di Michela Pierallini

mappa vignetiIl pranzo è finito, tutti sul pullman e via verso la cantina dei fratelli Zeni!  A me piace farmi scarrozzare in giro, posso mangiare e bere senza preoccuparmi della patente e anche guardare a destra e a manca senza dovermi concentrare sulla strada. Arriviamo velocemente a Bardolino e ad accoglierci c’è Fausto, che avevo incontrato non molto tempo fa all’Anteprima Amarone. E’ un bravo ragazzo, sempre molto disponibile a raccontare e spiegare i come e i perché dei vini e dell’azienda di famiglia. La struttura è imponente e non ha nulla a che fare con la piccola realtà visitata prima di pranzo, ma questo non cambia l’approccio gentile e amichevole del padrone di casa. All’esterno ci sono trattori, botti e attrezzature antiche, la giusta introduzione al museo del vino, realizzato nel 1991. Entriamo e percorriamo un lungo corridoio non molto largo. Appesi alle pareti ci sono piccoli vecchi attrezzi per lavorare in vigneto, pezzi di vite, fotografie dei predecessori di Fausto, carte geografiche e tra un “guarda questo” e un “guarda quello” riusciamo perfino a formare un ingorgo.
E’ naturale che sia così, trovarsi faccia a faccia con la nostra storia ha sempre un certo fascino. Chi non ha almeno un ricordo legato ai propri nonni con la falce invece del tagliaerba e il corno attaccato alla cintura dei pantaloni? Ognuno a modo suo porta impresso nel cuore e nella memoria qualche pezzo di storia che oggi non c’è più. Non serve dire che il legno, trai pezzi esposti, fa da padrone. Botti, carretti e zoccoli, fino ad arrivare alle Arelle, parola che sento per la prima volta. Le arelle sono i graticci tipici della Valpolicella, dove si mettono ad appassire le uve. Ah! Allora lo so cosa sono! Terminiamo il percorso con l’immagine di un torchio molto particolare, del XV secolo. Se non ha fascino questo, non saprei proprio cosa potrebbe averne. Usciamo dal passato per tornare nel presente, in vigna.
L’area del Bardolino è molto variabile, il terreno differisce da una zona all’altra. Questo è composto di scheletro sciolto e c’è anche un impianto d’irrigazione, da usare al bisogno. Resto sempre incantata dalle viti potate e legate, in fila per sei col resto di due. D’altra parte anche l’occhio vuole la sua parte. Mi fermo a osservare e, come al solito, mi distraggo e resto indietro. Le viti sono nate selvatiche, in origine erano addirittura lianose e ora, grazie all’operato dell’uomo, le vedo così, tutte uguali, tutte in fila una accanto all’altra, composte, educate, armoniose, rivolte al futuro che le vedrà germogliare, allungarsi, fiorire, fare grappoli e, finalmente, dare vita alla bevanda che da sempre mi accompagna: il vino.

Raggiungo il gruppo che nel frattempo si è fermato a guardare una new entry del museo, una vite di 100 anni, una vecchia pergola recuperata in un vigneto che è stato rinnovato. Certo che anche qui ne avrei da perdermi in pensieri ma se non voglio rischiare di essere lasciata a piedi è meglio che segua gli altri. Ci fermiamo tutti a pochi passi dalla bottaia, dove Angelo Peretti, direttore del Consorzio del Bardolino ci fa da Cicerone. “Non siamo fermi in un punto a caso” ci dice “questo è un interessante punto di osservazione per capire com’è nato il lago di Garda. Siamo sulla seconda dorsale, la penultima glaciazione. I ghiacciai hanno lasciato depositi come un immenso terrazzamento. I vini di queste zone sono salati per le morene lasciate dai ghiacciai. Se guardate proprio di fronte a voi, riuscite a vedere le cerchie moreniche”. Impressionante. Non so se sia solo suggestione, ma io le cerchie le vedo!
L’ingresso della bottaia è preceduto da una lunga scalinata, in discesa, che all’uscita, ovviamente, sarà in salita, e mi viene da sorridere. A ogni evento legato al vino, corrisponde una scalinata. A Verona l’ho addirittura fotografata, a Venezia lo stesso. Non sarà mica tutto calcolato per smaltire l’alcool in eccesso? Si resta abbagliati dalla magnificenza della bottaia, eleganti dipinti sul soffitto, tavoli di legno e vetro, quadri, l’albero genealogico della famiglia Zeni, e una distesa di botti e barrique da perderne il conto. Sono contenta di sedermi e sorseggiare il Cruino, il rosso veronese fruttato e piacevole che a quest’ora è un gradito saluto.
L’azienda Valetti ci sta aspettando e partiamo. La cantina è così piccola, in confronto a quella appena visitata, che mi fa quasi tenerezza. Credo che a suscitare questo tipo di emozione siano i ricordi legati alla mia infanzia. Senza inutili giochi di plastica ma con infiniti mezzi naturali, mi sono divertita veramente tanto. Un caro amico di mio padre aveva un piccolo podere, dove frangeva le olive con la macina a pietra e produceva anche un po’ di vino per casa. E, per fortuna, anche per casa degli amici. Sua figlia ed io passavamo ore dentro le vasche di cemento a giocare con il mastice. Ho ancora vivo in me il profumo delle ciambelle di corda usate per pressare le olive. Dall’alto della scala riesco a contare circa dieci vasche in cemento vetrificato, di colore verdino bordato di rosso e qualche barrique, forse quattro, in un angolo. Tutto è pulito e in ordine come un piccolo gioiello di grande valore. Negli anni 2000 i fratelli Valetti hanno iniziato a vinificare con le vasche di acciaio che si trovano all’aperto, dietro la cantina. La produzione è di circa 80000 bottiglie l’anno. L’ospitalità non manca in nessuna delle cantine che visitiamo e così ci ritroviamo nella sala degustazione, davanti ad un interessante buffet, ad assaggiare i vini. Piacevole lo spumante brut Chiaretto che ho trovato aromatico e floreale. Con la bocca che sa di buono, salgo sul pullman e già mi gongolo all’idea della cena ayurvedica, protagonista del “cooking show” realizzato dai cuochi e dal personale medico del Centro Ayurvedico dell’Hotel Cæsius Thermæ & SPA Resort di Bardolino. Nel prossimo reportage.

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www.ilbardolino.com 
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