di Marilena Barbera
Piccoli, piccolissimi. Pochi ettari, che lavorano in solitaria, o con un pugno di uomini (e donne).

Soldi? Lasciamo perdere: bastano appena per la gestione ordinaria, figuriamoci se ne rimangono per gli investimenti milionari da industria del vino.

Uffici stampa? Responsabili commerciali? Direttori amministrativi? Seeeee… un numero di telefono, una mail, qualche account sui social networks e tante nottate passate a chattare, o a compilare registri di vinificazione. A volte un furgone per le consegne, spesso il bagagliaio della macchina.

Viaggi intercontinentali? Cene di lusso? Alberghi a mille stelle? Meglio, molto meglio AirBnb, che costa poco e chiacchieri pure con chi ti accoglie in casa, nella stanza del figlio maggiore che è andato a studiare all’università.

Gli ideali, quelli sì, sono grandi. Ci parli, con i piccoli vignaioli, e tutti ti raccontano della loro passione, tramandata dal papà o esplosa come una folgore sulla via di Damasco. Ti parlano del lavoro fatto con le mani, mani abituate al sole e alla neve, macchiate dagli acidi e segnate dalle forbici e dagli antociani; dei loro sogni, delle scelte difficili, delle ore di anticamera dietro la porta dei clienti, del tempo bello e di quello cattivo.

Quando sei un piccolo vignaiolo parli del tempo, mica della nuova campagna pubblicitaria, anche perché di solito non hai neppure quella vecchia con la quale confrontarla. Parli dei rimontaggi e di quello che non paga le fatture. Parli dei tappi, della pioggia e della grandine, del terreno e di come fare un vino buono.

Un vino buono, ciascuno a modo proprio: ci sono quelli che interrano il corno e rimescolano preparati, quelli che guardano la luna, quelli che inerbiscono e quelli che arano, quelli che solforosa si solforosa no (in ogni caso, solforosa poca), quelli che gli piace il vino limpido e quelli che gli piace torbido, quelli dell’anfora e quelli del legno, e quelli che non si possono comprare né l’anfora né il legno – nemmeno questa vendemmia – e continuano ad usare le vasche che hanno in cantina. Quelli delle fermentazioni spontanee e quelli no, che si sentono più sicuri con i lieviti in busta, quelli con cravatta, parrucchiere e tacco 12 e quelli con gli scarponi e la barba del mese scorso.

E paiono differenze, ma non lo sono per nulla. Quando li guardi negli occhi mentre parlano della terra tutti, ma proprio tutti, hanno lo stesso sguardo e lo stesso pensiero: resistere, in questo mondo complicato, per continuare a fare il mestiere più bello che esista, seguire una vocazione, vivere un privilegio.

Ed è per questo che, alle volte, non capisco: perché, invece di annaspare fra le onde di questo oceano immenso nel quale non siamo altro che uno sputo, chi su una zattera chi su un canotto e chi aggrappato a una ciambella gonfiabile, non costruiamo una barca solida e ben capiente, da remare tutti assieme e da starci tutti quanti.

Stretti o larghi non importa, tanto di vino (buono) ce n’è.