di Patrizia Pittia

Carissimi lettori, impresa difficilissima questa volta: scovare e intervistare Enzo Pontoni, vignaiolo e titolare dell’azienda “Miani”.  Beh, alla fine ci sono riuscita! Pontoni è osannato dai guru del vino di tutto il mondo, pensate che il sito britannico Wine-Searcher, la bibbia per i compratori appassionati, ha inserito il Miani Refosco Calvari fra i dieci vini italiani più buoni e al top dei prezzi arrivando a valutarlo 684 dollari a bottiglia, naturalmente per le annate migliori.
L’azienda Miani è a Buttrio, nei Colli Orientali del Friuli, zona vocata per la viticoltura. Da più di 80 anni si svolge qui la rinomata Fiera dei vini, che grazie alla Proloco di Buri e ai numerosi volontari ogni anno ospita gli enoappassionati da tutta la Regione e dalle vicine Austria e Slovenia.

Per intervistare Pontoni mi serviva aiuto. Ebbene: gli amici veri si vedono nel momento del bisogno, il mio gancio è stata l’amica e collega sommelier Tiziana Canzutti, infaticabile sostenitrice della Proloco nonché segretaria della delegazione Friuli Venezia Giulia della FIS, Fondazione Italiana Sommelier.
Le leggende metropolitane raccontano che Enzo è sempre in vigna, poco disponibile a interviste e molto riservato, ma la bravissima Tiziana è riuscita a strappargli un incontro. Così, approfittiamo di una giornata nuvolosa: appuntamento alle 14.30 in centro a Buttrio, al civico 10 di via Peruzzi, sede della cantina.  Nessuna indicazione, entriamo in un borgo contadino, una vecchia casa con la scala esterna dove abita ancora la mamma Edda, una grande tettoia dove trovano alloggio il trattore e gli arnesi da lavoro. A fianco la scala per scendere in cantina. Unico riconoscimento aziendale: una piccola insegna attaccata al muro. In fondo il cortile che si apre verso un campo di mais.

Ci viene incontro la mamma, 80 anni portati benissimo. Enzo è alle prese con un problema meccanico: arriva tra poco. Eccolo, finalmente, indaffarato e trafelato. Abbronzatissimo, con i suoi occhi celesti oceano che spiccano sul viso solcato da alcune rughe, è pronto per noi. Ancora un attimo di pazienza mentre un corriere scarica tonneaux e barrique consegnati dal suo fornitore francese. Intanto che Tiziana scambia qualche parola con la mamma, Enzo mi fa entrare in una stanza polverosa adibita a ufficio dove c’è di tutto: documenti vari, scatole, fax e telefono fisso, le uniche due sedie occupate da fogli e cose varie. Decidiamo di fare l’intervista in piedi, non c’è alternativa. Eccola.

Caro Enzo, raccontaci quando è stato il momento di svolta della tua vita, considerato che prima facevi l’ingegnere. Sappiamo che molto ha inciso la scomparsa di tuo padre: è stata una scelta data dalla passione per questo lavoro o un omaggio alla sua memoria?

Premetto che non sono ingegnere (altra leggenda da sfatare), ho fatto la scuola dell’obbligo e prestissimo sono andato alle dipendenze di un’azienda metalmeccanica del luogo continuando ad aiutare mio padre in vigna. Il discorso è più semplice di quanto non si immagini: il posto dove nasci ti condiziona la vita, le radici sono importanti. Perciò, quando lui è mancato ho lasciato il lavoro in fabbrica per dedicare tutto il mio tempo alla vigna. Per poter fare vino di qualità ho studiato a lungo e mi sono informato.

Descrivi la tua azienda, i terreni, i vitigni, se è vero che li curi in modo maniacale.

Dai 10 ettari iniziali ora siamo a 20, suddivisi fra Buttrio, Rosazzo e Corno di Rosazzo. Sono vigneti in collina, posti fra i 150 e i 300 metri sul livello del mare. Il terreno è composto da marne, la “ponca in friulano”. Il tipo di allevamento è Guyot, ci sono viti più giovani ma anche storiche. Mediamente produco 20 mila bottiglie. I vitigni sono Friulano, Ribolla Gialla, Chardonnay e Sauvignon per i bianchi; Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e l’autoctono Refosco dal peduncolo rosso per i rossi. Ho due persone che mi aiutano: gli ettari sono tanti e il motivo per cui sto molte ore in vigna non è per la cura maniacale, ma perché ho carenza di manodopera.

vigneto Miani

Qual è la tua filosofia di lavoro: biologica, biodinamica, naturale o solo rispettosa dell’ambiente?

Nulla di tutto ciò: la mia è agricoltura normale. In caso di necessità, per far fronte a determinate malattie uso con parsimonia prodotti specifici: non faccio diserbo, la mia produzione è contenuta, sempre in base al progetto di vino finale. Dipende da ogni singolo vigneto, diverso per terreno, esposizione ed escursione termica, anche per la stessa tipologia di uva. Fondamentale è comunque l’annata. Dopo tanti anni, a partire dal 2000, ho deciso di non assemblare gli stessi vini da vigneti diversi: sentivo che così snaturavo il vino. Ogni vigneto ha una sua vinificazione separata. Magari li faccio meno buoni ma mostrano una loro identità precisa. Nelle etichette dei miei vini si leggono sempre il vitigno e il vigneto.

Chi ti ha trasmesso in particolare questa passione per la vigna? E’ vero che parli con le tue viti?

La passione mi deriva dal mio nonno materno. Era lui, effettivamente che parlava con le piante. Lui mi ha insegnato a potare, in base al numero di gemme che ci sono sulla pianta. Ritengo sia importante assecondare le viti per ottenere il giusto equilibrio: le viti ti ascoltano, hanno una loro coscienza e bisogna coccolarle.

Quando pensi a un vino, sai già come lavorare in vigna?

In vigna bisogna fare l’uva con quelle caratteristiche che servono per fare il vino che ho già in mente e in cantina si chiude il cerchio;

Quali tecniche di vinificazione adoperi e quali sono i materiali per l’affinamento?

Tutte le mie uve, sia bianche che rosse, vengono vinificate e affinate in barrique e tonneaux francesi con una tostatura particolare. La vinificazione avviene senza solfiti e non ci sono ossidazioni. Nei miei vini voglio sentire il massimo del frutto: la mia idea è di portare il sapore del frutto nella bottiglia. La qualità dei vini bianchi si fa tutta nei primi due giorni di fermentazione: nella prima fase uso i lieviti indigeni dell’uva; ad un certo punto, alla fine della fermentazione, inserisco i lieviti selezionati perché questi mi consentono una conclusione della trasformazione degli zuccheri perfetta. Dopo anni di prove ho constatato visto che con questa tecnica riesco a mantenere tutti gli aromi iniziali delle uve. Non uso acciaio per scelta. Il legno mi offre il giusto scambio di ossigeno. So per certo che ogni vino ha i suoi tempi di affinamento: è lui che decide. Di solito per i bianchi basta un anno; i rossi hanno bisogno dai due ai tre anni.barrique francese

Come hai iniziato a far conoscere i tuoi vini? Anche se sono eccellenti, bisogna pur sempre comunicarli. Tu invece sei allergico a ogni tipo di divulgazione: né social, né sito internet, non hai neppure un telefono cellulare.

Il mio percorso inizia alla fine degli anni ’80. A quei tempi ero ancora più riservato e timido. Per me comunicare era molto difficile. Avevamo la frasca e vedere gente a casa nostra mi dava fastidio. Allora ho pensato che dovevo riuscire a fare vini di un certo livello in bottiglia, con maturità sufficiente, perché le persone da sole me lo richiedessero ( lungimirante è dir poco, mentre parla gli si illuminano gli occhi, ndr). Mi sono impegnato, ho studiato e un po’ alla volta vedevo che i risultati erano positivi. Mio padre era cugino diretto di Tullio Zamò (grandissimo produttore scomparso da alcuni anni, ndr), lui era già titolare di un’azienda molto avviata: gli feci assaggiare i miei vini e lui mi presentò a diversi ristoratori che iniziarono ad acquistarli: Gianni Cosetti del Roma di Tolmezzo, Elio Del Fabbro del Grop di Tavagnacco, Da Toni di Gradiscutta e molti altri. E’ successo che i vini sono piaciuti. Da quel momento è partito un tam tam, un semplice passa parola. Senza fare nessun tipo di pubblicità, sono arrivate le prime recensioni: i giornalisti ne parlavano. Il tutto solo pensando al mio lavoro e a produrre vini di qualità.

Oggi i tuoi vini sono richiesti in tutto il mondo. Che impressione ti fa sapere, che certe tue bottiglie sono vendute in Italia e all’estero a prezzi stratosferici, paragonabili alle grandi etichette toscani e Piemontesi?

Nessuna impressione (ora la sua espressione è quella di un bambino che ha appena fatto una marachella. Interviene la madre e lo sgrida: no si fas cussì, che in friulano vuol dire: non si fa così, ndr). Sono effetti collaterali: come quando si prende una medicina per il fegato e fa male anche il rene (una filosofia tutta sua, ndr). Certo che mi fa piacere, mi aiuta economicamente ma sinceramente a me non importa. Il mio progetto è sempre migliorarmi e fare un vino unico è il mio obiettivo.

Non sei mai stato all’estero con gli importatori per farti conoscere ed essere presente alle tue degustazioni? I potenziali clienti avrebbero il piacere di conoscere chi  fa il vino, la sua storia, gli aneddoti…

Nulla di tutto ciò. Sono più di quindici anni che non esco dalla mia Regione. Sono contrario ad associare un vino a un volto: le mie emozioni sono nel vino, è lui che parla per me.

Meglio i vitigni autoctoni o gli internazionali?

Preferisco i vitigni che si adattano perfettamente al territorio, quelli che danno qualcosa. Autoctoni o internazionali non fa differenza: la mia è una ricerca costante del vino allo stato puro..

Cosa vedi nel futuro del vino del Friuli Venezia Giulia?

C’è sempre molto interesse per i nostri vini. All’estero siamo molto richiesti e apprezzati. L’unico neo? Mi piacerebbe che la politica Regionale tutelasse di più la zona collinare: non voglio fare polemiche ma sento una forte carenza in questo senso.

Per chiudere: caro Enzo, hai un sogno nel cassetto? Se sì, quale?

Difficile da spiegare: ho una parte tecnica e una emozionale (la voce diventa appassionata, ndr ): vorrei portare dentro ogni mio vino tutto quello che provo nei momenti in cui mi sento parte della natura: un albero, una pietra. Quando sono in quella dimensione mi sento parte del creato: i profumi e le sensazioni che sento in quei momenti vorrei portarle nel vino. (atmosfera unica smorzata da un sorriso finale di Enzo, ndr).

Cari lettori, anche se non abbiamo degustato (spero in un invito di Enzo), l’intervista è stata meravigliosa: ho avuto il piacere di incontrare una persona umile, riservata, un grande lavoratore, un po’ orso sì, ma con una sensibilità e bontà che pochi hanno la fortuna di avere. Ora capisco il successo dei suoi vini: “Parlano di lui”. 

(credits foto copertina: slowfood.it)

2 Risposte

  1. Annamaria

    Bravissima PATRIZIA che riesci sempre a trasmettere in modo puro e sincero tutte le tue emozioni

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A proposito dell'autore

Patrizia Pittia

Sono fiera di essere una friulana DOC. Nata a Udine un bel po' di anni fa, ma con lo spirito e la mente come quelli di una ragazzina. I miei genitori - gente semplice e di grandi valori - mi hanno insegnato a muovermi con serietà e rispetto verso gli altri. La mia voglia di indipendenza e il non voler pesare sulla famiglia (ho tre fratelli) mi hanno portato a lavorare molto presto : sono contabile aziendale per un'azienda di prodotti petroliferi. Fin da ragazzina avevo il pallino per la cucina: mi divertivo (e mi diverto) a preparare risotti e molto altro. Così, una decina di anni fa, mi sono iscritta all'Associazione Italiana Sommelier perché mi incuriosiva l'abbinamento cibo-vino. E pensare che a quei tempi ero quasi astemia! Dopo il diploma di sommelier mi si è aperto un "universo" che non avrei mai immaginato e il mondo del vino ha preso il mio cuore (e anche il mio tempo). Organizzo spesso visite nelle cantine della mia regione e nella vicina Slovenia. Su invito di Umberto Gambino, collaboro con Wining, una sfida a cui mi sono sottoposta molto volentieri. Così ora le mie visite in cantina e le degustazioni le condivido con i lettori del nostro sito. I miei gusti? Adoro le bollicine metodo classico , i vini aromatici e i passiti. Sono diventata anche una patita del mondo dei Social. Credo che la comunicazione digitale sia fondamentale, in particolare per i vignaioli che vogliano davvero promuovere i loro prodotti, la loro azienda nel territorio. Oggi il marketing online e il turismo enogastronomico sono veicoli di comunicazione fondamentali. E Wining aiuta tantissimo in questo. Dal luglio 2015 sono giornalista pubblicista.

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