Il titolo dell’evento è pretenzioso: “I migliori vini italiani di…”. Ma, i migliori di chi? Il “chi” in questione è Luca Maroni, già collaboratore di Veronelli nonché inventore del teorema del “vino frutto” oltre che autore di una ponderosa guida vini. Così ho preso la decisione: è giunto il momento di rompere l’incanto e di occuparmi finalmente, in queste righe, dei vini del Lazio: proprio i vitigni che crescono a pochi chilometri da casa mia.
L’occasione era ghiotta: la Selezione dei migliori vini del Lazio, scelti appunto da “lui”, il simpatico e immediato Luca Maroni, presentati alle Scuderie Aldobrandini di Frascati. Ho deciso perciò di andare e “assaggiare” il Lazio da bere con un “focus” sul Frascati.

A proposito: a che punto sta il Frascati, dopo il varo della Docg per le tipologie Superiore e Cannellino? Sta molto meglio di una decina di anni fa, ma la strada da fare è ancora tanta.

“Non ci nascondiamo dietro a un dito – argomenta convinto Mauro De Angelis, presidente del Consorzio di tutela – dal punto di vista enologico siamo ancora una regione di Serie B, ma il Frascati è una delle sue punte di diamante. Passi avanti ne abbiamo fatti parecchi: del consorzio fanno parte 35 aziende e il disciplinare è stato rivisto, innalzando la percentuale di Malvasia puntinata e di Candia (fino al 70%) mentre Greco, Grechetto, Bombino e altre varietà autorizzate di uve bianche sono passate al 30%, marginalizzando il Trebbiano Toscano. In 20 anni il Frascati ha cambiato pelle e sostanza: nei colori, trasformandosi dal marroncino al giallo verdolino; negli odori, non più banali ma oggi fruttati, aromatici e avvolgenti; dal gusto monocorde di un tempo a quello che potete bere oggi nella stragrande maggioranza dei Frascati: decisamente più grintoso e corposo”.

Risultato? Il Frascati liscio, scorrevole e beverino com’era una volta oggi non c’è più. E tutti vissero felici e contenti? Non proprio. C’è ancora molto da fare e da migliorare: per esempio, le rese – anche a disciplinare modificato – restano pur sempre elevate.
Nel corso della serata alle Scuderie ho potuto degustare sei ottimi Frascati Superiore Docg tutti del millesimo 2013 (eccetto uno). Eccoli nelle note degustative essenziali.

Ho apprezzato la perfetta rotondità (come il “cerchio di Giotto”), la sapidità, la bevibilità, il mix del bouquet speziato e lineare del San Marco De Notari crio 12, vinificato dopo un contatto molto tenue con le bucce.

Più concentrato (ma più corto in bocca) il “cugino” Racemo de l’azienda “tutta bio” L’Olivella, i cui vigneti spaziano sulla spettacolare terrazza di Colle Pisano, dominante la Città Eterna. Un Frascati fine, elegante, fresco e minerale. Questi due vini sono le diverse facce della stessa medaglia: entrambe le aziende sono di proprietà delle famiglie Notarnicola e Violo.

Un vino di “nicchia” (visti i numeri: solo 3.300 bottiglie) il Frascati Superiore di Tenuta Pallotta, in cui si fondono al naso frutta bianca e gialla mentre il gusto è deciso e avvolgente.

C’è poi il Frascati che oseresti definire “perfetto” senza correre il rischio di sbagliare: è quello di Castel De Paolis, azienda di Grottaferrata. Un vino intenso, profumatissimo,  con le sue note di frutta esotica, morbido e stravolgente.

E non puoi non apprezzare il fascino del Poggio Verde, etichetta della cantina Principe Pallavicini nel territorio di Colonna: dal calice si diffondono note fresche di fiori bianchi, frutta tropicale e anche una nota minerale evidente, simil Riesling, per un sorso che si espande pulito e inesorabile. Facile a definirsi un Frascati “moderno” e fuori dagli antichi canoni. Al banco la sommelier e collega di corso Ais e master, Viola Martinangeli.

Un Frascati che si dimostra giovane e vivido è quello di Tenuta di Pietra Porzia con i suoi sentori di pera, sapido, persistente, e rotondo.

Non solo Frascati, fra i “migliori vini del Lazio”.

Presentata dall’enologo Michele Russo, ho bevuto una gradevole e godibile Malvasia Igt Lazio 2013, sempre della Tenuta di Pietra Porzia, con le sue belle note di fiori di campo, pesca gialla, idrocarburo e finale ammandorlato. Un vino da Malvasia puntinata in purezza.

Si dimostra di livello il Cesanese Amarasco Igt Lazio 2012 Principe Pallavicini. Le uve sono vinificate dopo 20 giorni di appassimento al sole. Affinato in botti di rovere per 12 mesi, profuma di marasca (da qui il nome), more, melograno, rosa, spezie dolci, con riflessi  balsamici. Un buon rosso pieno, sapido, dai tannini fini e vigorosi, per quest’autoctono coltivato nell’area dei  Castelli Romani.

Fra gli altri, mi sono piaciuti molto due vini di Casale del Giglio, azienda de Le Ferriere (Latina). Eccoli.
Prima di tutto, un “intruso” per questo territorio: il Tempranijo Igt Lazio 2012, dal vitigno tipico spagnolo. E’ un vino caldo, avvolgente dal bouquet di visciola, prugna cotta, pepe verde, rosmarino, spezie dolci e aromatiche. Si ottiene dopo maturazione avanzata delle uve con leggero appassimento sulla pianta. Un vino “guerreggiante”, emozionante con evidenti note di surmaturazione e tannini levigati.

Ho gustato bene anche il Mater Matuta Igt Lazio 2011 (Syrah 85%, Petit Verdot 15%). Nella mitologia romana “Mater Matuta” è la dea dell’aurora protettrice della fertilità. Questo invece è un vino super, non sembra neanche un vino laziale, eppure… è da anni uno dei migliori rossi d’Italia. Maturazione separata per il Syrah e il petit Verdot in barrique nuove per 24 mesi. Poi assemblaggio e altri 12 mesi di affinamento in bottiglia. Uno spettacolo nel calice: note di more, spezie e frutti rossi, prima di essere invasi dall’aroma balsamico. Un bel mix fine ed elegante. Questo vino è  ormai un “classico” dell’azienda di Antonio Santarelli, frutto anche delle cure del bravo enologo trentino Paolo Tiefenthaler. Peccato non sia stato presentato bene in questa occasione (non è piacevole degustare con l’addetto al banco distratto perché intento a scrivere messaggi sullo smartphone).

Infine, la sorpresa più bella ed emozionante della serata. Ho scoperto proprio qui gli unici due vini di Gelso della Valchetta, un’azienda di Roma. Sì, proprio Roma Roma! Il vigneto di soli 5 ettari è stato impiantato nel 1997, nel terreno di proprietà della famiglia Caldani. Siamo tra l’Olgiata e Formello, nel parco di Veio a Roma Nord, zona anticamente abitata dagli etruschi. I primi vini prodotti sono dell’annata 2004. Enologo la brava Graziana Grassini (la stesso della Tenuta San Guido e del Sassicaia). Entusiasti e sorridenti, a presentare i vini di famiglia, ecco Flaminia Caldani (figlia dei titolari, Marco e Maria Pia Caldani) e il marito, l’attore Claudio Castrogiovanni. Solo agricoltura naturale nel pieno rispetto dell’ambiente e del territorio per quelli che, a ragione, si possono ben definire “i vini di Roma”. Un bianco e un rosso i prodotti e assaggiati, in un clima di vera e autentica cordialità: sembrava quasi di conoscersi da anni.

Lilium Igt Lazio 2013.  Da uve Chardonnay. Un naso di banana molto fresco e varietale, poi pompelmo, ananas, fiori di ginestra. Bel sorso sapido, minerale, scorrevole. Una delizia per il palato. Solo 12.000 bottiglie.

Il Gelso Igt Lazio 2011. Da uve Cabernet sauvignon 75%, Merlot 25%. Note eleganti e balsamiche di sottobosco, visciola, prugna, ginepro, alloro, spezie scure. Si distende in bocca fresco, sapido, avvolgente, con equilibrio di potenza ed eleganza e retrogusto di mora. Vinificazione in vasche d’acciaio, poi 6 mesi di affinamento in bottiglia. Prodotte 32.000 bottiglie.

Ho concluso, quindi, con due vini da vitigni internazionali, a conferma che in questa regione – se si lavora bene in vigna e in cantina – nessun risultato di qualità è  precluso.

http://www.consorziofrascati.it/
http://www.principepallavicini.com/
http://www.tenutadipietraporzia.it/
http://www.sanmarcofrascati.it/
http://www.racemo.it/
http://www.casteldepaolis.it/

http://www.gelsodellavalchetta.com/

http://www.casaledelgiglio.it/