di Marilena Barbera

monreale-02 Monreale, terrazza spalancata sulla Conca di Palermo, sguardo ricolmo di blu, di cielo e di mare aperto. E se è una giornata di maggio, come quelle che solo a maggio si accendono e profumano di glicini e di brezze salmastre e di erbe odorose, ne amerai le ombre e le frescure, le casette arroccate e i cortili nascosti tra i muri in pietra, le ombre accoglienti dei vicoli che si inerpicano e si dipanano come gomitoli sul fianco impèrvio della collina.
Ne percorrerai i selciati di sasso e di balàta fino alla piazza del Duomo maestoso e al chiostro intarsiato di mille colonne, fino all’abbraccio di quel Cristo pantocrator splendente di oro zecchino e di smalti che moltiplica all’infinito la luce del meriggio, stillante per le cangianti vetrate. Il Duomo che è un gioiello, di dentro e di fuori, gioiello della Sicilia capitale del mondo, unica rivale di Bisanzio negli anni bui dell’Evo di mezzo.

Uscirai nel bagliore accecante della grande piazza che ti inghiotte vociante, brulicante di turisti a caccia di tradizioni e tipicità e di pellegrini che menano in processione fiori e candele votive per la festa del Crocifisso, e di donnine affacciate agli angusti balconi a sgranare rosari, e ti perderai nel suono di litanie arcaiche, incomprensibili, sospese a metà tra fede e superstizione.
Ti assaliranno gli odori vischiosi di miele cotto e pungenti di spezie dei torroni croccanti di mandorle e pistacchio tagliati al coltellaccio, delle cubbàite variopinte adagiate sui centrini smerlati di carta oleata, delle frutta caramellate e cristallizzate di zuccheri bianchi e rossi e rosa. E la càlia e la simènza sui banchi a ruote, dipinti delle gesta di Rolando e dei suoi mostri. E le pastiglie di castagne da succhiare e le spagnolette rugose e i lupini e il cocco bello, e i fichi, e i datteri.
Ne avrai indietro ricordi di struggente dolcezza, di granite di limone e cassatine di ricotta e pasta reale, da assaporare lentamente.