di Mirella Vilardi
L’idea della piccola isola, magari un po’ selvaggia, sicuramente tutta e solo natura, dove riposarsi al netto di distrazioni culturali e curiosità, è stata un abbaglio. La scelta caduta su Lipari un errore da ripetere. Un’esperienza che segna, risveglia corde non pizzicate da tempo, abituati come si è ad aver fatto già il viaggio prima di prendere l’aereo, pianificando ogni cosa, leggendo siti e pagine sui social. Tutto sbagliato, nel caso di Lipari. È un’isoletta tutt’altro che piccola, tutt’altro che amena, benché richieda quasi un intero giorno di viaggio per chi s’imbarca a Malpensa e diventi, nel suo incastro di parcheggio, aereo, navetta, aliscafo, un’avventura d’altri tempi.

Lasciate ogni speranza voi che pensate di buttarvi su una spiaggia a mo’ di pelle di leopardo per giorni interi perché è di quel tipo di vacanza che avete bisogno. Cioè di un tempo davvero vacante, vuoto, per ritemprarvi, per assaporare l’oblio.

Lipari sorprende già allo sbarco, manifestando una vivacità turistica anche in stagione bassa (stiamo parlando di metà giugno) e non solo non è vuota ma è pienissima di richiami storici, artistici, letterari, mitologici, poetici, archeologici, geologici e… vinicoli

Un luogo che sembra essere l’elogio della doppiezza, non in senso negativo ma in quello ricco di poter essere una cosa e anche il suo opposto. Ad esempio: l’essere pietra e poter galleggiare della pomice che vedi stare a galla sul morire delle onde; la forte escursione termica tra ombra, anche quella agognata di un sotto balcone che quasi necessiterebbe di un golfino, e il sole, oltre la linea nettissima, in agguato e implacabile; le cave  ormai dismesse di caolino, con sfumature che dal beige passano al rosa, al rosso vivo, all’ocra, al giallo zafferano, richiamando idee di deserto, e le vicine, immediate, scogliere verdi, alte sul mare azzurrissimo, quasi si fosse proiettati in Irlanda. A Lipari ti può succedere di avere molto caldo e tremare con “pelle d’oca”, non per un’insolazione ma per l’emozione. Mi è capitato nel chiostro normanno annesso alla chiesa di San Bartolomeo, in pietra locale, austero e semplicissimo, viscerale, mistico, lui sì davvero ameno, lontano nel tempo.

Ecco, l’abbaglio sta nel fatto che anche la più breve e scanzonata delle vacanze si trasforma dunque in un viaggio ricercato, impone l’obbligo di andare a leggere, o rileggere, di tutte le incursioni, reali e immaginarie, subite dall’isola, delle sue genti, dell’andamento demografico, degli abbandoni e dei ritorni, e di Eolo che aveva dato in dono a Ulisse un otre contenente i venti…

C’è poi, in località Castellaro di Quattropani, un’azienda vitivinicola che da sola varrebbe il viaggio. Giusto per capire come si fa ad arrivare da Bergamo e inserirsi in un contesto così diverso, come si fa a progettare spazi avveniristici eppure di concezione elementare che sfruttano il vento e la luce per rinfrescare e illuminare la cantina sotto terra, come si fa a rispettare un luogo e la sua cultura, la sua identità, lontani dalla propria formazione. La Tenuta è frutto di una folgorazione, di un amore a prima vista di una piana che sembra essere nata per le viti, a ridosso delle cave di caolino, a 350 metri sul livello del mare, dove la brezza spira sempre, ed ha evocazioni di Mediterraneo, il terreno è vulcanico, le piante sono allevate ad alberello per contrastare il caldo e il vento, le suggestioni e la bellezza del paesaggio incoraggiano iniziative di apertura verso i visitatori che possono fruire di un ventaglio di opzioni stuzzicanti, dagli aperitivi al tramonto, alle visite alla cantina, ai pranzi e alle cene con prodotti locali sul patio…

Protagonisti assoluti sono i vini, da viti autoctone eoliane reimpiantate dal 2005 nella piana abbandonata, e da altre tipiche della Sicilia, l’Ottava Isola come la chiamano da queste parti.

Il primogenito, Bianco Pomice l’avevamo incontrato ad una memorabile degustazione di vini delle piccole isole organizzata al Salone del Gusto a Torino, edizione 2012. Memorabile fu davvero perché ancora, dopo sette anni, la ricordiamo e nel tempo abbiamo cercato di approfondire le conoscenze, dal bianco delle isole Lérins prodotto dai monaci sulla minuscola isoletta Saint Honorat davanti a Cannes, all’aleatico di Capraia, all’Ansonico del Giglio, all’Orto della veneziana Sant’Erasmo, al passito di Salina… Sette anni di ricerche e inseguimenti, di sogni di visite realizzati, da ripetere con altre compagnie.

Rivedere l’elegante etichetta che nella grafica raffinata allude alla leggera pietra pomice di cui sopra, ha avuto l’effetto di una conoscenza piacevolissima ritrovata e nel bicchiere ha riconfermato lo stupore di quel primo sorso, la grandezza e la forza di un bianco che può affinarsi in bottiglia fino a 10 anni. Ottenuto da Malvasia delle Lipari al 60% e Carricante al 40%, ripropone al naso ciò che il giugno generoso offre nella campagna intorno: un tripudio di rosa canina, ginestra, fiori secchi, e in bocca una vibrante mineralità stemperata da una freschezza sorprendente in un bianco agé.

All’epoca del salone 2012, erano solo due i vini prodotti dalla Tenuta di Castellaro: il Bianco Pomice e il Nero Ossidiana, quest’ultimo da Corinto e Nero d’Avola, ed entrambi, nei nomi e nelle etichette, volevano essere un omaggio a Lipari, raccontando l’importanza fin dall’era geologica delle due rocce nell’economia dell’isola.

Oggi il numero dei vini è aumentato, ognuno rappresenta una sfida vinta, sempre nel rispetto della tradizione locale e della vocazione dei luoghi. Abbiamo degustato un Corinto in purezza, definito dai produttori un’opera di eno-archeologia, poiché la presenza del vitigno sulle Eolie si attesta al tempo lontano della colonizzazione ellenica. Vinificato in fusti di legno con macerazione di oltre 10 giorni, travasato in botti per l’affinamento di almeno un anno, ha tutte le carte in regola per entrare nella lista dei grandi rossi italiani. Anche questo nettare, nel bicchiere, rende omaggio al Mediterraneo nella sua espressione in frutti: fico, prugna molto matura, albicocche, giuggiole e tante spezie, in un concerto morbido e avvolgente difficile da non ricordare.

Due vini per due visite, preludio di altre che verranno e, ci siamo ripromessi, ogni volta sarà un vino solo che merita la salita in pullman, la passeggiata nell’assolata carrareccia di fine polvere rossa bordata di pale di fichi d’India, e ammiccanti fiori di cappero, e cespugli di ginestre e innumerevoli fiori di acanto sbocciati nella loro fierezza nobile a ricordare i capitelli corinzi dell’antica architettura greca.

Ogni volta sarà un vino solo, per rendergli omaggio come fosse patrono incontrastato di una cattedrale, quella a cui la cantina d’invecchiamento allude, accennando agli archi del chiostro normanno.

Lipari, chiostro normanno