di Silvia Parcianello
Matera è inquietante e suggestiva, roccia e mattoni, sospesa sullo strapiombo della gravina in fondo alla quale mi sarei aspettata  di vedere Lucifero, di guardia alla fine dell’imbuto di tufo.  Ricorda l’immagine dell’inferno dantesco, Gerusalemme e  Carcassonne. Facile capire perché Mel Gibson l’abbia usata come set del suo discusso film “The Passion”, il paesaggio crudo, tutto a grotte e strapiombi come potremmo immaginare fosse il Golgota di 2000 anni fa. Un paesaggio e una città di grande spiritualità, dove porterei l’uomo della mia vita solo per dirgli che lo amo alla follia.

A Matera si arriva percorrendo la Murgia, un paesaggio di media collina disseminato di oliveti e campi di grano, poi all’improvviso compare Lei, la città vecchia, un mucchio di case costruite sulle grotte abbarbicate sul precipizio, le stradine lastricate e tutte le scale, tante scale che portano al Duomo. Si fa un tuffo nella storia, non fosse che ora queste strade e scalette ospitano vetrine di negozi, laboratori d’arte, ristoranti.

L’emozione è forte perché inaspettata, si fa una curva e ci si trova all’interno di un borgo che al crepuscolo assomiglia al presepe del  Natale più bello,  che non è ancora un covo di turisti in pantaloni corti di dubbio gusto e infradito, che vengono perché Matera va vista, con tutti i film che ci hanno girato, e magari preferirebbero essere spiaggiati in un villaggio turistico all inclusive. Ci si emoziona davvero in questa città che nel 2019 sarà capitale della cultura, e si sta tirando a lucido come una diciottenne si prepara per il ballo delle debuttanti, sempre ricordando che sorge in una ferita nel terreno di una regione tra le più povere d’Italia.

Sembrano lontani i tempi in cui Carlo Levi denunciò il degrado, il sudiciume, la miseria in cui Matera stava versando. Erano gli anni 50, neanche un secolo è passato da quando nelle grotte all’interno dei sassi, che altro non sono che le pareti che fiancheggiano la gravina, si moriva soffocati dalla polvere, dal caldo, dalla sporcizia e dalle malattie.

L’azione di recupero ci ha lasciato una città gioiello, adorata da registi e intellettuali, soprattutto americani, ma passeggiando per i vicoli ed entrando nei locali ricavati dalle  grotte traspare il lato oscuro della tragedia che si consumava fino a pochi anni fa. Le caverne sulla parete dall’altro lato dei sassi sono tagli nella collina, ferite in cui nelle serate più sinistre potrebbe sembrarci di scorgere i lupi.

Sorge in una terra povera, Matera, ma ricca di profumi e di sapori. Sapori del territorio e della tradizione contadina, forti e rustici, dove i pomodori e i peperoni secchi vengono disidratati al sole del Mediterraneo e dove si coltiva il grano Senatore Cappelli, pregiatissimo e molto raro, dal profumo inconfondibile.

Il pane di Matera, prodotto solo con semola di grano duro, ha la crosta spessa per preservarne la fragranza per più giorni e i peperoni cruschi diventano croccanti e si conservano a lungo una volta ricevuto il trattamento nell’olio bollente. I piatti della tradizione sono semplici e saporiti, come quelli di Puglia e Campania, regioni confinanti, in cui la pasta artigianale prende il sopravvento, accompagnata da legumi e verdure.

A Matera si mangia nei ristoranti ricavati da quelle che una volta erano le grotte della morte, o nei cortili di questi, lungo le stradine e scalette. Ammirando il panorama in compagnia di un calice di Aglianico ci si sente in un luogo unico: in un film, parte di un  pezzo di storia d’Italia, anzi, no, di storia dell’umanità.

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A proposito dell'autore

Silvia Parcianello

Trentasei anni, trevigiana, capelli rossi e lentiggini, tendenza all'anticonformismo. Sommelier Fisar dal 2010, dal 2012 collaboro anche con la guida "Ristoranti Che Passione". Una laurea in giurisprudenza e un lavoro in banca sono riusciti, solo in parte, a darmi rigore perché in ogni cosa cerco piacere ed emozione. Sia questo istruire un mutuo, degustare un vino, sfinirmi in piscina e dare il massimo in una gara di nuoto, provare e recensire un ristorante. O scrivere un pezzo per Wining. Il cibo e il vino sono per me sentimento, nutrimento, passione. Amo i sapori decisi, le grandi acidità e le grandi dolcezze, i piatti tradizionali con pochi artifici, i prodotti di stagione e del mezzogiorno d'Italia. In casa mia è difficile trovare un pomodoro a dicembre, non fosse altro perché sa di plastica. Si racconta che cucini piuttosto bene, ma solo per chi amo . Se sento il bisogno di nutrire una persona invitandola a cena significa che mi è entrata nel cuore. Nell'era del web e dei social resto legata alle sensazioni, che spero di riuscire a trasmettere con foto e scritti. Perché per me la gioia più grande è emozionare.

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