di Germana Grasso

In questi freddi giorni invernali anche solo un sorso di vino è una manna dal cielo, ritempra, ristora ed appaga. Soprattutto scalda, non solo i corpi, ma anche l’atmosfera.
Ho avuto modo di sperimentarlo alla degustazione verticale di “Impeto” dell’azienda Torre del Pagus. Ho lasciato la neve a Roma ed ho trovato la pioggia a Napoli. Statistiche non scientifiche mi portano a credere che “Napoli non è il paese del sole”, poiché si registra un alto tasso di precipitazioni durante l’inverno. Ma quando splende il sole e con un colpo d’occhio si abbraccia il golfo, non ci sono parole per descriverne la bellezza, sebbene ne siano state messe tante nero su bianco.torre-02

Sul golfo affaccia il ristorante Veritas in corso Vittorio Emanuele. Nella saletta dai toni beige è tutto pronto per la degustazione dei prodotti di questa giovane azienda del Sannio Beneventano. Giovane perché dieci anni per la campagna sono solo un sospiro. La famiglia Rapuano possiede filari di viti alle pendici del monte Taburno ed ha esperienza di generazioni nella coltivazione della vite e dell’olio. Nel 2001 l’intuizione di valorizzare la cultura del lavoro contadino con la creazione dell’azienda.
In rappresentanza di Torre del Pagus c’è Giusy Rapuano, un’affabile giovane donna, che ci racconta la storia dell’azienda di famiglia, ci mostra fotografie dei suo nonni e di suo padre mentre lavora l’uva e si commuove quando parla del fratello Luigi, prematuramente scomparso, ed ideatore dell’azienda. In ogni bicchiere c’è l’intuizione di Luigi Rapuano, che, già nel 2001, aveva  compreso le potenzialità del vitigno di famiglia. La storia di un’azienda spesso coincide con la storia di una famiglia. Soprattutto in Italia, in particolar modo al Sud, e non solo nel settore vitivinicolo. Un aspetto che spesso si dimentica quando si ordina “una” bottiglia di vino al ristorante e che mi folgora mentre Giusy ci spiega come si è appassionata a questo lavoro e come ha riscoperto le radici dell’azienda di famiglia. Conoscere l’artigiano/imprenditore che c’è dietro all’azienda, la sua storia, le sue idee, la sua passione è una presa di coscienza doverosa verso noi stessi e la nostra cultura.

L’enologo Maurizio De Simone, che da anni segue la Torre del Pagus, illustra ai fan del vino quelle caratteristiche che poi ritroviamo nel bicchiere: tasso di piovosità annuale, qualità della terra, tipo di vinificazione.
“Impeto” si ricava dal vitigno Aglianico più alto dell’azienda, posto a 180 metri sul livello del mare, protetto in una gola dal terreno più calcareo ed argilloso rispetto al resto della montagna. A guidarci nella degustazione ci sono Marina Alaimo e Luciano Pignataro.
Si parte con gli assaggi, partendo dal 2010, un campione da botte, che al sorso è fruttato di ciliegia ed amarena, ha una spezia delicata di chiodi di garofano e pepe tipico dell’aglianico. Sono molte le aspettative su questo vino ancora in itinere e che gode della particolarità della vinificazione con i raspi in tini di castagno. Questa caratteristica è mutuata dall’antica tradizione del lavoro in vigna, quando ancora non si utilizzavano le macchine, quando il raspo era considerato la forza dell’uva.
Andando a ritroso nel tempo, la 2009 fu un’annata con giusta piovosità che permise all’uva di maturare pienamente. Proviamo un campione da vasca di cemento, che si deve ancora affinare prima di essere imbottigliato. La differenza con il sorso del 2010 è evidente: il gusto fruttato è più cupo e prevalgono note terrose.
Le forti escursioni termiche che caratterizzarono il 2008, con un’estate torrida ed un settembre piovoso, resero l’Impeto di quell’annata un ottimo vino. È il primo campione in bottiglia che degustiamo e quella nota dolce e fruttata di maraschino lo rende molto piacevole all’olfatto ed al gusto. Anche il colore è più cupo: una splendida tonalità di rubino intenso che non si lascia attraversare dalla luce. Desidero legare a queste sensazioni l’idea dell’azienda dei Rapuano, “anima e corpo di una terra”, come recita il loro slogan.
La degustazione verticale di un vino permette di analizzare l’evoluzione dei frutti della terra e mostra come l’uomo può solo assecondare i suoi cambiamenti. Così il vino del 2007 risente della scarsezza di piogge ed il 2006, al contrario, appare più morbido al gusto per gli effetti di un agosto molto piovoso. Nel 2005 la primavera poco piovosa predispose le piante ad un minor carico di grappoli. Mi colpisce il colore, quasi violaceo, come ci fa notare Marina Alaimo, e quel sentore di ciliegia e buccia d’arancia. Le forti escursioni termiche del 2004 resero quell’annata tendente alle spezie secche e mature.
Si fa un salto nel passato, al 2001, alla prima vendemmia di Torre del Pagus, all’intuizione di Luigi Rapuano, a “quell’esordio strepitoso”, come suggerisce Alaimo, ancora in evoluzione nel calice, caratterizzato da note di visciole sotto spirito e che esprime vivacità anche dopo dieci anni.
E dal passato, dall’inizio di questa avventura, si guarda al futuro, al vino del 2011, che secondo De Simone, esprimerà il meglio dell’azienda.

link: www.torredelpagus.it