di Marilena Barbera
lugano-05Dici Lugano e pensi: banche! E già ti figuri capitali di dubbia origine esportati in mazzette da centomilalire nuove di zecca, stipate nella valigetta rigida riposta nel bagagliaio della berlina scura dai vetri fumé, cumènda in cappotto grigio e signora impellicciata al fianco, come nei migliori film anni ottanta.
Oppure esclami: orologi! Grandi piccoli automatici e preziosi, con le ghiere e senza, cronografi dai cinque e più quadranti che imprigionano il tempo da non farne scappare neppure un alito, puntuali al centimillesimo di secondo, precisi come solo un orologio svizzero.
Per non parlare poi del cioccolato, che sul Maître Chocolatier più famoso del piccolo schermo quale donna non ha indugiato ultimamente, bello sorridente e ammiccante da dietro la colata fluida e calda che promette cinquanta sfumature di scioglievolezza.
Tutto vero, ci mancherebbe.
Ma Lugano, capitale morale del Ticino, è molto più di un lussuoso stereotipo. Soprattutto se ti allontani dal centro sfavillante di vetrine e ti concedi di indulgere in una lenta passeggiata sul lungolago, nei parchi silenziosi su cui affacciano deliziose villette liberty.
O, meglio, se lasci la città e ti addentri in una delle valli di confine, coperte dalle vigne di Merlot che contendono la terra agli orti e ai giardini fra le case, fitte di terrazzamenti stesi al sole che si godono l’aria mite e temperata del Lago. Il Lago che qui fa Cerèsio, il suo nome di sempre, prima che la città divenisse il terzo polo finanziario della Confederazione.

Sali per valli e vigneti e scopri villaggi come presepi circondati da prati e boschi di faggi, costeggi muretti in pietra e cespugli di palme (palme!) e magari ti fermi alla porta di un Grotto, che funge da osteria, ritrovo e ristorante.
Una tavola semplice, dove la sciùra cucina senza sfarzo e il gerente, che serve al bar e in sala e intrattiene i clienti con fare schivo, conosce uno per uno i casàri delle malghe qui intorno, e ti nomina i formaggi freschi e morbidi e profumati di erbe, e quelli stagionati, pungenti e amaricanti dalla pasta soda e gialla: il Muggio basso e quello alto, lo Zincarlìn intenso e piccante dal lieve sentore di vaniglia, i caprini e le formaggelle burrose.
Devi provare le terrine, quelle di ritagli di carne e frattaglie avvolte in tremula gelatina, o di prosciutto e d’anatra, alla francese; e le zuppe, di cipolla o di legumi, con la lugànega speziata e il lardo, e le foglie di cavolo. Funghi e selvaggina a condimento di primi e di polente, e verze, e tuberi.
Il vino, anche quello, è locale: Merlot del Ticino, in espressioni eterogenee di variegate declinazioni, da degustare a ruota e perdersi nelle piccole parcelle da poche centinaia di viti, ognuna col suo toponimo chelugano-23 suona italiano, ma non lo è del tutto. Piccoli produttori, orgogliosi delle loro vigne e delle loro barriques e del nome e cognome dichiarato in etichetta.
Gianfranco Chiesa lo fa lieve, etereo e giocoso a Pugèrna, mentre Antonio e Nicola Corti di Coldrèrio lo vogliono austero, di terra di pietra e di cuoio, e graffiatura di lapis, dapprima àspero e superbo, poi – atteso a lungo nel bicchiere – più conciliante, fino all’ampia chiusura di pàssola.
Domingo Rubio ha portato con sé dall’Argentina fino a Muscino e a Gorla un certo compiacimento per l’opulenza e la speziatura, e te ne offre una versione densa e pastosa e fitta, un poco decadente nel finale. Gianmario Medici di Corteglia gioca molto col tannino nel Terra Bruna, cupo al naso e in bocca, il più varietale di questo giro ma anche il meno risolto, ancora scalpitante e ombroso, e come sospeso a mezz’aria.
Bellissimo e vivido, infine, il Merlot dell’azienda cantonale di Mezzana, a Balèrna, un sorso che si aggrappa teso netto e vibrante al frutto integerrimo e dilaga infine, adagiato su nastri di velluto, a riscaldarti il cuore.

Dove ho mangiato:
   Grotto Vallèra, Via Vallèra 3/a, 6852 Genestrerio – Tel: (+41) 91.647.1891
   Osteria del Giardino, Via Cereghetti 1, 6834 Morbio Inferiore – Tel: (+41) 91.682.6050

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A proposito dell'autore

Marilena Barbera

Da bambina sognavo la carriera diplomatica, ma dopo la Laurea in diritto internazionale a Firenze ed un Master tributario a Verona il richiamo della mia Sicilia è stato più forte, tanto da riportarmi a casa dopo quindici anni di studio e di lavoro. Tornata a Menfi, mi sono tuffata a capofitto nell'azienda vinicola della mia famiglia, occupandomi inizialmente delle vendite e del marketing sia in Italia che, soprattutto, all'estero, riuscendo così ad assecondare la mia grande passione per i viaggi e per le culture lontane. Stando in cantina a tempo pieno mi sono poi perdutamente innamorata del vino: dapprima in punta di piedi, negli ultimi anni con sempre maggiore dedizione. Fare il vino, metterci le mani la testa e il cuore mi ha permesso di scoprire una dimensione che è fatta soprattutto di sperimentazione, nella ricerca di una sintesi tra la splendida natura che mi circonda e la mia aspirazione a interpretarne l'essenza.

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