di Patrizia Pittia
Marco Simonit (1)
Carissimi lettori, è da molto tempo che desideravo intervistare Marco Simonit, l’agronomo friulano che assieme all’amico e socio Pierpaolo Sirch ha recuperato e sviluppato un vecchio metodo di potatura soffice della vite, applicandolo alla moderna vitivinicoltura. In pochi anni i due soci e amici hanno costruito una rete di collaborazioni con le più importanti cantine italiane e straniere. Ecco perciò un’intervista “a tutto campo” con Marco. Appuntamento a Capriva del Friuli sul Collio Goriziano. Marco, con quel sorriso da perenne ragazzino, mi accoglie in vigna, nell’azienda che fu del compianto Mario Schioppetto.

Allora Marco, raccontaci com’è iniziata questa avventura.

Ho lavorato per una decina d’anni al Consorzio dei vini del  Collio e ho avuto modo di conoscere diversi produttori: con alcuni di loro si è instaurato un rapporto molto stretto: Gravner, Venica, Schioppetto, Borgo del Tiglio: tutti colsero la mia sensibilità in quello che sarei andato a fare dopo. Anche se non avevo le idee molto chiare, c’era da parte mia la volontà di cercare una tecnica di potatura meno invasiva per la pianta e che desse una continuità al flusso linfatico.

Perciò, come e dove hai iniziato a fare le prime prove sulle vigne?

E’ stato Mario Schioppetto, produttore lungimirante, a mettermi a disposizione una porzione di vigneto per fare le prove, dandomi fiducia e piena disponibilità: da quel giorno sono trascorsi 27 anni. Ci sono dei vigneti che all’epoca avevano vent’anni e ora ne hanno più di quaranta; altri che ne avevano quaranta e ora ne hanno più di sessanta, che sono la testimonianza concreta di tutto un percorso da sempre mirato alla ricerca di una tecnica di potatura che fosse meno invasiva e che desse reali garanzie di valorizzazione della struttura anatomica della pianta. I miei obiettivi erano: consentire un circuito idraulico efficiente per la vite, accumulare legno e sostanze di riserva per la pianta, separare i tagli dal legno buono, riducendo le dimensioni degli stessi tagli: questo perché le ferite provocano dei coni di disseccamento, originando una specie di porta di entrata dei funghi che poi portano al deperimento e alla mortalità delle piante. Un lungo percorso, a conclusione del quale oggi possiamo beneficiare di questa esperienza. Non solo: questo luogo, qui da Schioppetto,  è diventato il nostro Campus, un laboratorio a cielo aperto dove si può percepire l’itinerario completo – nelle varie età e nelle varie forme – del lavoro che abbiamo svolto: una continua prova, ricerca, sperimentazione, verifica sul campo, delle osservazioni che facevamo in giro.

Come vi siete suddivisi i compiti tu e Pierpaolo? Tu più espansivo e lui riservato.

Io e Pierpaolo siamo soci al 50 per cento in tutte le nostre attività. Lui, inoltre, è anche amministratore delegato dell’azienda  Feudi di San Gregorio in Campania di cui siamo consulenti da diversi anni. Le nostre attività le porto avanti io, ma sempre di comune accordo. Siamo caratteri diversi che però si compensano.

Quanto è stato importante il professor Attilio Scienza nel comunicare e credere nel vostro progetto?

Il professor Scienza è stato fondamentale all’inizio. All’epoca mi ero rivolto a diversi esperti: lui sono riuscito a portarlo in vigna, a fargli vedere quello che avevamo in mente di fare: ha visto  subito che la nostra era ed è una cosa innovativa. Così ci ha aiutato molto attivo nella comunicazione, nell’informare le aziende più importanti d’Italia che, a loro volta, ci hanno poi chiamato a lavorare per loro.

I risultati si sono visti. Siete diventati consulenti di 130 aziende fra Italia e tutto il mondo. In Francia prestigiose Maison hanno chiesto la vostra collaborazione: fra queste cantine da mito come “Chateau Latour in Bordeaux, Chateau d’Yquem-Sauternes, Louis Roederer e Moet & Chandon in Champagne e in Provenza”. Quali le problematiche che avete riscontrato e l’approccio che hanno nella ricerca?

In Francia c’è una cultura e un “saper fare” che va avanti da secoli. L’avevano vista giusta in particolare in Bordeaux. Pur avendo molte viti per ettaro, loro hanno ravvicinato molto i filari ,arrivando anche a un metro di distanza, nella zona del Medoc. Sulla fila, la distanza fra le piante arriva a 1 metro e 20 centimetri – 1 metro e 30 centimetri perché erano consapevoli che, dopo aver formato il tronco, dovevano costruire due braccia per una perfetta ramificazione e avevano previsto che c’era bisogno di spazio perché la pianta, nel tempo, cresce.
I problemi sono iniziati sul Cabernet Sauvignon in Bordeaux, ma anche su altre varietà, a causa delle malattie del legno dovute a tagli sbagliati e alle ferite, al cui interno penetrano i funghi. Loro avevano a disposizione l’Arsenito di Sodio, un prodotto potentissimo che usavano per curare le piante malate, dannosissimo per l’ambiente e per l’uomo. E’ stato ritirato da circa 15 anni e da lì sono iniziati i problemi: le malattie sono aumentate, delle vere e proprie pandemie. A Bordeaux ci sono dei vigneti che hanno una mortalità del 8-10% all’anno. Perché ci hanno chiamato? Tutto è iniziato quando abbiamo partecipato a un importante congresso a Bolzano: un ricercatore francese, incuriosito del nostro metodo, ci invitò a Bordeaux, all’Università, organizzando un incontro con i suo colleghi, alcuni enti del vino francese e una cinquantina di proprietari di Chateaux Bordolesi: e da li che è partita alla grande l’avventura francese. Loro sono fermamente convinti che la ricerca sia molto importante e credono che il nostro metodo di lavoro possa prevenire il deperimento, rinforzando la struttura della pianta in modo tale che, se anche il fungo vi penetra, la pianta stessa riesce a convivere meglio, non estrinsecando sintomi. In questo momento è l’unica cura.

Siete un team di venti tecnici, quanto sono  importanti la formazione nelle aziende dove operate e i nuovi progetti?

Sono molto importanti! in Napa Valley, da dove sono appena rientrato, ci hanno chiesto di fare formazione per gli studenti. Perciò occorrono molte risorse umane, oltre all’aspetto tecnico. Nelle aziende dove collaboriamo dobbiamo formare il personale: coinvolgendoli, partendo dalle analisi fotografiche; puntando sul disegno, molto importante per capire meglio la descrizione dei particolari; aprendo anche i ceppi: dopo gli incontri teorici li accompagniamo a tutto raggio in vigna per diverse giornate, sia d’inverno che in primavera. Ripetiamo gli incontri negli anni fino a quando gli studenti diventano autonomi. Anche in Sudafrica sono già diversi anni che lavoriamo. In Australia abbiamo un importante progetto: li c’è il problema dell’acqua, quindi se la pianta ha una funzionalità idraulica efficiente ha meno bisogno di supporto idrico, meno bisogno di concimi e si sostiene meglio. Michel Rolland, uno dei più famosi enologi francesi, allievo di Emile Peynaud (il padre di tutti i grandi enologi, progenitore della moderna enologia), ha un progetto nella zona di Mendoza in Argentina dove seguiremo tutto l’aspetto di formazione del personale.

La vostra tecnica di potatura apporta anche al prodotto finale, cioè “il vino”, delle caratteristiche migliori? Se sì, quali?

Bella domanda. Sicuramente il fatto di avere più legno e di avere una buona radice consente alla pianta di avere più sostanze di riserva: aminoacidi, sali minerali, l’uva si nutre meglio e maggiore è  l’identità del vitigno. E’ più riconoscibile il territorio nel vino finale.

Tu parli molto di condivisione, di estendere le vostre conoscenze a tutti: quindi l’unione fa la forza. Difficile farlo capire ai produttori friulani, ognuno geloso del proprio orticello.

Hai ragione. Esempio emblematico quello dell’ Università di Udine, facoltà di Agraria, corso di enologia che era stato spostato a Cormons ,salvo poi chiudere tutto e ritornare con il suo corso a Udine. I produttori, che avevano l’occasione di avere una sede del corso di enologia, con dei ricercatori e dei progetti condivisi, potevano creare un ambiente dinamico, giovane e pieno di occasioni: era importante per lo studente stare a contatto con le imprese. La nostra Regione purtroppo è rimasta indietro rispetto ad altri distretti del vino del mondo perché non si investe e non si condivide il sapere: però se non investi non puoi sapere, devi investire per evolvere. Le migliori aziende del mondo hanno una serie di specialisti all’interno. Ti faccio un esempio: Roederer in Champagne. Noi ci occupiamo della pianta: della potatura e di tutto quello che è una ricerca di evoluzione del metodo dello Chablis e del cordone speronato; altri specialisti si occupano di microbiologia del suolo; altri ancora si occupano solo dei lieviti; poi ci sono gli addetti alla fertilizzazione, quelli della biodinamica, poi a un certo punto tutti questi specialisti che apportano la loro esperienza. E infine l’azienda mette a disposizione di tutti il loro sapere. Nei distretti del mondo la gente lavora, si evolve, si confronta. Purtroppo, quando rientro vedo una certa immobilità e mancanza di dinamicità.

Avete deciso di fondare la vostra Scuola con diverse sedi in tutta Italia, frequentata da numerosi aspiranti potatori d’uva. Cosa vi ha spinto a prendere questa decisione? Come funziona e quali obiettivi si ripromette?

Possiamo contare su 14 sedi in altrettante regioni. L’idea è nata nel 2009 da una mia riflessione: quello che stavamo facendo dovevamo condividerlo. Era una materia poco approfondita nei diversi Istituti tecnici agrari o Universitari. All’inizio non fu facile. Oggi invece abbiamo circa 500 iscrizioni all’anno e siamo in sinergia con le diverse Università. Ora abbiamo in mente di creare delle formule diverse in funzione delle variabili che ci sono.

Il vostro metodo si applica bene a tutti i vitigni, bianchi, rossi e ai diversi tipi di allevamento: avete constatato se alcuni si comportano meglio?

Le varietà hanno delle precise caratteristiche e all’interno ci sono delle forme di interpretazione che l’uomo ha applicato nel tempo su queste varietà. Da lì derivano le diverse forme di allevamento, nate in funzione della genetica e dell’ambiente in cui sono coltivate. Anche noi, nel nostro lavoro, dobbiamo tenere conto di questi aspetti: come si comporta la varietà, la morfologia, il portamento, il suolo e le condizioni climatiche. Il Cabernet Sauvignon è una varietà incredibile con una genetica fantastica, in particolare a Bordeaux dove dà dei risultati sorprendenti. Richiede tantissime attenzioni, come il Pinot Nero in Borgogna che ci ha dato grandi soddisfazioni.

Come riuscite a rassicurare una consulenza costante e continua in così tante aziende e quanto è importante la formazione del vostro team?

E’ abbastanza complicato. I ragazzi che lavorano per noi devono impegnarsi e lavorare sodo. Ci vogliono almeno cinque anni prima di avere un po’ di autonomia. Facciamo fatica a incrementare il numero delle persone per poter mantenere un livello qualitativo adeguato. Abbiamo un corso di formazione per i candidati: restano da noi per circa due settimane, poi vengono mandati nelle aziende dove noi lavoriamo per una o due stagioni. Una parte di loro, selezionata, viene sottoposta a formazione dettagliata: non solo la parte tecnica ma anche una parte sociale-pedagogica, imparando a relazionarsi e a rapportarsi con le persone. E’ una selezione severissima. Preferiamo persone giovani, libere da impegni per almeno i primi anni e disposte a girare il mondo.

Da dove nasce la tua passione per la bicicletta e per le camicie a quadretti?

Ho sempre fatto sport, mi pace molto andare in bicicletta: tiene allenato il fisico e non inquina. E’ una mia provocazione per dire: si può andare in campagna anche in bici. Dietro la camicia a quadretti che mi contraddistingue ci sono dei ricordi legati alla mia infanzia dai nonni a Gradisca d’Isonzo: sono rimasto con loro fino ai sedici anni. Il nonno era un piccolo contadino e  per aiutarlo la mia divisa era: pantaloni blu con tantissime tasche, maglione di lana e sopra una camicia a quadri. Quindi, pensando a loro, ho voluto dare un segnale, creare uno stile. Ho sempre pensato che l’abito fa il monaco. Naturalmente per creare un marchio, devono esserci dei contenuti. Ho preferito alla classica giacca e cravatta, la camicia a quadretti, e così anche il mio team. Uno stile figlio di quella storia che ho vissuto da quando ero piccolo, riproposto oggi in modo attuale.

“Il loro operare è magistrale ed è un grande esempio per le nuove generazioni”: questa è la motivazione del premio Nonino Risit D’Aur Barbatella d’Oro 2016 che avete ritirato a Percoto il 30 gennaio scorso, ulteriore riconoscimento al vostro operato e grande soddisfazione per voi. Marco, a chi la vuoi dedicare?

Abbiamo preso diversi premi e riconoscimenti. Questo però ci ha fatto piacere in modo particolare, perché viene da friulani e perché conosciamo molto bene la famiglia Nonino, sappiamo qual è lo spirito e siamo consapevoli di quello che hanno creato: da un prodotto povero come la grappa sono riusciti a valorizzarlo, a creare un marchio, creare un evento internazionale. Quindi per noi è un premio a casa nostra che ci ha fatto doppiamente piacere. Lo dedichiamo di cuore a tutti i giovani che lavorano con noi.

Un sogno nel cassetto…

Ce ne sarebbe uno al giorno, ma ho una cosa a cui sto pensando da un po’ di tempo: creare una piattaforma digitale dove far entrare tutti quelli che lavorano con me e far condividere informazioni e notizie. Ci stiamo lavorando.

Caro Marco, i tuoi figli , le future generazioni saranno dei preparatori d’uva?

Premesso che faranno quello che piacerà a loro, nei mestieri, nelle arti, nell’artigianato c’è molto spazio: se lo sai fare, lo valorizzi, puoi avere dei sbocchi professionali interessanti.  Per i figli penso sia importante fargli  vivere delle esperienze e poi quando saranno più grandi valuteranno.

Grazie  Marco del tempo che mi hai dedicato nonostante i numerosissimi impegni. La tua grande e seria professionalità, un grande motivo d’orgoglio per tutto il Friuli Venezia Giulia.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

A proposito dell'autore

Patrizia Pittia

Sono fiera di essere una friulana DOC. Nata a Udine un bel po' di anni fa, ma con lo spirito e la mente come quelli di una ragazzina. I miei genitori - gente semplice e di grandi valori - mi hanno insegnato a muovermi con serietà e rispetto verso gli altri. La mia voglia di indipendenza e il non voler pesare sulla famiglia (ho tre fratelli) mi hanno portato a lavorare molto presto : sono contabile aziendale per un'azienda di prodotti petroliferi. Fin da ragazzina avevo il pallino per la cucina: mi divertivo (e mi diverto) a preparare risotti e molto altro. Così, una decina di anni fa, mi sono iscritta all'Associazione Italiana Sommelier perché mi incuriosiva l'abbinamento cibo-vino. E pensare che a quei tempi ero quasi astemia! Dopo il diploma di sommelier mi si è aperto un "universo" che non avrei mai immaginato e il mondo del vino ha preso il mio cuore (e anche il mio tempo). Organizzo spesso visite nelle cantine della mia regione e nella vicina Slovenia. Su invito di Umberto Gambino, collaboro con Wining, una sfida a cui mi sono sottoposta molto volentieri. Così ora le mie visite in cantina e le degustazioni le condivido con i lettori del nostro sito. I miei gusti? Adoro le bollicine metodo classico , i vini aromatici e i passiti. Sono diventata anche una patita del mondo dei Social. Credo che la comunicazione digitale sia fondamentale, in particolare per i vignaioli che vogliano davvero promuovere i loro prodotti, la loro azienda nel territorio. Oggi il marketing online e il turismo enogastronomico sono veicoli di comunicazione fondamentali. E Wining aiuta tantissimo in questo. Dal luglio 2015 sono giornalista pubblicista.

Post correlati