di sostanza anche l’Aglianico del Vulture Il Sigillo 2013,  frutta rossa con note di spezie dolci che con gli anni affineranno armoniosamente. Rimedio anche un invito ad andare in cantina e passo oltre.

Franck Cornelissen – Castiglione di Sicilia (CT). L’Etna, si sa, è un microclima unico al mondo. Da un belga che è passato da un mondo di birra a una simbiosi con “a Muntagna” uno non sa bene cosa aspettarsi. Assaggio Munjebel VA 2016 e vengo gettata in un mondo di frutta rossa e aghi di pino, un sorso polposo e sapido, con tannino sostenuto e dal finale lunghissimo. Yeah.

‘A Vita – Cirò Marina (KR). Ormai sono andata in loop con i vini del Sude non riesco a staccarmene. Il Gaglioppo è un vitigno ingannevole. Sembra agile, svelto, dritto. In effetti è tutto questo e molto di più. Il Cirò Rosso Classico Superiore Riserva 2014 ha un sorso fresco e aranciato ma un finale incredibilmente lungo e pulito. Giro per un po’ annusando il fondo del calice che continua a trasudare frutta rossa e freschezza di arancia.

San Giovanni – Castellabate (SA). Io adoro il Fiano e il cuore mi porta in Campania. Trovo il Paestum 2017, non è Fiano in purezza ma in buona percentuale e la sua freschezza con note agrumate e di ginestra mi ritempra dall’overdose di rossi e dal caldo del sole toscano. Meno male che dovrebbe essere autunno.

 

 

Giancarlo Ceci –Andria. Ancora freschezza e tanto succo nel Castel del Monte Rosato Parchitello 2017. Il Bombino nero conferma di essere vitigno per rosati di grande classe, con aromi di frutta fresca e macchia mediterranea, sorso sapido e pulito. Da berne un secchio.

Fontanavecchia – Torrecuso (BN). La tregua per le mie papille è durata poco e sono pronta per nuove – forti – emozioni. L’Aglianico del Taburno è il più scontroso tra i biotipi di Aglianico (si chiama Amaro, vedete un po’ voi) ma non lo temo. L’Aglianico del Taburno Vigna Cataratte Riserva 2010 è complesso, potente e pulito, una bomba pronta a esplodere.

Togni Rebaioli – Darfo Boario Terme (BS). Basta Sud, ora si cambia registro. Un collega di Slow Wine Veneto mi presenta Enrico Togni e il suo Classico Dosaggio Zero Marti Cuntrare 2016, un Rosato spettacolare da uve Erbanno. La beva è affilata e succosa, pulita e diretta. Un vino di alta classe dalle montagne della Valcamonica.

 

Walter De Battè – Riomaggiore (SP). Altro territorio unico  le Cinque Terre. Walter De Battè mi guarda mentre assaggio Harmoge 2013, Bosco, Albarola, Vermentino. Devo aver fatto un’espressione di stupore perché conferma, con un sorriso, che è il territorio a renderlo così: iodato all’inverosimile, erbe aromatiche e tanta eleganza.

Fratelli Alessandria – Verduno (CN). Quando ci si addentra nelle Langhe bisognerebbe scrivere un libro solo per questo territorio. Tra tutti però mi ha affascinata il Barolo Monvigliero 2014, un tripudio di viole e rose l’impatto olfattivo, una beva polposa ed elegante tipica del Nebbiolo, un fin di bocca lunghissimo con tannino polveroso e nobile. Una goduria.

Montesantoccio Nicola Ferrari – Fumane (VR). Visto che di grandi rossi bisogna perire non posso non fermarmi da Nicola Ferrari per un sorso di Amarone della Valpolicella Classico 2013 che si presenta con belle note di marasca al naso e sorso corposo ed equilibrato. Il vero capolavoro di Monte Santoccio però si chiama Valpolicella Classico Superiore 2016, grande freschezza e bevibilità con il frutto che sta evolvendo in piacevoli note speziate. E’ molto facile che una sola bottiglia non sia sufficiente.

Luigi Tecce – Paternopoli (AV). Le luci si fanno più soffuse, il caldo si attenua, comincio a sentire la stanchezza e vengo di nuovo risucchiata dal sud Italia. Il Taurasi Puro Sangue Riserva 2013 è uno di quelli che poco tecnicamente definisco “vino wow”. Austero e polposo, tanta frutta nera sotto spirito si intreccia con le note terziarie di tabacco, cuoio, cenere e incenso. Wow!

 

 

 

 

 

Marco De Bartoli – Marsala (TP). Mi decido a fare l’ultimo assaggio. Dopo il Vecchio Samperi, affilato e graffiante con le note di nocciola a far da sfondo a un tripudio di agrumi non è che ci sia molto altro da dire.

Anzi no… altri tre grandissimi che non appartengono alle Chiocciole ma che non si possono dimenticare una volta assaggiati.

 

 

 

Favaro – Le Chiusure –Piverone (TO) – Erbaluce di Caluso 13 mesi 2016. Abbiamo sorriso con Camillo Favaro dicendo che “l’Erbaluce accende la luce”. Forse ero già un po’ brilla ma non a sufficienza per non accorgermi dell’eleganza del vino che stavo assaggiando, un tripudio di erbe, agrumi e note iodate. Un vino davvero luminoso. Non sarà una Chiocciola ma è un Vino Slow, che è l’equivalente per la singola bottiglia.

 

Cirotto – Asolo (TV)- Classico Dosaggio Zero Sogno 2013. Un metodo classico da Incrocio Manzoni che davvero è un sogno. Profumi di frutta tropicale e arancia candita, sorso teso e minerale. Altro Vino Slow.

Marjan Simcic – Brda (SL) – Brda Sauvignon Blanc Opoka 2015. Ormai il Collio sloveno fa parte di Slow Wine da anni. Il Sauvignon di Marjan Simcic è incisivo, fra note di salvia, foglia di pomodoro e freschezza infinita.

Ora, davvero, non c’è altro da dire.

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