di Adele Elisabetta Granieri

“Erano già nate le mie sorelle e lui aspettava così tanto quel figlio maschio che, quando sono nata io ed ha saputo che ero la terza femmina, è svenuto!”. Così Sofia Pepe, che ho incontrato da “Cap’Alice” (ristorante di Napoli) in occasione della verticale di Montepulciano d’Abruzzo, magistralmente condotta da Marina Alaimo, organizzata in occasione del cinquantenario dell’azienda, ci racconta del padre Emidio, della sua tempra e di quanto fosse preoccupato che quelle tre ragazze un giorno si sarebbero trovate a dover gestire l’azienda costruita con tanti sacrifici. Sofia lavora con il padre da 25 anni, ma per i primi 10 si è limitata ad osservarlo. Osservava come, con competenza, tenacia ed infinita umiltà, portasse avanti la sua “missione”: dimostrare che il suo amato Montepulciano fosse un grande vino e non un vinello da taglio, come era considerato 50 anni fa’. “Sulle brochure di allora, distribuite al Vinitaly dalla Regione Abruzzo, il Montepulciano era definito un vino non adatto all’invecchiamento. Mio padre, insieme a Valentini, ha iniziato ad imbottigliarlo, ma accatastava le bottiglie in cantina. Era inevitabile che fosse definito un visionario”. “Visionario”, non solo perché voleva restituire a quel vino tanto amato la dignità che meritava, ma per la sua idea di fare un vino genuino. Ed è qui che Sofia, sollecitata da Marina ci racconta della filosofia aziendale: “Siamo certificati biologici e biodinamici, ma non stiamo mai a sottolinearlo perché l’idea di mio padre è la stessa da sempre e va al di là di qualsiasi certificazione. Per noi l’agricoltura biodinamica non è niente di trascendentale, è soltanto buon senso: buon senso in vigna e buon senso in cantina”.

In casa Pepe il vino viene concepito come un essere vivente: in vigna non si usano concimi, né diserbanti, se non zolfo ed ed acqua di rame, niente di estraneo al terreno; la vendemmia è manuale e la diraspatura avviene premendo e sfregando i grappoli su una rete metallica sovrapposta a tini di legno. L’uva viene pigiata con i piedi, fermenta in vasche di cemento vetrificate, senza aggiunta di lieviti selezionati né di solforosa. In cantina non si utilizzano né botti né barriques, perché “il vetro non cede niente al vino e non prende niente”. Prima di due anni, infatti, nessuna bottiglia viene messa in commercio, perché il vino deve avere il tempo di decantare naturalmente. Per le annate migliori, messe a riserva, il vino decanta in bottiglia per almeno 4-5 anni, poi viene stappato e decantato manualmente, ricolmato con lo stesso vino e ritappato. Nelle annate peggiori il vino non si fa (come è avvenuto nell’86, nel ’96 e nel ’99).

Per 10 anni Sofia e suo padre si sono osservati: lei osservava come lui faceva il vino, lui osservava come lei imparava. Oggi è Sofia ad occuparsi della produzione, ma Emidio non rinuncia ad un’attenta supervisione. “C’è voluto parecchio tempo, ma quando ho capito che cominciava a fidarsi perché ha iniziato a farmi mettere mano al vino, per me è stata un’immensa soddisfazione. Mi piace soffermarmi a guardarlo mentre ascolta il rumore della fermentazione delle botti, ammiro la sua incredibile sensibilità”. Devo dire che la descrizione che fa Sofia di questo aspetto caratteriale di suo padre mi tocca particolarmente, perché quando ho avuto la fortuna di incontrare personalmente Emidio Pepe, mi ha colpito proprio per come osservava. Un modo di osservare silenzioso, ma che si intuiva estremamente arguto, quando ti affidava tra le mani un calice del suo vino.

In azienda oggi lavorano tre generazioni ed i vini di Emidio Pepe sono conosciuti in tutto il mondo. Sofia ci rivela che a suo padre piace dire: “50 anni fa’ ero io a portare il mio vino in giro per il mondo, ora invece è il vino che porta me” e ci racconta che quando nei primi anni ’70  la Regione Abruzzo, che aveva organizzato un ciclo di degustazioni promozionali negli USA, rifiutò di includerlo tra i partecipanti a causa delle ridotte dimensioni della sua azienda, Emidio la settimana successiva raggiunse l’America da solo con la borsa piena bottiglie, senza sapere una parola d’inglese. “Ora è andato in America più di cento volte, sempre senza sapere l’inglese!”.

“Abbiamo in cantina 30 annate, ognuna diversa dall’altra, ed ogni vino racconta la propria storia, perché nessuno è intervenuto a modificarne le caratteristiche, perciò ogni bottiglia riporta i tratti distintivi dell’annata di produzione”, prosegue Sofia, parlandoci dei suoi vini . “Quest’ultima è stata un’annata difficile, il Trebbiano è venuto bene, ma al Montepulciano è mancato il sole ed abbiamo raccolto il 40% in meno”.

Sei annate in degustazione, per la verticale del cinquantenario: 1983, 1994, 2000, 2001, 2003, 2010. Ognuna rigorosamente diversa dall’altra e con un’evoluzione incredibile nel bicchiere.

– Degustare la 1983 è un’emozione! Un’annata molto calda che si è fatta attendere 10 anni prima di essere messa in commercio. L’unghia granata (che non dimostra assolutamente tutti gli anni di vita) a ricordarci dell’età. Al naso si presenta con marcate note terrose, di sottobosco e fughi, che presto lasciano spazio a sentori più fruttati, di una bella prugna matura. La freschezza di questo trentunenne è sorprendente, i tannini sono appena percettibili, ma si avverte la sapidità, il sorso è pieno lungo e persistente. Ricorda forse un certo 82enne ancora molto energico?

– La 1994 è stata un’annata molto piovosa. Anche qui una leggera unghia granata a ricordarci l’età. I profumi si aprono con una leggera nota di salamoia, per poi evolversi sui toni dei frutti di bosco ed una delicata ed inaspettata speziatura di chiodi di garofano, lignaggio dell’evoluzione pura e semplice del vino. In bocca è ancora molto fresco, di buona struttura e con i tannini appena più presenti.

– La 2000 è stata un’annata calda e Sofia ci rivela essere la preferita di Emidio. Il colore è carico e molto vivo; i profumi sono molto più selvaggi: cuoio bagnato, salamoia, rosa appassita, ad evolversi, infine, nella frutta rossa. In bocca è di pieno corpo, con un’ottima spinta acida e tannini presenti.

– La 2001 è la preferita di Sofia, un’annata perfettamente equilibrata. I profumi sono intensissimi: si aprono sulle note fruttate della prugna e della mora, per poi procedere con delicati sentori balsamici e, anche qui, un’inaspettata speziatura. Al gusto è perfettamente coerente col naso, di ottima struttura, la freschezza ancora vibrante è perfettamente bilanciata dalle note morbide, i tannini ben amalgamati. Il sorso è lungo e persistente.

– La 2003 è stata un’annata torrida e le caratteristiche del vino la rispecchiano in pieno. Profumi intensi di prugna surmatura, quasi marmellata, seguono note di rosa appassita e spezie dolci, vaniglia. In bocca è più scarno, la spinta acida non è sufficiente ed i tannini sono quasi assenti. È l’esempio di un vino che si sarebbe potuto correggere in cantina ma, obietta Sofia, “ogni vino deve raccontare la sua storia”.

– La 2010 è stata un’annata molto equilibrata. Il vino che degustiamo è stato messo a riserva e verrà commercializzato fra non meno di 6 anni. Il colore dà ancora sulle tonalità purpuree. Il naso, inizialmente un po’ chiuso, si apre sulle note della salamoia e del cuoio bagnato, che si evolvono in profumi di mora. In bocca è scalpitante, la spinta acida è vigorosa ed i tannini ancora leggermente ruvidi, ma la struttura che sostiene è veramente tanta, per cui il risultato è perfettamente equilibrato.

Menzione d’onore ai piatti abruzzesi in abbinamento, pepanti dalle mani sapienti dello chef di Cap’Alice, Claudio De Castris:

– Zuppetta di legumi in ciotolina di pane

– Spaghetti alla chitarra al sugo con pallottine

– Spuntature di maiale “a cif e ciaf” con polenta

– Cicerchiata abruzzese e struffoli napoletani

Links:
www.emidiopepe.com