Su invito del presidente Gaetano Vita sono intervenuti studiosi e operatori della cooperazione e delle imprese private, invitati allo storico Circolo Lilybeo. Un evento moderato dall’Enologo Giacomo Alberto Manzo, responsabile regionale del dipartimento Viticoltura ed Enologia “FareAmbiente” Sicilia. Al centro del dibattito il ruolo delle cantine sociali e delle p.m.i. vitivinicole dell’agro marsalese.

Tra gli interventi più appassionati, quello del professor Nicola Trapani, che in apertura ha denunciato “il pericolo del settore vinicolo marsalese avviato alla quiescenza”, e quello del dr. Rino Bonomo che ha sottolineato come “Il brand Sicilia sia forte e la Doc isolana continui ad essere una grande risorsa, ma ci sono ancora agricoltori che non fanno reddito. La speranza è la diversificazione, in un’isola che è naturalmente sostenibile e che ha tutte le opportunità per tornare ad essere vera protagonista. Ripartendo proprio dal famoso vino di Marsala e dal ruolo manageriale delle cantine sociali”.

Al convegno sono intervenuti anche i produttori e rappresentanti di diverse cantine siciliane: Stefano Caruso (Caruso & Minini di Marsala), Gianfranco Paladino (Alcesti di Marsala), Roberta Urso (Cantine Settesoli di Menfi), Gaspare Baiata (Cantine Paolini di Marsala), Giuseppe Monteleone (Cantine Birgi di Marsala).

Grazie ai loro interventi è stato possibile allargare il quadro allo stato di salute del vino siciliano e locale.

Tra le problematiche più pressanti e discusse, il cambiamento delle abitudini dei consumatori, la riduzione del consumo di vino e la resa dell’uva all’ettaro nazionale ritenuta molto alta.

Sulla base delle rese si è soffermato il presidente della cantina Paolini, Gaspare Baiata, il quale ha assicurato che si farà garante di proporre l’abbassamento delle rese uve/ettaro di alcune uve che rientrano nella DOC Sicilia.

La proposta è quella di abbassarla, “per ridurre le eccedenze di vino e nel contempo innalzare il valore dello stesso – hanno evidenziato diversi relatori – visto che i consumi di vino pro-capite sono sempre in diminuzione”.
Le cantine sociali della Sicilia oggi risultano fortemente ridimensionate. “Basti pensare che erano 251 nel 1985, di cui 125 solo in provincia di Trapani, e adesso non si arriva alla decina”, ha affermato l’enologo Giacomo Alberto Manzo – .

Altri tempi per quella che, nonostante tutto, è la regione più vitata d’Italia, quarta per produzione dopo Veneto, Puglia ed Emilia Romagna.
Tutti i relatori hanno evidenziato e sottolineato, negli anni Ottanta e Novanta, il ruolo strategico dell’Istituto Regionale Vite e Vino, che ha rappresentato un crocevia importante per la viticoltura siciliana, diventando soprattutto “driver” del nuovo rinascimento vitivinicolo regionale.

L’Istituto Regionale Vite e Vino (ora Istituto regionale Vino e Olio) con l’attività di ricerca, di sperimentazione e di promozione dei vini nel mondo, definiva le basi di un successo che dura ancora oggi.

Un focus sulla cooperazione siciliana che dopo la “debacle” della cooperazione siciliana, dagli anni Novanta ai nostri giorni, ha visto crescere le aziende dell’agro marsalese a conduzione familiare.

Aziende, che esportano in tutto il mondo come,  Caruso & Minini, Alcesti, Cantine Alagna e che mietono successi commerciali e di riconoscimenti ovunque.

Un altro elemento importante è il consolidamento del ruolo svolto dalle Cantine Sociali locali e operanti, come Paolini con oltre 10 milioni di bottiglie prodotte,  Birgi con quasi 2 milioni di bottiglie e Settesoli con oltre 24 milioni di bottiglie.

Roberta Urso (Cantine Settesoli) ha evidenziato come la figura del coltivatore-custode sia  un elemento imprescindibile se vogliamo salvare l’ambiente e le economie di sistema.

“Investire insieme, diversificare l’offerta, sono elementi essenziali per l’affermazione del “made in Sicily”, ha continuato la Urso.

I rappresentanti delle cantine, presenti, hanno affermato  che  vedono crescere il loro valore dell’imbottigliato, e lo ritengono fondamentale perseguire su questa strada; “che è l’unica per assicurare reddito ai viticoltori”.

Cantine, queste,  che guardano con attenzione al valore della sostenibilità ambientale e al risparmio energetico.

Ercole Alagna (Alagna Vini), profondo conoscitore del vino “Marsala”, ha  puntato il dito sulla gran confusione che è stata creata negli anni attorno al vino Marsala. In questa nuova fase ha proposto di semplificare il disciplinare, restringendo l’area di produzione oggi composta da 21 comuni”. Infatti, sono oltre 12.266.200 mq. di superficie vitata rivendicata, e con oltre 10.662.163 kg di uve rivendicate nel 2018 per la produzione di vino Marsala, troppe, e con  29  tipologie previste dal disciplinare (prima erano soltanto 4), approvato con D.P.R. 02.04.1969 e modificato con D.M. 07.03.2014.

Ercole Alagna, nel corso della sua relazione su “La crisi del vino Marsala: debolezze e possibili prospettive per il rilancio”, ha posto l’attenzione sulla ricostruzione del Consorzio di Tutela di Marsala, ritenuto fondamentale per la tutela e la promozione dello stesso vino, ma soprattutto determinante per rimodulare il nuovo disciplinare di produzione.

Questo uno dei motivi  per il quale il professor Trapani ha chiesto al sindaco Alberto Di Girolamo, presente in sala insieme ai deputati regionali  Eleonora Lo Curto e Stefano Pellegrino “di attivarsi per la promozione della cultura del più famoso vino liquoroso, qual’è il “Marsala” e la sburocratizzazione regionale “che rallenta e non aiuta” il tessuto imprenditoriale agricolo. 

I due politici hanno affermato che si faranno portavoce, nelle sedi opportune, di portare avanti le domande/istanze degli addetti al settore, sulla base di proposte serie e fattibili.

(credits per l’immagine di copertina: ph foto winemag.it)