di Silvia Parcianello
newyork-15– C’è una cosa che mi diverte molto, quando scrivo tra le righe di Wining, ed è giocare con i luoghi comuni e i pregiudizi. Sono credenze comuni che ci rassicurano… tipo che tutte le donne, ahimè, guidano male, che amano i vini dolci, che non capiscono nulla di calcio. O ancora, che gli italiani sono un popolo di artisti e sognatori, che i francesi hanno la puzza sotto il naso, che gli americani mangiano solo fast food e pure male.
Scusate… posso ripetere l’ultimo? Gli americani mangiano male, hamburger, patatine, milk shake e, se va bene, gli involtini primavera a Chinatown.
Nulla di più falso. Sto gongolando nel distruggere questo pregiudizio, anche perché sono io l’autrice della prova empirica… vale a dire che sono appena tornata da New York, dove ho mangiato bene assai.

Devo essere sincera. Quando sono partita ero quasi disperata all’idea che avrei mangiato male. Invece sono qui a raccontare che a New York si mangia mediamente molto bene, a meno che uno non voglia intossicarsi di junk food. E si beve dell’ottima birra.
Ecco dieci esperienze gastronomiche da fare a NYC in ordine di goduria crescente.


Eataly.
Il genio imprenditoriale di Oscar Farinetti, Mario Batali e Joe Bastianich ha ricreato un mercato alimentare italiano a pochi passi dal Flatiron Building, Midtown. A parte il fatto che il personale non è abituato ad affettare prosciutto di Parma e a tagliare Castelmagno (sono lentissimi), i prodotti sono ottimi e la pasta alla Norma che ne è nata è stata ampiamente apprezzata.


Pizza
. Poche storie, nella Grande Mela sanno fare una pizza sottile e croccante molto piacevole. Scordiamoci le accozzaglie di formaggi e nonsisachecosaltro che sono le pizze surgelate americane. Da Rubirosa (e già il nome è un programma), a Nolita, fanno una pizza con salsiccia e cime di rapa decisamente pregevole. Non era come essere a Bari vecchia ma sono uscita satolla e felice.


Brunch
. Tradizione anglosassone che oggi fa moda anche in Italia. Da Sarabeth, a Tribeca, ho considerato l’idea di associare la colazione al pranzo. Solo che avevo fame e dopo un succo di frutta sono passata a un crabcake, tortino di granchio dell’Atlantico. Molto americano, molto buono.


Fig & olive
. Catena di ristoranti mediterranei, ce n’è più d’uno sparso per la città. Ambiente soffuso, non fosse per la musica che ovunque è sparata a palla, luci quasi natalizie e ottima cucina del bacino del Mediterraneo. Pata negra e Sauvignon della Loira a prezzi umani, paella non come in Spagna ma gradevole. Anche le porzioni erano mediterranee, per fortuna.


Spicemarket.
Bellissimo locale con cucina del sud est asiatico in chiave chic nel cuore di Meatpacking, quartiere in cui a ogni porta c’è un ristorante che incuriosisce. A parte la solita musica a pallettone, grande maestria nella cucina agrodolce e speziata e ottimi vini del nuovo mondo. Chapeau.


Street food
. Categoria che va di gran moda di questi tempi il cibo da strada. Ormai ci sono orde di gastrofighetti alla ricerca del migliore street food. A NY il cibo è ovunque, in tutte le strade, e pure lo stesso a prezzi diversi a seconda della location. Gli autoctoni mangiano sempre per strada, perché la città non concede tregua, io ero in ferie ma ho apprezzato il pretzel, il pane prima bollito e poi salato in superficie fratello gemello del bretzel altoatesino. Mai però camminando: o al sole di Central Park, o in comoda poltrona allo Yankee Stadium guardando la partita di baseball. Ero in ferie, io.


Cheesecake
. Peccato mortale per me che sono allergica al latte. Potrei pensare di gustarne una fetta un giorno nel cortile del Pronto Soccorso e poi farmi ricoverare, tanto era buona. Un solo boccone mi ha trasmesso queste sensazioni: dolcezza, velluto, si scioglie in bocca, troppo buona, maledetta la mia allergia.


Del Posto.
Grande cena nel locale stellato di proprietà della premiata ditta Batali-Bastianich. In cucina officia lo chef Mark Ladner, in sala squadre di camerieri sembrano danzare tra i tavoli. Mi sembrava di essere in un film Old America, luci soffuse, pianoforte in sottofondo, cibo da ricordare. Cucina italiana con pochi fronzoli, il fluke (un pesce dell’oceano dal gusto a metà tra il rombo e la spigola) con caponatina all’arancia me lo ricorderò a lungo. Anche gli spaghetti alla granseola. E ora che ci penso anche la mousse al cioccolato creata apposta per me. Ok, ricorderò a lungo l’intera cena.


Birre made in USA.
Tanta birra in questi giorni, soprattutto bianca, tutta pregevole. Che fosse prodotta a New York, nel Maine o in California l’ho trovata davvero apprezzabile, mai troppo pesante, sempre elegantemente luppolata a pulire la bocca dal pasto e a dissetare.


Tacos
. I tacos di Los Tacos a Chelsea Market. A parte il fatto che ho dovuto mangiarli in piedi nonostante fossi in ferie… il posto a sedere all’interno del mercato alimentare di Chelsea è una chimera ma i tacos sono talmente buoni che si può accettare tranquillamente di mangiarli al volo sbrodolandosi, sporcandosi e succhiandosi le dita. Accompagnati da jamaica, succo di hibiscus, una goduria pura. Ancora mi viene voglia di leccarmi le dita.


Chiudo con una nota comune che mi ha molto colpito. Sarà che i camerieri americani devono guadagnarsi la mancia ma il livello di servizio e di gentilezza che ho riscontrato è stato davvero alto, anche nei locali più alla buona e nelle catene di fast food.

Con buona pace di chi pensa che una vacanza a New York sia una penitenza per il palato. Provate, gente, provate.

LINKS

www.lostacos1.com
www.spicemarketnewyork.com
www.figandolive.com
www.sarabeth.com
www.rubirosanyc.com
www.delposto.com
www.brooklynbrewery.com
www.lagunitas.com
www.hallagash.com
www.ommegang.com
www.eatitaly.it


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A proposito dell'autore

Silvia Parcianello

Trentasei anni, trevigiana, capelli rossi e lentiggini, tendenza all'anticonformismo. Sommelier Fisar dal 2010, dal 2012 collaboro anche con la guida "Ristoranti Che Passione". Una laurea in giurisprudenza e un lavoro in banca sono riusciti, solo in parte, a darmi rigore perché in ogni cosa cerco piacere ed emozione. Sia questo istruire un mutuo, degustare un vino, sfinirmi in piscina e dare il massimo in una gara di nuoto, provare e recensire un ristorante. O scrivere un pezzo per Wining. Il cibo e il vino sono per me sentimento, nutrimento, passione. Amo i sapori decisi, le grandi acidità e le grandi dolcezze, i piatti tradizionali con pochi artifici, i prodotti di stagione e del mezzogiorno d'Italia. In casa mia è difficile trovare un pomodoro a dicembre, non fosse altro perché sa di plastica. Si racconta che cucini piuttosto bene, ma solo per chi amo . Se sento il bisogno di nutrire una persona invitandola a cena significa che mi è entrata nel cuore. Nell'era del web e dei social resto legata alle sensazioni, che spero di riuscire a trasmettere con foto e scritti. Perché per me la gioia più grande è emozionare.

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