di Germana Grasso
La primavera ispira la fuga dalla città, dal caos che essa rappresenta. La natura che si risveglia ci invita, ci ammalia, ci distrae ogni germoglio, in ogni bocciolo si moltiplica il miracolo della vita. 
Questo articolo è frutto di una fuga in campagna, a gustare alcune ore tra le vigne dell’azienda agricola ALE. P. A. di Caiazzo, in provincia di Caserta, immergendosi nei ritmi della natura. “I tempi della vigna sono gli stessi da secoli – mi spiega Paola Riccio, signora del vino che gestisce l’azienda dal 2002 – e questo è un punto di riferimento, una certezza, nel caos che ci circonda”. Una scelta di vita, non una frase fatta, per chi la città l’ha vissuta.innesto-03
Intorno a noi le morbide colline caiatine e questi tre ettari di filari di vite, adagiati in una conca verdeggiante, accanto al fitto uliveto. Oggi in azienda si fa il sovrainnesto varietale. Paola, donna pratica e solare, mi accompagna tra i filari, raccontandomi la storia dell’ALE. P. A., di quel terreno acquistato da suo padre, che vi impiantò la vite e l’ulivo negli anni Ottanta e che da un cascinale in rovina fece sorgere una villa in stile inglese. Dall’annata 2002 – 2003 la produzione si è focalizzata sul pallagrello, varietà autoctona tipica di queste zone, impiantando un nuovo vigneto e facendo cambi varietali mediante sovrainnesto sulla vigna di più di venticinque anni di età, utilizzando marze ottenute dalla potatura a secco della vigna di pallagrello bianco presente in azienda.

Chini tra i filari, incontriamo Giovanni ed Angelo. Giovanni ha sesssant’anni di esperienza di innesti. Le sue mani, segnate dal tempo, si muovono lente e precise, accarezza i tralci nodosi, individua con le dita il punto in cui capitozzare, osserva la sezione, la spacca, vi inserisce le due marze, le fissa con cura e passa avanti, alla pianta seguente. Angelo, dipendente dell’azienda da decenni e che conosce ogni centimetro cubo di questa terra, lo segue e conclude il lavoro iniziato, spennellando le ferite con l’apposito mastice. Avanti così, ritmicamente, vite dopo vite, filare dopo filare fino al tramonto. Innestano il pallagrello bianco su falanghina e greco. Nel 2010, invece, fu effettuato il sovrainnesto del pallagrello bianco sulla varietà aglianico.

“La scelta del sovrainnesto soprattutto in ragione dell’età delle piante è stata preferita alla messa in dimora delle nuove barbatelle per preservare la vecchia vigna che grazie all’apparato radicale ultraventennale, molto diffuso e profondo, è in grado di ricevere dal terreno il giusto apporto di elementi e produrre uve funzionali all’obiettivo aziendale di ottenere vini longevi”, spiega Paola, mentre sradica una favetta per mostrarmi le tipiche “palline” abbarbicate alle radici e ricche di sali azotati, che nutrono il vitigno dopo il sovescio (pratica agricola tradizionale che consiste nell’interramento di tutta la vegetazione di una coltura allo scopo di arricchire il terreno di sostanza organica, ndr).
S
aliamo in terrazza e ci rinfreschiamo con un sorso di “Riccio Bianco”, pallagrello bianco – Terre del Volturno, I.g.t., 2010, un vino beverino, per tutti i giorni, dal colore oro intenso, morbido al palato con toni di minerale. Questo vino fermenta in acciaio, mentre il “Maria Carolina”, produzione limitata di pallagrello bianco in purezza fa un passaggio in tonneau, prima di essere imbottigliato. Finora il passaggio avveniva esclusivamente in tonneau di rovere, ma per l’annata 2011 si sperimenta il passaggio in legno di castagno, che sarà pronto a maggio 2013. Lo assaggiamo. Si tratta di un vino ancora in itinere, ma Maria Carolina in castagno già dimostra una spiccata personalità. L’aroma tipico del legno smorza la morbidezza propria del pallagrello. Non ci resta che attendere l’anno che verrà.


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A proposito dell'autore

Germana Grasso

Giornalista professionista, sono convinta che la migliore qualità di questo mestiere sia la curiosità, un modo di essere che impregna i pensieri e scaccia la noia. Per curiosità mi sono accostata al mondo del vino e mi sono lasciata affascinare dalla scoperta delle nostre radici. Immagino ogni bottiglia di vino come un'opera, che il produttore lascia andare per il mondo a raccontare di sé. Ho voluto documentarmi per sentire cosa intende comunicare un vino, chi lo produce e la sua/nostra terra. Discendente da tre generazioni di pizzaioli napoletani, amante della buona cucina, ho eletto la comunicazione a stile di vita, passando dalla carta stampata, alla tv al web. L'incontro con Umberto e con Wining, il suo progetto nel cassetto, è stata l'ennesima occasione per confrontarmi con la curiosità e raccontare un mondo vitale, difficile, ma sempre ricco di umanità.

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