di Sara Vani
nat-01Mentre arrivo all’Hotel Columbus per Vini Naturali a Roma, rifletto sulle ultime novità legislative: sarà deformazione professionale avvocatesca. E’ di pochi giorni addietro, infatti, la novità: per l’Unione Europea il “vino biologico” viene riconosciuto come un prodotto di metodi di coltivazione sostenibili ed i viticoltori bio sono autorizzati, a partire dal primo agosto 2012, ad inserire la nuova dicitura in etichetta. Le nuove norme prenderanno per la prima volta in considerazione le pratiche enologiche, stabilendo definitivamente la differenza fra un vino convenzionale e un vino biologico. Aspetto di leggere i dettagli della nuova normativa, pubblicati in Gazzetta Ufficiale, tra qualche settimana, per approfondire l’argomento, ma sin d’ora mi piace ricordare le nuove soglie previste per la presenza di solfiti: 50 mg /l in meno rispetto ai valori fissati sino ad oggi per i vini convenzionali, sia nei bianchi che nei rossi e rosè. Musica per la mia salute, non reagisco bene all’eccesso di solfiti, un problema ormai evitabile istintivamente al primo approccio odoroso col calice sospetto…pura sopravvivenza.
Con questi pensieri, finalmente sono nella sala degustazione e comincio il mio percorso dal Consorzio I Vigneri, sei aziende della Sicilia orientale con un comune denominatore: Salvo Foti è il loro enologo (nonché titolare de “I Vigneri”). Vini puliti, che non si piegano alla logica degli “odori estremi perché sani”. Gianfranco Daino, dell’omonima azienda, mi parla della lavorazione e della vendemmia manuale, della potatura con le classiche forbici a 2 mani (tramandate di generazione in generazione), degli impianti ad alberello tra cui passano la motozappa ed il mulo, attualmente in fase di collaudo da quando il veterano Gino è venuto a mancare ed amorevolmente ospitato nei maneggi del Consorzio. L’elevata temperatura di servizio dei bianchi non mi consente di apprezzarli al meglio…sì, sono un po’ fissata, lo ammetto, e mi accorgerò proseguendo il mio viaggio che il microclima in cui mi trovo è poco adatto ai  vini in degustazione, tra i quali sono in molti a non farsi notare per freschezza. A dispetto di ciò, appena porto al naso il Suber 2009 di Daino, prodotto da viti piantate su terra rossa in mezzo a secolari querce da sughero, nell’agro di Caltagirone a sud dell’Etna, mi si allarga un sorriso. Ecco le prime note animali, seguite da una ventata di macchia mediterranea, sottobosco, poi una tostatura di cioccolato al latte. Pieno e morbido all’assaggio, è dotato di una freschezza che lo vivacizza senza stancare. Il tannino ancora un po’ polveroso, ma promettente, tradisce la sua giovinezza con passione: imbottigliato dieci giorni fa, sarà in commercio a settembre. Lo aspetto al varco molto volentieri.

Capito al Consorzio dei Vignaioli Biodinamici per caso, seguendo i miei due compagni di avventura, Cristiano e Cristina Iacobelli, indaffaratissimi a scegliere con attenzione qualche bottiglia speciale da mettere in carta nel loro ristorante, l’Atlas Coelestis. Mi trovo davanti ad Aris Blancardi della Tenuta Selvadolce, che con il suo fare un po’ timido e distrattamente sorridente mi invoglia ad assaggiare tutti i suoi vini. Mi accorgo poi che la curiosità si sarebbe accesa solo ammirando le bellissime etichette, realizzate da Sergio Lazzaretti. Aris le chiama bottiglie “nude” perché l’etichetta è l’opera, mentre la retro etichetta riporta ogni dicitura. Mi spiega subito che parliamo di Biodinamica moderna. Siamo a Bordighera, nell’estremità occidentale della Liguria; assaggio il Crescendo 2010 ed il Rucantù 2009 riserva da vecchie vigne, entrambi Pigato in purezza da vigneti a 500 metri dal mare, dove il Maestrale quando soffia porta il sale fin sui grappoli conferendo a questi vini una spiccata sapidità, poca freschezza e grande personalità. Vini complicati, direi, ma intriganti. Sono affascinata dal suo Vermentino VB1, prodotto con tre vendemmie diverse della stessa annata; le barrique fungono da vasche di fermentazione per 2 o 3 mesi ed i vini vengono poi assemblati in una vasca d’acciaio, portando ognuno con sé già il proprio carattere. Da qui, dopo altri 2 mesi in decantazione, il vino va in bottiglia senza filtrazione. E l’emozione arriva col Vermentino VB1 2008 Vendemmia tardiva. Sovramaturazione e macerazioni più lunghe, poi stessa pratica di cantina. Il naso è immediato, minerale, con note di idrocarburi. All’assaggio una sorpresa di freschezza! Una malcelata dolcezza mista alla “sua” sapidità salmastra che resta al palato  lunghissima…di grande piacevolezza.
Sento parlare del Cabernet Sauvignon 2001 di Dario Princic ormai da più parti, quindi mi decido ad avvicinarmi prima che finisca l’ultima bottiglia. E arrivo giusto in tempo. Princic fa parte del Consorzio ViniVeri, insieme a nomi come Zidarich, Massa Vecchia, Giuseppe Rinaldi, Radikon, Ferrandes, ed è una piccola azienda di Ossano (Gorizia), ai piedi delle montagne al confine con la Slovenia. Il suo vino è un ragazzino! Offre un naso pieno ed elegante, con tostature dolci, fiori rossi, prugna, spezie dolci, mentre all’assaggio rivela grande freschezza, note balsamiche, speziatura piccante sul finale con un bel tannino elegante a renderlo ancora più vivo. Lunghissimo. A questo punto leggo sui miei appunti di degustazione: “non stanca, te lo bevi a palla”…mi sa che la mia passione per la bevibilità ha colpito ancora!
Emidio Pepe è una tappa obbligata: un’azienda antichissima che vanta metodi di agricoltura biodinamica praticati ormai da 40 anni e vini con grande carattere. Tra quelli in degustazione scelgo senza dubbio il Montepulciano d’Abruzzo Doc 2001 ed è facile: il Montepulciano non è tra i miei vitigni preferiti ma il suo mi entusiasma, ha quella marcia in più che non riesco a trovare in altri. Il naso ha un avvio di dolcezza da frutta rossa matura, qualche nota animale e speziata di sottofondo. L’impressione è di grande eleganza e delicatezza, specie se paragonato al precedente assaggio del 2008. Rispetto al quale persino la freschezza della beva sembra promettere altra lunga vita! Con un tannino ancora ben presente ma elegante, chiude sulla sapidità e qualche nota dolce da frutto maturo in contrasto. Forse si avverte un po’ di alcool nel finale, ma voglio dare ancora una volta la responsabilità ad una temperatura non adeguata.
Nel cuore del Carso triestino si trova l’azienda Zidarich e davanti a me, insieme ai suoi vini, trovo Benjamin Zidarich. Ma non è lui che mi narra la fantastica storia dell’antico vitigno Terrano, forse tra quelli a bacca rossa il più rappresentativo del Carso, con più di 2000 anni di storia. Fino all’800 si vendeva in farmacia per le sue proprietà terapeutiche: piantato su terra rossa ricca di ferro e bauxite, il tipo di coltivazione e di vinificazione lo rendevano ricco di residui ferrosi e con una percentuale alcolica non superiore ai 9%. Lo assumevano gli anemici e le donne dopo il parto. Fino a 30 anni fa si beveva non imbottigliato, accompagnato tradizionalmente a pietanze di maiale, un vino un po’ mosso, con elevata acidità. Poi col cambiamento degli impianti da pergola a guyot e la selezione dei grappoli sulla pianta, la resa si è notevolmente abbassata e la gradazione alcolica è aumentata. Che non sia un vino facile lo intuisco, ma il Teran 2005 Carso Doc,  Terrano in purezza, mi prende e mi porta via. Respiro caramella mou, liquirizia, qualche nota eterea, un leggero sentore di cuoio invecchiato. Sono turbata da tanta complessità! La bocca è sapida e fresca, con speziature nel finale, di grande personalità.
Al Consorzio I Dolomitici si definiscono Liberi viticoltori trentini. Dopo essermi soffermata su un interessante Incrocio Manzoni in purezza di Fanti, l’Isidor 2008, mi avvicino all’unica chiusura possibile di questo pomeriggio: il Vino Santo 1999 Trentino Doc di Gino Pedrotti. Nosiola al 100% coltivata su suolo sabbioso e sassoso a nord di Riva del Garda, regala sentori di nocciola tostata, canditi, mandorle…e che bevibilità! Dolcezze agrumate e una nota amara di mandorla gli conferiscono freschezza, è estremamente godibile e mi appaga la voglia di vino dolce ma non stucchevole: l’acidità gli permette di non risultare tale nonostante il suo residuo zuccherino. Alessandro Fanti ci racconta che una parte della nosiola viene vendemmiata e poi adagiata sui tradizionali graticci detti “arele”, gli stessi usati in Valpolicella per la produzione dell’Amarone e del Recioto, ad essiccare nel fruttaio fino alla settimana santa. Durante questo processo, gli acini arrivano ad essere attaccati da muffa nobile, mentre in pianta il vento le essicca senza ammuffirle. La fermentazione è lentissima e rimangono in botte di rovere per 10-11 anni.
Le conclusioni? Mi chiedo se l’attenzione sempre crescente per i vini naturali forse viene dal fatto che andiamo alla ricerca di vini veri, meno costruiti e ruffiani. Mi viene in mente la Francia, dove ci sono eccellenti luoghi di ristorazione che vantano una scelta radicale in tal senso e stupiscono il cliente con etichette tutte italiane talvolta estreme e mai banali. In ogni caso ce n’è per tutti i gusti, perché fortunatamente è il gusto a dettare l’ultima parola. E la risposta non viene soltanto dal mondo bio.

Links:
www.vininaturaliaroma.com
www.ivigneri.it
www.idolomitici.com
www.vinidaino.it
www.viniveri.net
www.covibio.com
www.emidiopepe.com
www.zidarich.it

 

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A proposito dell'autore

Anche Wining ha il suo "wine advocate". Avvocato civilista di professione, sommelier eno-reporter per smisurato amore. Folgorata da un colpo di fulmine in Piemonte, 13 anni fa un calice di Barbaresco ha messo fine alla mia precedente vita da finta astemia. Non potevo che diventare sommelier Ais. La mia bruciante passione cresce poi con le bollicine, specialmente lo Champagne, per il quale ho un noto debole e che cerco di comunicare divulgando la sua cultura. Come ogni storia sentimentale destinata a durare nel tempo, l'innamoramento per il vino si é consolidato in un grande Amore, al quale ho dedicato anche la mia attivitá di degustatrice per la Guida Vinibuoni d'Italia del Touring. Proprio lí incrocio Umberto Gambino. Il resto é storia. Wining é il "luogo" dove posso raccontare la mia curiositá, le emozioni, le storie che rendono speciale il vino e chi lo fa, il tutto condito dal sorriso alla vita che mi contraddistingue e col quale cerco di farmi perdonare i ritardi redazionali che Umberto sopporta! Forse perché sono stata la prima a battezzare tutte noi... le sue Wining's Angels

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