di Marilena Barbera
naturalwine-3Cammino per i saloni ottocenteschi, rilucenti di lampadari e dorature e stucchi e specchi che riflettono volti, mani, sguardi, voci lievemente fuori contesto. Produttori che la locandina definisce “naturali”. Se ne fa un gran parlare, di questi vini naturali: numericamente, poco meno di una goccia nel mare magnum enoico, ma con una forza evocativa straordinaria, in grado di accendere interminabili polemiche e di scalare tutti i livelli di allarme da Sonnolenza a Defcon 1 nel tempo che ci metti a stappare una bottiglia di rifermentato.

Mi prefiggo un percorso di conoscenza che mi faccia capire più che solo conoscere, che mi dia stimoli ed emozioni più che solo appagamento gustativo, che mi offra elementi di riflessione su un mondo anarchico ed eterogeneo, a volte rissoso, certamente pulsante di energia e forza creativa. 

Passo in rassegna opere monumentali dell’enologia nazionale, di quelle che sfuggono alle definizioni perché esistono al di là delle definizioni: la lunga sfilata di Montepulciano di Emidio Pepe sta lì a raccontarti la storia dell’Abruzzo con la sicurezza di chi c’è da sempre, con la forza di cinquanta vendemmie conservate in cantina e la solidità di chi sfugge ai capricci delle mode. Vini che discutono a quattr’occhi con il tempo, uscendo vincitori dal confronto, e ti insegnano a guardare al di là di te stesso e della tua vita, unica strada se vorrai lasciare un segno su questa terra.

Mi soffermo su vini di piacevolezza, creati per sedurre, vini di equilibrio, di armonie rinascimentali. Quelli nati nelle grotte del Carso, dove
Zidarich mi accompagna con gentilezza, che rimandano ineffabili sentori di sasso e miele, idrocarburi e fiori selvatici. Un omone grande e imponente che si emoziona quando parla della sua cantina scavata nella pietra e del sottile strato di terra rossa che ricopre le rocce calcaree, e delle vigne di Vitovska e Malvasia e Terrano e Sauvignon.

Dalle mani di Beniamino al sorriso di Cecilia, attraverso tutta l’Italia in un secondo: trovo l’Aglianico declinato in forme molteplici ma sempre austero, superbo. Vino di vulcano, roboante, che si schiude lentamente nel bicchiere e si concede solo dopo lunghe attese.

Sbatto il muso contro creazioni distoniche, dissonanti. Vini che ti aggrediscono i sensi e vi si aggrappano con violenza estrema e ti confondono, rimescolando tutte le categorie che ti eri costruita e ti lasciano stordita e avvinta, confusa e conquistata.

Fiero è il vino di Carlo Tabarrini, aperto ieri e ancora più buono oggi, ma sempre incessantemente combattivo, a sfidare ad ogni sorso i tentativi di imbrigliarlo. Illegale quello di Franco Terpin, che non l’ho capito adesso e forse non lo capirò mai, e per questo è ancor più persistente, nella percezione e nel ricordo.

Vini come quadri d’avanguardia, che non sono meno belli perché non li comprendi, e ti lasciano lì a domandarti se infine siano capolavori o soltanto affascinanti croste. Vini umani e non solo naturali, dove chi li fa è presente quanto e più della terra, del sole e delle uve. Vini che vanno oltre il concetto di bevanda ed alimento, che ti costringono a fare i conti con sensazioni che mai avresti associato all’idea stessa di vino. Vini come prodotto culturale, frutto di ricerca e sperimentazione personale, dove l’atto del creare, altissima espressione di ingegno e personalità, ti riporta alla primaria ragione dell’essere uomo.

Thanks to:
Sofia Pepe: www.emidiopepe.com
Beniamino Zidarich: www.zidarich.it
Cecilia Naldoni Piccin: www.grifalco.com
Carlo Tabarrini: www.cantinamargo.com
Franco Terpin: www.francoterpin.com