di Giorgia Costa
C’è vento stamani. Molto. I colori tenui e fiochi dell’alba hanno ceduto ad un cielo azzurro, nitido. Nessuna nuvola. Il sole splende alto e caldo. Qui sdraiata in spiaggia cercando il tanto desiderato relax, osservo, ascolto … Il cappellino con la sua ombra mi è complice. Il vento arriva da Sud, dal mare: netto e diretto. Il vocio alla sinistra è ormai distate, lo allontano, non lo sento più. Sento solo le onde potenti e travolgenti nel loro essere, nel loro esibirsi, nel loro muoversi … nel loro farsi sentire. Non sembra mare oggi, ma oceano. Così potenti le ricordo solo a Capo Verde. Più basse queste, meno violente, ma incalzanti comunque.

Chiudo gli occhi e rivolgo al sole i palmi delle mani cercando di catturare più energia possibile, quella che la natura mi regala, quella che poi trasferirò sulla penna.

La panchina. Sapete quanto simbolica essermi.
Ieri ne ho viste tantissime. Quella in pietra rossa a lato della cattedrale di Ciutadella (Ciudella). Troppo in vista però. Troppo affollata, troppi turisti svogliati, troppo schiamazzo. Non per me. Quella in ceramica bianca e blu nel chiostro adiacente, fantastica anche solo per essere avvolta dal silenzio: una vera oasi di pace. Quella in pietra bianca a fianco della piccola chiesetta bianca, nel bianco paesino di pescatori a Fornelli, nel Nord. Due vasi di rossi gerani le donavano la giusta nota di colore, il sole improvvisamente usciva e tutto faceva brillare. Il mare da grigio si colorava di blu, celeste, azzurro. Un arcobaleno infinite di sfumature che mai avrei immaginato e che solo l’Isola d’Elba molti anni prima mi aveva regalato. Meraviglia.

Una però mi ha tentata. Una, del tutto anonima, normalissima: la classica panchina in legno marrone. Nessun artifizio, concreta, semplice, franca nel suo essere così come, a prima vista, posso apparire io. La classica panchina che si trova nelle nostre piazze, nei nostri parco-giochi. Un faro rosso, d’un rosso brillante, dietro di lei, a catturare la mia attenzione. Il mare blu a far da sfondo. La luce nel momento che più adoro … quando il pomeriggio inizia a volgere alla sera quando non è più un caldo sfacciato, ma è invece la luce a farsi calda, quando l’abbronzatura sembra risaltare, quando il mare sembra ancora più blu e tutto attorno sembra più avvolgente. Mi ritrovo su un punto panoramico, sulla “Punta” di un quartiere residenziale, di piccole casette a schiera, alla fine di una via interna senza uscita. La fine, un principio: La VITA. La fine di una piccola stradina anonima che proprio dove finisce si apre ad uno spettacolo di rara bellezza: la fantastica vista mozzafiato sul mare, sul secondo porto naturale più grande al mondo dopo Pearl Harbor. Sicuramente molto più suggestivo di quello hawaiiano. L’avevo fiutata entrando in Mao (Mahon) con l’auto e cercando parcheggio. Al primo mi sono ripromessa di cercare il secondo. Dopo il secondo e vedendo il terzo, ho preferito lasciarmi andare all’istinto e seguire il mio “fiuto”. Un giro tra la città alta ed il suo porto, la risalita e improvvisamente, da farmi quasi schiantare con l’auto, la VISTA. Wow! Così furtiva, così sfuggente tra le piante, mi sembrava quasi di averla rubata, ma non potevo certo fermarmi in mezzo alla strada.

minorca-14Eccomi allora a pensare dove poter andare per ammirare quell’insenatura immensa, quel porto. Penso alla sensazione di “potenza” che si poteva provare, nel passato, da quella torre, da quel faro, da quella posizione di dominanza, di avvistamento, alla sensazione di “sicurezza” una volta approdati nel porto e allo stesso tempo alla “paura” nel vedere i nemici arrivare. La mia mente inizia, da quella vista, un nuovo viaggio. Matteo dorme nell’auto e decido di regalarmi questa evasione.
Penso all’isola così piccola, così bella, così selvaggia. Coste bellissime, nascoste calette, molte raggiungibili solo in barca o tramite sentieri tra la pineta (30-45 minuti). Entroterra affascinante: cavalli, mucche, capre catturano la mia attenzione lungo dolci pendii. Guidando su e giù queste colline la mia mente mi riporta alla Toscana. La collina dorata del grano tagliato sulla verde vegetazione che si fa macchia, pineta scendendo verso il mare. Fattorie dalle bianche mura spuntano sui cucuzzoli: un portone in legno a lato della strada principale, il lungo sentiero sterrato che sale. Cartolina impressa nella mia mente. “Fazende” adibite in parte a B&B rurali, offrono la possibilità di pernottamento e degustazione di prodotti tipici. Non perdetevi il cheso specie quello di capra o quello aromatizzato alle erbe di Minorca.

Penso alla maionese (una delle varie teorie dice che deriva dalla parola catalana: maonesa, dalla città spagnola di Mahon ed essere quindi nata qui) quella assaggiata, preparata con l’aglio, era veramente d’una freschezza e sfiziosità tale da allontanarsi totalmente dalla “comune maionese”. Penso alla zuppa di aragosta che avrei voluto assaggiare e che ho invece mancato. Penso allo slogan “Minorca, l’isola dei bambini” e dopo solo qualche giorno ne capisco il motivo. Non ho mai visto così tanti parco-giochi ed aree attrezzate per bambini come qui. Un parco in ogni piazza. Dalle grandi città ai piccoli paesini: ovunque! Nulla di travolgente, le classiche e semplici giostrine, ma linde e colorate, tutte curate ed in ordine. Un’isola che ha chiaramente deciso su cosa puntare, su quale flusso turistico concentrarsi. Un’isola a dimensione di famiglia e per sportivi appassionati di mountain bike, trekking. Non l’extra lusso in genere, ma servizi e strutture pulite ed efficienti, idonee ad accogliere una massa turistica “cospicua e delicata” come appunto quella famigliare. La mente avanza, le riflessioni, i confronti su tante realtà italiane pure, ma non voglio essere “polemica” oggi anche se magari si tratterebbe solo di guardare la realtà ed essere costruttivi.

Minorca, la più piccola della Baleari
(60 x 20 km circa) eppure quanto respiro! Ibiza, Palma de Maiorca, Formentera, tutte visitate, tutte a proprio modo molto belle, ma il giusto equilibrio che ho trovato in Minorca difficilmente l’ho riscontrato in altre parti del mondo. Un mix di verde vegetazione, mare cristallino, spiagge immediate e molte ricercate. Affascinante al nord, la terra che da bianca si fa rossa. Il paesaggio che da “lineare” si frastaglia. L’entroterra che ti coglie, emozionandoti. La natura con i suoi fiori.


L’isola del vento
, questo vento più o meno intenso che ti fa godere il sole, il mare, il paesaggio sempre accarezzandoti il viso, il corpo, che attenua il calore, che ti dà respiro. Tipici paesini, prodotti tipici. Tanti sorrisi. Storia, cultura ed arte. Interessanti gallerie d’arte specie a Ciutadella, bellissima da passeggiare tra strette viuzze e bianche arcate. I colori: il rosso, il bianco, il verde ed il blu. Il movimento, il relax. La musica, il silenzio, la quiete lungo i sentieri “verdi”, lungo le “Camì de Cavalls” (179 km, unico sentiero lungo tutta la costa dell’isola).


L’isola dei bambini.
“Siamo tutti nati per splendere, come fanno i bambini” – Nelson Mandela

Davanti a me una bimba di 2-3 anni, bellissima. Capelli biondi, ricciolini, un cappellino rosa, degli occhialini da sole neri, l’accappatoio rosa come il berrettino e la nera scritta “Barbapapà”. Uscita dall’acqua attende il papà che la sta cercando il costumino pulito ed asciutto. Nell’attesa si muove, quasi a danzare ed apre il viso ad un magnifico sorriso. Il mare azzurro sullo sfondo a brillare. Non l’ho fotografata per rispetto, ma quell’immagine è una tra le più belle nella mia memoria. Ripenso all’essere bambina, a certi momenti belli … penso al sorriso di Matteo così infinito da farmi dimenticare qualsiasi spiacevolezza … “Perché i bei sogni non si ricordano. Ma i bei ricordi non si dimenticano” – Carlo Verdelli.