di Umberto Gambino
Uno delle emozioni più belle di questi ultimi mesi enoici è stata senza dubbio la straordinaria verticale del Pietramarina di Benanti che si è svolta a Bari, nell’ambito delle iniziative di Radici del Sud, l’evento clou sui vini da vitigni autoctoni meridionali, organizzato dal poliedrico Nicola Campanile. Location dell’evento l’Hotel Rondò di Bari. Ha preparato i piatti da abbinare ai vini il creativo e giovane chef Giovanni Luzzi che si è davvero sbizzarrito con le sue fantasie gastronomiche inventando pietanze deliziose. Ma torniamo ai vini.

Le cinque annate sono state presentati da Antonio Benanti, uno dei figli del cavalier Giuseppe Benanti, il viticoltore che ha aperto la strada della conoscenza degli straordinari vini etnei nel mondo. Dopo di lui ( ma sempre dopo) sono arrivati numerosi (etnei, siciliani e non … anche dall’estero) a scoprire le enormi potenzialità della viticoltura sulle pendici del vulcano.

Che cosa è il Pietramarina. E’ – secondo me  – la perfetta unione della pietra (lavica e minerale, cioè il terreno del vulcano) e il mare, così vicino da spirare una forte influenza sulla resa finale dei vini prodotti da queste parti. Un vino bifasico: mare-terra. Il mediatore è l’uomo, il vignaiolo, colui che decide fino a che punto dare spazio alla natura. Ad occhio e croce, l’Etna ci sa fare benissimo anche da sola!

Pietramarina è un Etna Bianco Doc Superiore da uve Carricante in purezza allevate ad alberello dal vigneto in contrada Caselle, versante Est dell’Etna, nel comune di Milo (CT). Solo l’Etna Bianco prodotto in questo comune può fregiarsi del titolo di Superiore. Siamo ad un’altitudine di 950 metri sul livello del mare, ma il mare è poco distante. Età dei vigneti, 80 anni, su piante in parte a piede franco. Qualche nota tecnica essenziale. Le uve maturano nella seconda-terza decade di ottobre. Vengono pressate con spremitura soffice del grappolo intero. La fermentazione si svolge ad una temperatura di 18-20°C in serbatoi d’acciaio. Il vino è lasciato maturare per almeno un anno in vasca, prima di essere imbottigliato. Non conosce legno nel modo più assoluto. Esprime la sua finezza fruttata dopo quattro anni, ma ha una capacità di evoluzione impressionante.
E’ questa verticale di cinque annate è la prova “provata” delle straordinarie capacità evolutive e di metamorfosi nel tempo di questo vino. Ecco i miei appunti tasting.
Annate degustate: 1995 – 2001 – 2007 – 2009 – 2011

014-20150612_210841Annata 1995 – Giallo dorato pieno nel calice. Lo devi annusare tante volte perché non è mai uguale. Ci trovi sempre qualcosa di diverso ed emozionante. Prima pietra focaia e frutta secca, poi il minerale, la terra nera, quindi il registro vulcanico, le spezie aromatiche e infine la nota lattica, burrosa. Un naso che definire esplosivo non è sbagliato. E la bocca? Molto elegante e sapida ma con misura: grande equilibrio fra le parti dure tornano le note di scorza d’agrume candita. Lungo, non lunghissimo. Sa dove fermarsi perché è un bianco austero. Per me è l’annata migliore delle cinque assaggiate. Un vino che assume le tinte di un colore preciso: bianco  

Annata 2001 – Forse la più timida al naso, almeno all’inizio. Esprime lo iodio e la parte marina, sentori tenui di pesca bianca fresca e cocco. Bocca meno tesa solo all’inizio, poi il sorso si distende e trova la sua sapidità. Meno immediato ma più elegante. Sorso lunghissimo e impressionate con retrogusto di cedro. Colore: azzurro come il mare.

Annata 2007 – Agiti il calice di questo vino, ancora giallo paglierino, perché non è un esercizio di stile o uno sfoggio inutile di destrezza enologica. Lo agiti perché sei alla ricerca di emozioni della natura e qui le trovi sempre. Si parte dalla vaniglia, poi il cioccolato bianco e ancora le spezie aromatiche come la salvia e il timo. Non mancano i fiori bianchi freschi, la gardenia, l’iris. Bocca intensa, progressiva, sapida. Molto fresca. inesorabile con un finale di granita all’orzata. Rimane a lungo nel palato. Colore verde, per la componente aromatica e la sapidità.

Annata 2009 – Vino davvero giovane, con componenti marine, iodate, di fiori bianchi freschi e frutta gialla come pesca, albicocca, melone. Si avverte che questa annata ha ancora molto da dire e toccherà assaggiarla (volentieri) più avanti. Al palato è fine, elegante, sapido con retrogusto di pepe bianco. Colore: giallo per la componente fruttata al naso che risulta più gradevole della bocca.

Annata 2011 – Può sembrare strano, ma a parte il colore paglierino tenue, nel calice sembra già molto evoluto. Sa di balsamico (liquirizia e menta), poi pesca gialla fresca e dopo sullo sfondo appare il tropicale: papaya! Un bouquet vario e inaspettato che, fra un paio d’anni, muterà senz’altro. Così è una beva più immediata e scorrevole, ma non è un vino banale. Anzi! E’ progressivo, minerale, acerbo ma vibrante. Colore: rosa, perché è un vino femminile che ha tanta strada davanti e promette molto bene.