di Sara Vani

Ci siamo. L’emozione è alle stelle. Arrivo piena di entusiasmo e curiosità: è la mia prima volta da “inviata”. Chissà perché, immaginavo, sarebbe stato più complicato trovare lo spazio per rilassarmi, godermi gli assaggi come nelle altre occasioni…e poi scopro che, invece, degustare per scrivere è esattamente come degustare per il piacere di degustare. E mi sono divertita!
L’occasione è di quelle che meritano, Life of Wine, un viaggio attraverso la storia del vino italiano nel suo territorio: 41 aziende da nord a sud presentano l’ultima annata in commercio e due vecchie annate del loro prodotto top, preziose verticali altrimenti difficili da sperimentare. Le tre eleganti sale allestite all’interno dello splendido Palazzo Rospigliosi presentano un parterre di produttori pronti a divulgare le loro storie di passione e lavoro. Intuisco che l’atmosfera presto si scalderà. Ed in pochissimo tempo succede: mentre comincio il mio percorso inizialmente convinta di esplorare quasi “in solitaria”, mi accorgo che tutti (ormai tanti!) sono pronti a non lasciarsi scappare nessuna delle esperienze che la giornata promette. Decido di non seguire un filo conduttore, ad esempio geografico, ma di farmi portare dall’ispirazione. Sarei persino tentata di azzardare alcuni assaggi in una verticale “al contrario”, partendo dall’annata più vecchia per finire con la fotografia attuale del vino in degustazione, ma mi accorgo in tempo che l’onda dell’entusiasmo mi sta portando su una strada pericolosa e mi ricompongo.life-23

Bianchi sorprendenti per longevità

Inizio perciò in Friuli, da Schiopetto,  con il suo Pinot Bianco Collio Doc, presente nelle annate 2009, 2004 e 1999,  prodotto da vigne che si estendono su un terreno collinare marnoso. Dopo la freschezza del 2009, il 2004 è profondo al naso, rivela note di spezie dolci ed una mineralità che si rende più cremosa e potente all’assaggio, ancora speziato. Il 1999, pieno e morbido, necessita di scaldarsi un attimo in più per poterne assaporare l’elegante e pastosa mineralità. Un Pinot bianco diverso da quelli del Collio che ricordavo.
E mi viene voglia di proseguire con un altro Pinot Bianco, stavolta altoatesino, il Vorberg, della Cantina Terlano, annate 2009, 2006 e 1999. Mi colpisce indiscutibilmente il 1999Riserva, imbottigliato nel 2001 dopo 12 mesi in botte grande sui lieviti e con alle spalle un periodo minimo di sei mesi di affinamento. Metto il naso nel calice e  sono subito attratta dall’immediatezza dei profumi, da una “semplicità” che non contrasta con la sua evoluzione: note minerali, erbacee, fieno e camomilla. All’assaggio è una conferma, buon equilibrio, bella acidità ed una mineralità che esplode. Pura espressione del suo territorio, ripide colline frastagliate di roccia vulcanica. 

Ed eccomi pronta per la prima vera sorpresa: il Campo del Guardiano, Orvieto Classico Superiore Doc dell’Azienda Palazzone. Il produttore, Giovanni Dubini, presenta qui le sue annate 2009, 2004 e 2001. Il 2004, raffinato come forse non mi aspetto, richiama anche un profumo di anice e  semi di finocchietto selvatico, così come si rivela fresco, di immediata e piacevole beva, ricordando armonicamente quanto sentito al naso. Nel 2001 ecco note floreali, ed in bocca si scopre vibrante, una freschezza che spiega la sua voglia di vita e una sapidità minerale tagliente al punto giusto. Bella lunghezza. Del 2009 dico ora perché voglio sottolineare la decisione del produttore di metterne via 600 bottiglie, che usciranno sul mercato solo dopo 10 anni. Un appuntamento per confermare la straordinaria capacità di invecchiamento di questo vino.
Quando arrivo al banco di Fazi Battaglia chiedo immediatamente di Chiara Giannotti, ma Silvano, sommelier incaricato della presentazione del suo vino, mi dice che arriverà solo in tarda serata, per la cena, a causa di un contrattempo sul suo volo di rientro dagli States. L’abbiamo evocata! Ora è al telefono con Silvano e io ne approfitto per immortalare il momento. Mi rifarò più tardi, fotografando anche l’inconfondibile sorriso luminoso di Chiara. Come inconfondibile è il San Sisto, Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico riserva. Tra le annate in mescita, 2008, 2001 e 1993, mi soffermo su quest’ultima, una conferma della sua longevità. E con alcune note diverse dal solito, al naso quasi burrose, un sentore di sana ossidazione “da champagne”. All’assaggio mi soddisfa appieno: sapido e persistente, senza nascondere un accenno di  crema pasticcera.
In Lombardia, sulla sponda meridionale del Lago di Garda si trova l’Azienda Ca’ Dei Frati , di cui sono in degustazione le annate 2010, 2003 e 2000 de I Frati, Lugana Doc. Il 2010 presenta un naso molto elegante, subito floreale, ed ha una bevibilità che colpisce (ah, la bevibilità!), è semplice nell’accezione migliore del termine, di grande sapidità e freschezza. Il produttore, Roberto Scopo, lo chiama “effetto di Vino” , ovviamente non intende “vinoso” ma, appunto, immediato, vero. Purtroppo lo stadio ossidativo del 2003 non gli consente di esprimersi al meglio, ma il 2000 si rifà alla grande: anche in questo caso la longevità è incredibile, al naso trascina con note vanigliate che inizialmente ingannano (fa solo acciaio), ma poi diventano tostatura, fumo, cenere. Si conferma vivissimo all’assaggio, fresco e con un finale sapido lunghissimo.
Da una parte all’altra dell’Italia…mi trasferisco in Sicilia, da Benanti, a provare il suo  Pietramarina, Etna bianco superiore Doc, nelle annate 2007, 2001 e 1999. E mi diverto davvero. Giuseppe Benanti  mi racconta che da poco Michele Bean è il suo enologo. Io ho avuto il piacere di conoscerlo in Friuli, dove vive, e non mi stupisco che abbia sposato il Benanti-pensiero: “Gli enologi non devono interpretare il territorio, ma rispettarlo. L’Etna è definito l’arcipelago dell’isola, per la diversità di terreni e di esposizioni. Ho fatto assaggiare a Bean 24 vini dell’Etna diversi tra loro x fargli sentire cosa intendevo ed ora eccoci qui”. Appunto, il vino è emozione. E per farlo ci vuole intelligenza emotiva. Il 2007,  la più giovane annata in commercio, mi fa chiudere gli occhi mentre annuso una delicata ventata di freschezza. In bocca ritorna la freschezza con note di puro gesso e una mineralità elegantissima. Il 2001 al palato è più morbido, nonostante una notevole accelerazione sulla sapidità. Altra espressione di longevità, ma preferisco il 2007, che riassaggerei volentieri tra qualche anno.

Il “passo lungo” e sicuro dei Rossi

Il mio viaggio tra i rossi inizia da La Palazzola, dove  Stefano Grilli presenta il 2008, il 1998 ed il 1995 del Rubino della Palazzola, Igt Umbria. Premetto che non conoscevo l’Azienda ed ora mi accingo ad organizzare una visita in loco, tanto l’assaggio di quest’unico prodotto mi ha entusiasmato. E mi soffermo sul 1995 per condividere l’emozione provata: al naso comincia ad intrigarmi con profumo di tabacco dolce, frutti rossi e spezie ma in bocca è una vera sorpresa: la prova che un tannino evoluto può concedersi ancora al palato, restando elegante ma presente. Lo aspetto un po’ nel calice e mi sorprendo di nuovo: una freschezza vivace che continua a giocare con l’evoluzione…chapeau!

Avrei voluto catapultarmi al banco della Tenuta San Leonardo sin dal mio arrivo, visto che il loro San Leonardo, Igt Vallagarina, è in qualche modo il mio vino del cuore, il primo colpo di fulmine dell’inizio del mio percorso in questo mondo enologico. Ed eccomi qui. In degustazione 2006, 1999 e 1996. Un taglio bordolese con una minima percentuale di Carmenère. Un 2006 che al naso è subito balsamico, fruttato, già elegante ma rivela all’assaggio una tostatura di legno forse non del tutto digerito. Sicuramente giovane. Il 1999 ritorna con note balsamiche mentolate, tostature e china, una sensazione insieme di freschezza ed eleganza. In bocca la freschezza diventa anche pienezza, è morbido e persistente specialmente nelle speziature. Pulito. Elegante. Col 1996, rabarbaro, carciofo e qualche nota animale, sorseggiamo freschezza e sapidità unite ad una pienezza  e morbidezza incredibili. Senza tempo. Come i suoi produttori. Parlare con il Marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga emoziona quanto i suoi vini, per il suo inconfondibile stile, il garbo, la semplicità ed il sorriso con cui racconta dell’Azienda e del territorio dove nasce: “E’ il terroir, inteso come microclima e terreno, che ci consente di realizzare vini non troppo tecnici, ma più artigianali… il terreno è sabbioso ed argilloso, il clima molto fresco con notevoli escursioni termiche,  ecco ciò che fa la differenza con gli altri tagli bordolesi”. Alla fine della chiacchierata penso che il fascino dell’eleganza sia una dote di famiglia, anche se è noto il mio debole per Carlo, padre di Anselmo
Stefano Tommasi, titolare dell’Azienda omonima che offre in degustazione il suo Amarone della Valpolicella Classico Doc, mi racconta della sua famosa botte, la più grande al mondo, 33.300 lt di capienza, chiamata “Magnifica”. Non a caso i loro vini prediligono l’affinamento in legno grande! Tra le annate presenti, 2008, 2006 e 2000 , sono totalmente conquistata dall’ultima. Il naso è elegante, rimanda profumi di ciliegia sotto spirito, amarena, mandorla, si fa notare per la grande finezza e la sensazione che sia proprio lui: un Amarone della Valpolicella classica. In bocca è molto persistente, ritornano le note di frutta, sorprende per la freschezza, che rinnegando ogni forma di opulenza stancante, invoglia a berlo ancora ed ancora. Grande finezza.

Nonostante mi sia capitato in diverse occasioni di assaggiare il suo vino, non avevo mai incontrato Silvia Imparato, titolare dell’Azienda Montevetrano , produttrice dell’omonimo Igt Colli di Salerno, oggi in degustazione delle annate 2009, 2007 e 2005. Silvia mi spiega che la sua emozione è proprio fare solo una tipologia di vino, alla continua ricerca della conquista del risultato, che inevitabilmente è diverso ogni volta. Ed è uno degli aspetti che sempre mi aveva colpito del Montevetrano: ogni annata una sorpresa, nel bene o nel male. Mi entusiasma il 2005, con il suo naso elegantissimo che regala sensazioni di frutta rossa, e tostatura fumè, mentre in bocca la freschezza della beva gioca bene con una pienezza davvero intrigante.

Dell’Azienda Castello del Terriccio parlano i suoi vini, di grande personalità. Il Castello del Terriccio, Igt Toscana Alta Maremma è offerto nelle annate 2007, 2006, 2004 e 2001. Il 2007, nonostante un naso dalle tostature piacevoli, riprende all’assaggio le sensazioni fumè restando però un tantino polveroso, crudo. Aspetterò volentieri qualche anno, non credo mi deluderà. Il 2006 è più elegante, in bocca magari un po’ “piacione” per i miei gusti, però con suadenti note balsamiche e di frutta rossa matura che riconciliano col territorio. Con il 2004 inizio ad entusiasmarmi, per poi assaporare vera suggestione con il 2001:  Cabernet Sauvignon e Merlot mai stati meglio insieme in questa terra ricca di ferro e rame, con le sue note di peperone, sapidità ed insieme un’avvolgente freschezza. Un’emozione.
Col d’Orcia presenta il suo Brunello di Montalcino Docg, nelle annate 2007, 1991 e 1990. Mi avvicino al calice col 2007 ed immediatamente lo trovo “oscuro”, rimanda note animali, di sottobosco, a cui risponde un’immediata piacevolezza di beva. E’ stato 3 anni botte di rovere di slavonia e minimo1 anno in bottiglia. Il 1991. invece, ha sulle spalle 4 anni di botte,  per la precedente normativa; si presenta molto evoluto ma perfettamente integro. Con il 1990 un inebriante salto nel tempo: mi colpisce il naso fine ed elegante e poi già al primo sorso mi avvolge, morbido, sapiente. Quanta vita!

Ovviamente non sono ancora finite le Cantine dove soffermarsi in assaggi interessanti, ma quanto osservato, ascoltato, respirato e gustato sin qui mi restituisce una riflessione su un tema a me caro: belle conferme e nuove emozioni dai grandi rossi più rappresentativi della produzione d’eccellenza, predisposti direi quasi naturalmente a sorprendere nel tempo, ma non dimentichiamo che anche i grandi vini bianchi spesso hanno una lunga storia da raccontare. Godiamoceli in etichette un po’ datate…possiamo sorprenderci a scoprirli signori dell’invecchiamento, ancora vivi e vibranti, come la mano di chi li produce, come la terra dove nascono.

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A proposito dell'autore

Anche Wining ha il suo "wine advocate". Avvocato civilista di professione, sommelier eno-reporter per smisurato amore. Folgorata da un colpo di fulmine in Piemonte, 13 anni fa un calice di Barbaresco ha messo fine alla mia precedente vita da finta astemia. Non potevo che diventare sommelier Ais. La mia bruciante passione cresce poi con le bollicine, specialmente lo Champagne, per il quale ho un noto debole e che cerco di comunicare divulgando la sua cultura. Come ogni storia sentimentale destinata a durare nel tempo, l'innamoramento per il vino si é consolidato in un grande Amore, al quale ho dedicato anche la mia attivitá di degustatrice per la Guida Vinibuoni d'Italia del Touring. Proprio lí incrocio Umberto Gambino. Il resto é storia. Wining é il "luogo" dove posso raccontare la mia curiositá, le emozioni, le storie che rendono speciale il vino e chi lo fa, il tutto condito dal sorriso alla vita che mi contraddistingue e col quale cerco di farmi perdonare i ritardi redazionali che Umberto sopporta! Forse perché sono stata la prima a battezzare tutte noi... le sue Wining's Angels

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