di Umberto Gambino
Le vigne monumento
Esistono delle “super vigne” che vivono (anzi, sopravvivono imperterrite) per almeno un secolo nello stesso territorio. Basta osservare straordinari esempi di radici nodose che si attorcigliano su sé stesse in alcuni terrazzamenti etnei, intorno ai mille metri di altitudine. Non solo vigne di montagna, però. Anche nei terreni sabbiosi di determinate località del nostro Paese (e nel resto del mondo) troviamo esempi del genere. Lo vedremo in dettaglio più avanti. Sono le “vigne centenarie” o se preferite le cosiddette “Vigne Monumento”, quelle che hanno resistito all’attacco della fillossera in Europa.

Fillossera in sintesi: che cos’è
Per chi non lo sapesse, la fillossera è un minuscolo insetto, un parassita afide, che si nutre delle radici delle viti europee e dell’apparato fogliare delle viti americane. Quando colpisce è strage vera nei vigneti.

Qualche pillola di storia per capire di cosa si sta parlando. La fillossera è stata importata nel 1867, dall’America verso il Sud della Francia, attraverso barbatelle di viti infette. Da noi, l’insetto distruttore è stato avvistato per la prima volta nel 1879 nelle zone di Valmadrera (Como) e di Agrate (Milano); in seguito infezioni furono registrate in Sicilia (province di Caltanissetta e Messina) e in Liguria (Porto Maurizio, Imperia). Altri focolai, anni dopo, in Piemonte e in Toscana. Gradualmente in tutto il Paese: nel 1931 la fillossera era presente in 89 delle 92 province italiane (escluse solo Frosinone, Rieti e Napoli).

Nella seconda metà dell’Ottocento il parassita della vite si è diffuso in tutto il mondo, provocando la morte di quasi tutti i vigneti con l’eccezione di alcuni vitigni americani.

Come è stato possibile aggirare il flagello fillossera? Ricorrendo all’innesto della vite europea sulla radice americana, sostituendone l’originario apparato radicale. La soluzione ha di fatto avviato il moderno vivaismo e l’industria del portainnesto: cioè le radici americane su cui sono innestate le varietà europee resistono ai morsi della fillossera. Le viti americane convivono da secoli con la fillossera e questo ha prodotto una naturale selezione delle varietà resistenti. 

Sandro Sangiorgi

Piede franco, patrimonio dell’umanità
Le viti europee originarie, senza ausilio del portainnesto americano, sono dette a “piede franco”. Il termine “franco” deriva dall’aggettivo “francese”. Tuttavia significa anche che la pianta di vite in questione conserva il piede originario della vitis vinifera europea (per convenzione: quella francese). 

Possiamo ben dire che la vite a piede franco è patrimonio dell’umanità.

Ecco perciò che non mi sono lasciato sfuggire l’occasione della bella degustazione sul tema “piede franco”, organizzata dall’Associazione Divinamente Roma (nella splendida location del Voi Hotel Donna Camilla Savelli), ha proposto otto vini (sei italiani e due stranieri) raccontati a modo suo dall’esperto Sandro Sangiorgi, il quale ha subito messo le cose in chiaro.

Secondo il suo personale punto di vista “con l’avvento della fillossera, nelle vigne abbiamo assistito a una progressiva “riduzione delle sfumature” nei vini e cioè della parte che rimane in bocca dopo la deglutizione. Abbiamo cioè vini più omologati, quei “vini frappé”, appiattiti, praticamente uguali fra loro, secondo le mode del periodo”.

Degustazione – Otto vini dalle “vigne monumento”

Questi gli otto vini raccontati secondo le mie sensazioni personali.

Monte di Grazia – Bianco Campania IGT  2016 
Partiamo con il nostro viaggio per le vigne a piede franco, partendo dalla Costiera Amalfitana. Siamo a Tramonti (Salerno), dove la famiglia Arpino coltiva le vigne di montagna che guardano il mare. Il bianco nasce dagli autoctoni Bianca Tenera 40%, Pepella e Ginestra per il 20% ciascuno. Affinamento di 6 mesi in acciaio. Giallo dorato nel calice, diffonde profumi di mela cotogna, erba tagliata, caramello, orzo mentre al sorso emerge l’essenza vulcanica del terreno con sfumature morbide, buona freschezza e anche un pizzico di tannino. Rimane una nota salmastra che è il marker del territorio.

Monte di Grazia – Rosso Campania IGT  2013 
Proviene da uve Tintore 90% e Piedirosso 10% da 5 appezzamenti diversi. Affinamento articolato: 36 mesi in acciaio, 3 mesi in botte di castagno da 30 ettolitri e 12 mesi in bottiglia. Rosso granato, si apre subito su tinte di confettura di ribes, more, cannella. Profumi dolci nel complesso. Poi escono fuori zenzero, pepe nero, noce moscata. Il gusto è deciso, dritto, concentrato e verace, etereo. Tannico e a tratti selvaggio come le coste rocciose della Costiera. Ha tanto da dire ancora nei prossimi anni.

FloraMi Vini – Indole 2017 Igt Campania 
Zona di Trecase (NA). Falanghina da un vigneto a piede franco  in località Tirone della Guardia, nel Parco nazionale del Vesuvio. E’ qui che la tanto vituperata Falanghina (che è invece un vitigno di grandi potenzialità) dimostra la sua vera Indole, come dice il nome dato al vino. Dal vigneto a piede franco esce fuori la natura minerale del terreno vulcanico fra note di ginestra, polvere da sparo, limone e menta. Poi, tanta sapidità e acidità che si schiudono in un sorso “accattivante”, come lo definisce Sangiorgi, dal finale un po’ amarognolo.
Fermentazione in acciaio e affinamento di 6 mesi sulle fecce fini.  

Enò-Trio – Iddu 2016 Terre Siciliane Igt
Questo bianco etneo, da uve Carricante in prevalenza con qualche piccolo saldo di Minnella e Catarratto, nasce da uve prefillossera da un vigneto di Contrada Calderara, uno di quelli migliori per i bianchi.
Siamo nel comune di Randazzo, a 650 metri di altezza, versante Nord del vulcano.
Sappiamo bene che il vitigno Carricante non è immediato ed estroverso nelle sue espressioni. Questo, invece, sorprende subito e colpisce nel segno. E’ vivace, delicato, con i suoi profumi di biancospino, timo, sesamo, la componente minerale, vulcanico e la nota di idrocarburo che pian piano emerge.
Al gusto si dimostra sapido, intenso, coerente, di beva accogliente. Il migliore degli otto vini presentati, a mio parere.

Enò-Trio – Pussenti 2015 Etna Doc Rosso
Un gradino al di sotto, per questo assaggio, il rosso di Nunzio Puglisi e family, da Nerello Mascalese in purezza. Coltivato in un vigneto secolare, ad alberello, a piede franco, si mostra con la sua veste rubino tendente al granato. Un tantino al di sopra delle righe l’uso del legno. Si sente con le sue tinte vaniglia, di frutta secca, spezie e tostatura di caffè. Il sorso è tannico, un po’ ruvido, progressivo, amarognolo nel finale. Rimane circa 18 mesi in affinamento in un mix di barrique e tonneaux americani e francesi di secondo passaggio.

Mirco Mariotti – Frizzante Sui Lieviti Fortana dell’Emilia IGP “Surliè” 2017
E’ questo un classico vino delle sabbie che nasce  dal vitigno Fortana, uno dei pochi originali resistenti alla fillossera (come detto: il parassita non attecchisce sui terreni sabbiosi). Siamo fra le province di Modena e Ferrara. Qui i fratelli Mirco e Barbara Mariotti producono questo vino molto originale che nasce secondo un antico metodo ancestrale. Dopo la fermentazione spontanea di circa due settimane, il vino rimane in vasche di cemento fino alla presa di spuma. La seconda fermentazione avviene in bottiglia senza separazione dalle fecce. La presa di spuma dura 60 giorni. Si ottiene un vino frizzante sui propri lieviti: “sur lie”, come recita l’etichetta. Il vino nel calice è frizzantino con i suoi profumi netti di lampone e dal gusto beverino, leggermente amaricante.

Tenuta Merkouri (Grecia) – Refosco clone Merkouri 2012
Agli organizzatori piace sempre inserire qualche “chicca” non indigena. Ecco un Refosco “clone Merkouri” proprio della casa, da un vigneto della tenuta Korakochori nel Peloponneso Occidentale che risale al 1870. Solo 2.000 bottiglie sul mercato. Affinamento 12 mesi in botti di rovere. Al naso è floreale, pepato, terroso, verde, selvatico, anche vulcanico.
Abbastanza simile ai nostri Refosco ma con un uso del legno forse eccessivo. In bocca si dimostra avvolgente, di carattere, piacevolmente lungo: anche esotico!

 

Prum – Devon Wehlener Sonnenuhr Riesling GG Reserve 2010
Anche alcuni Riesling dei terreni sabbiosi in riva alla Mosella sono a piede franco e hanno resistito al temibile parassita. Questo del guru tedesco Prum diffonde note dolci, di miele e vaniglia, ma soprattutto di idrocarburo. E’ un Riesling classico, agile, senza voler essere pesante soprattutto al palato. Si distende molto fresco al sorso, con i suoi 15 grammi di residuo zuccherino che non lo rendono stucchevole. Un vino aromatico, affascinante, divertente ed evoluto al tempo stesso. Ci piace assai. Con il suo bel tappo a vite che non stona affatto.