di Umberto Gambino
La domanda che (quasi) tutti vorrebbero fargli è: “Ma perché  un Furlan verace, vuol mettersi a fare i vini dell’Etna?”. Beh, lasciate da parte facili ironie e letture superficiali, perché il 35enne Michele Bean-OkwBeàn, da Corno di Rosazzo in quel di Udine, questi vini li ha già fatti e continuerà a farli. E poi, si trova davvero come un Pascià fra vigne e cantine siciliane, ma soprattutto alle pendici del vulcano.
“Vengo da una famiglia in cui i miei nonni lavoravano nel mondo del vino, sui Colli Orientali del Friuli. Si può dire che abbia respirato gli aromi delle botti fin da quando portavo i calzoni corti” ricorda compiaciuto Michele.
La “notiziona” che ha fatto rumore nell’ambiente enologico etneo (e non solo) è di quelle che animano i Blog e i siti specializzati: dall’inizio del 2012 Michele Beàn è il wine maker e direttore tecnico dell’Azienda Vinicola Benanti. Succede a Salvo Foti, lo storico enologo “autoctono” che ha svolto un eccellente lavoro.
Ebbene sì: il “grande saggio” di Viagrande, Giuseppe Benanti, ha scelto di puntare su un giovane e talentuoso wine maker non siciliano che però la Sicilia ce l’ha nel cuore e la conosce già da un pezzo. Un nome per tutti: Cottanera. Dal 2003, Michele Beàn è stato direttore tecnico per l’azienda Cottanera, altra importante realtà etnea.
L’incontro – anzi il colpo di fulmine col cavalier Benanti – è scoccato per caso, a Tarvisio, nel corso dell’ultimo Ein Prosit. Lo stesso Michele Beàn spiega com’è andata: “Entrambi eravamo relatori ad un convegno sui vini e la tipicità del territorio che essi rappresentano. Ci siamo accorti di parlare la stessa lingua, ritrovandoci con le stesse idee e visioni progettuali. Così, poche settimane dopo, abbiamo messo nero su bianco dando inizio alla nostra collaborazione”.
L’enologo friulano attualmente è consulente di otto aziende vinicole. Tre in Friuli Venezia-Gilulia (Davide Feresin, la cantina diffusa Talis e Tenuta di Blasig), una in Serbia (Budimir), quattro in Sicilia: La Moresca a San Michele di Ganzaria, Cos nel Ragusano, Wiegner (vignaiolo svizzero che parla toscano) sul versante Nord dell’Etna e appunto Benanti, a Viagrande, sul versante opposto.
“A me la Sicilia piace molto. Il territorio ha ancora grandissime potenzialità non ancora pienamente espresse. L’Etna è sempre più il comprensorio trainante di tutto il comparto vinicolo regionale. L’area del Mamertino Doc, nel golfo di Milazzo, può essere la sorpresa dei prossimi anni”.

Il neo wine-maker di Benanti ha avuto importanti esperienze sul campo in Friuli, con “Ca’ Ronesca” e in California, con Enrique Fierro: “Due autentiche palestre di vita e professionali”, assicura Michele.
Ti trovi a tuo agio nella veste del consulente di più aziende?
“Lo preferisco. Vado a trovare i miei clienti tutti i mesi, almeno una volta al mese. Penso poi che, da consulente, il vantaggio indubbio sia quello di vedere ogni azienda con occhio esterno, più oggettivo, evitando influenze locali. Così come riesco a vedere gli sviluppi nel tempo dei lavori impostati senza rischiare di cadere nella routine quotidiana”.
Chi saranno i tuoi riferimenti diretti da Benanti?
“Oltre al cavaliere, con cui confrontiamo continuamente le nostre vedute, ci sono due bravissimi professionisti del vino: l’agronomo Giacomo Gravina e il direttore di cantina Enzo Calì. Gente che conosce la terra del vulcano come le proprie tasche”.
In un immaginario tavolo da poker fra produttori del vino siciliani, quelli dell’Etna hanno in mano le carte vincenti…
“Un poker servito direi. I motivi del successo sono davanti agli occhi di tutti: non fanno vini di massa; lavorano su poche etichette mirate; i vignaioli sono relativamente nuovi rispetto ad altre zone dell’isola; fanno gioco di squadra e non si pestano i piedi fra loro. Si giovano poi di un jolly imbattibile: un territorio che può godere della biodiversità e di uno scenario unico al mondo. Il luogo aiuta parecchio: è di per sé un brand”.
Tu che già hai al tuo attivo diversi vini siciliani, a che punto sono i vini dell’Etna?
“Fino a qualche anno fa, da queste parti si facevano rossi in cui il legno si sentiva parecchio. Sembravano una caricatura di vini di altre regioni.
Ora siamo passati a vini più profumati, eleganti. Siamo a buon punto, i vignaioli sembrano aver preso la strada giusta. Sul mercato vedo tante etichette davvero buone, forse non ancora al massimo in un’ipotetica curva delle annate. Quando la moda dell’Etna sarà passata, resteranno in auge solo le aziende più brave, quelle che lavorano in modo più aderente al territorio”.
Tu hai una forte personalità. Non sei certo uno “Yes man”. Tornando al tuo illustre datore di lavoro, quale deve essere l’approccio per collaborare al meglio?
“Molto semplice e naturale. In questa terra non sei tu, enologo, a dover dare la chiave di lettura in vigna o in cantina: devi seguire il corso della natura. Il benessere dell’azienda è più importante e viene prima del singolo. E Benanti è il nome più famoso di tutti qui, quello che ha inventato l’Etna. Però bisogna salire più in alto: non fermarsi, magari razionalizzare e dare più forza al marchio. Non credo alla necessità di sperimentare nuovi vini, semmai dovremmo togliere qualcosa. Dico no ai vini fatti solo per inseguire le mode”.
Che ne pensi della comunicazione del vino attraverso il web, i Blog, i social network?
“E’ utilissima, veloce, democratica. Ma bisogna utilizzarla con attenzione. A volte c’è il rischio di comunicare troppo e male, di perdere il controllo e la credibilità. Anche il web dovrebbe essere usato e maneggiato con cura, soprattutto da professionisti. Penso ai giornalisti veri, quelli che hanno un’etica, una credibilità e quando scrivono lo fanno a ragion veduta: prima si informano, poi informano meglio. Non improvvisano”.

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A proposito dell'autore

Umberto Gambino

Lo scrivo subito, tanto per non generare equivoci: non mi piace improvvisare. Sono sempre uno che dà il massimo in tutti i campi. Prima di tutto adoro il mio lavoro di giornalista: si può dire che sia nato con questa idea fissa. Non ho mai voluto fare altro nella vita. Però di cose ne seguo parecchie contemporaneamente: potrei definirmi un esempio anomalo di uomo "multitasking". Dopo una trentina d'anni da cronista sul campo, sono attualmente caposervizio del Tg2 Rai. Sul versante enologico, sono sommelier Master Class dell'Ais e coordinatore della guida Vinibuoni d'Italia Touring. Si può ben dire che il mondo del vino è il mio ambiente naturale, e non poteva essere altrimenti, in quanto figlio e nipote di viticoltori siciliani. E' anche in loro onore, per ricordare sempre le mie radici, la mia terra natìa, gli odori e i sapori di quando ero bambino, che mi sono inventato - con l'amico webmaster, Maurizio Gabriele - il massimo della "digital creativity": una formula inedita per un web magazine di reportage in stile blog sull'enogastronomia: www.wining.it che state leggendo. In più sono anche un ottimo fotografo. Può bastare?

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