di Marilena Barbera
ostuni-05La vedi tutta bianca, la rocca che si staglia compatta sul fondale turchino del cielo. E se ci andassi di giorno di sicuro ne rimarresti abbagliato, con tutta quella luce a rimbalzare sfacciata sui muri e sui selciati, schegge abbacinanti che ti scavano gli occhi così in fondo da lasciarti i graffi sull’anima.
Per questo scegli il tramonto, quando calano le penombre a mitigare i contrasti e ammorbidire i contorni, sospinte dalla brezza di mare che risale carezzevole su per i tornanti del poggio e s’insinua nei vicoli storti e stretti, per le scalette mignon pitturate di fresco, sotto i contrafforti sbozzati e i merletti cesellati sulle facce dei palazzi normanni.

Il bianco te l’aspetti già dal cartello sulla statale: Ostuni, La Città Bianca, nell’Alto Salento. 
E pensi di aver capito, e invece. Il bianco qui non è come altrove, bianco semplice immediato e riconoscibile, ma si veste d’una pelle cangiante e mutevole che riluce opalescente degli ultimi sprazzi del vespro e poi, lentamente, s’allunga e si deforma al chiarore ovattato dei lampioni. La calce e la pietra, il sasso e il marmo, e l’intonaco e il ferro battuto e le grondaie, una tavolozza smisurata di bianchi ovunque spalmati su superfici piane e curve e oblique, un concerto di una sola nota suonato da mille strumenti.

Distingui fra gli altri il bianco argentino dei flauti traversi che incornicia le persiane squillanti di verde e panni stesi ad asciugare, e il bianco malinconico e corrugato dei violoncelli che scorre lungo le balaustre a strapiombo sulla campagna buia, il bianco imperioso dei corni e quello affettato dei clarini che ti accompagnano nelle giravolte dei vicoli. Il bianco ritmato dei timpani, che si fa più lento e pesante su su per la scalinata impervia e quello teso e puro del violino solista, che gioca a nascondino con i trafori intagliati del rosone gotico della cattedrale.
Il bianco levigato del sassofono che riposa sulle pietre intiepidite al sole, che profumano d’una estate appena iniziata. E solo a respirare tutto quel bianco ti senti un po’ più innocente anche tu.