di Silvia Parcianello
Incontrare una cultura lontana dalla propria è un’esperienza esaltante. Proviamo a pensarci. Partiamo con le nostre convinzioni, i nostri limiti, le nostre idee e torniamo diversi, più accoglienti, più ricchi. E’ come quando siamo davanti a un piatto mai assaggiato…lo guardiamo, lo annusiamo, a volte lo tocchiamo anche, prima di gustarlo e di capire quali sensazioni ci regala.

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Muscat  è dolce, ci avvolge col suo aroma di incenso fin da quando sbarchiamo dall’aereo. Si arriva di notte nella capitale dell’antico impero omanita, oggi Sultanato di Oman, la temperatura diurna sarebbe troppo torrida per accogliere un qualsivoglia visitatore.
Ci troviamo in un Paese caldo, ricco di risorse e di cultura, che nei secoli scorsi ha dominato in lungo e in largo le coste dell’Oceano Indiano dall’Africa orientale all’India, e che oggi è guidato dal Sultano Qaboos bin Said, monarca assoluto che dal 1970 ha preso per mano la sua terra e l’ha portata al benessere. Gli Omaniti sono fieri, gentili e belli. Gente consapevole della propria cultura e, probabilmente, della propria fortuna. Ancorati alle tradizioni di un Islam gentile e tollerante ma aperti al futuro e al progresso che i tempi moderni offrono.
E’ stato bello immergersi nella terra delle Mille e una Notte, annusarla e gustarla.

Incenso, dicevamo. La fragranza dell’incenso più prezioso al mondo pervade l’aria quasi ovunque. In aeroporto, nei suk, sulla dishdasha,  la tipica veste bianca maschile degli omaniti,  che non mancano mai di profumarsi. E’ un aroma fresco e pulito, nulla a che vedere con i ricordi olfattivi di certe nostre funzioni religiose.

Spezie. Tante, varie, sempre presenti nella cucina dei paesi caldi per la loro funzione disinfettante. Cumino, peperoncino, cannella, chiodi di garofano. E ancora, curry, curcuma… ci troviamo  nella punta della penisola arabica che guarda l’India i sapori ce lo ricordano.

Pesce. Tanto, freschissimo. Tonno pinne gialle, cernia, barracuda, king fish e… squaletti. Nel suk il pesce viene battuto all’asta, un po’ come succede in Giappone e poi ricompare in tavola grigliato e speziato. Gli squaletti invece fanno la fine che fa il nostro baccalà… essiccati e poi cucinati in umido.

Carne. I polli hanno un gusto che avevo dimenticato. Sodi e asciutti, come solo i polli allevati dalla nonna sapevano essere. E poi montone alla griglia, addirittura dromedario in salmì. Che dire…carne un po’ stopposetta ma non si poteva non assaggiare.

Verdure. Pur trovandoci ai margini del Rub-al-Khali, il deserto arabico, le montagne omanite forniscono adeguate riserve di acqua dolce e ciò permette la coltivazione di ogni varietà di ortaggi. Peperoni, carote, cavolfiori, tutto ciò che vorremmo compare sulla tavola, assieme anche a buone varietà di frutta, arance, meloni bianchi, melograni.IMG-20170119-WA0011

Datteri. Il Daily Telegraph annovera i datteri omaniti tra le esperienze gastronomiche da fare prima di morire. La varietà di datteri è immensa, non sono riuscita ad assaggiarli tutti. Si tenga presente che i datteri che si trovano in commercio in Italia a me non piacciono e laggiù ho dovuto controllare la golosità. Sono saporiti ma non eccessivamente dolci. Si mangiano al naturale, prima di bere il caffè al cardamomo oppure in pasta ricoperti di sesamo o accompagnati da mandorle e anacardi. Credo che assieme a un calice di Pedro Ximenez siano un’esperienza coinvolgente ma, abbiate pazienza, in un Paese dove vige la Shaar’ia, per quanto tollerante, non è un abbinamento proponibile.

Pane. Aaaahhh il pane arabo. Mi sono abbuffata di queste foglie di acqua e farina, prive di lievito e di sale, che insieme al riso nelle famiglie arabe sono sinonimo di cibo. Vengono conservate in sacchetti di plastica affinchè non perdano l’umidità ma il meglio lo danno appena cotte, appiccicate per 30 secondi a un bidone con al centro una fiamma. Funziona più o meno come con il pane sciapo toscano… si bilanciano i sapori forti dei piatti.

Ultima considerazione. Si mangia accoccolati a terra, con calma e con le mani. Anzi con la mano destra, che alla fine del pasto viene lavata e profumata di acqua di rose. Usanza anni luce lontana dalla nostra, che per certi versi andrebbe riscoperta. Proviamo a pensare al piacere sensoriale di toccare il cibo e sentirlo tra le dita prima di portarlo alla bocca. Certo, con alcune preparazioni italiane è impensabile farlo, la consistenza e la temperatura non lo permetterebbero. Ma chiudete gli occhi e pensate a quanto bello è percepire la fragranza di un panino schiacciandolo leggermente con le mani prima di gustarlo. Il successo dello street food va a braccetto con le sensazioni tattili che trasmette il cibo.

E poi? Da brava italiana abituata a una moltitudine di sapori appena rientrata non ho resistito. Panino con la mortadella e calice di Prosecco. Sorridevo, pensando che è un vero peccato che la religione non permetta agli amici omaniti di assaporare queste delizie.