di Michela Pierallini

letrari-02“Quando lo scrivi il pezzo su Letrari? Hai già scritto di Letrari? E’ passato del tempo da quando sei andata a visitare l’azienda Letrari, non hai ancor scritto niente?”. Ho capito!! Ora scrivo così non sentirò più questo ronzio nelle orecchie.  Non è mica colpa mia se non ho il dono della sintesi, non ce l’ho e basta. Per questo motivo mi riesce difficile mettere nero su bianco, in poche righe, tutto quello che ho visto, sentito, bevuto e mangiato quella domenica di marzo, prima di vinitaly. Perché proprio una visita all’azienda Letrari? Nessuna scelta da manuale, soltanto un pizzico di romanticheria. Le buone amicizie arrivano quando meno te lo aspetti e soprattutto da dove proprio non te lo immagineresti: in questo caso da twitter. Twittavamo per combinare un incontro, noi “twitteri “ bevitori, perché alla fine fa anche piacere dare un volto a chi sei abituato a leggere e identificare in un avatar o in un tweet. “Dove potremo trovarci? Chi conosce un albergo carino? Dovrei guardare se ho già impegni, farei una toccata e fuga, potrei, sarei ..ei..ei..ei..“. Alla fine io e Lucia Letrari, usando consapevolmente il verbo presente, ci siamo messe d’accordo e in un batter d’occhio eravamo già alle terme di Saturnia spalmate sulla sdraio nel giardino delle piscine termali.  “Vino dentro e acqua fuori”: ho coniato questo motto che mi calza a pennello.

Lucia Letrari, donna del vino
Lucia è enologa e anche donna del vino
. In azienda segue tutto, dai vigneti al confezionamento. Ha le idee chiare e le esprime in modo eccellente in ogni sua creazione, dal vino al packaging. Una visita in cantina era scontata visto che durante i due giorni trascorsi insieme non abbiamo fatto altro che parlare di vino, moltiplicazione dei lieviti, spumantizzazione, metodo classico e Trento DOC! Dopo tanto parlare è naturale che venga voglia di bere.  E così, eccomi qui, a Rovereto, nella meravigliosa sala degustazione arredata veramente con gusto. Non ho ancora chiesto niente che già mi trovo nel bicchiere il Dosaggio zero Riserva, annata 2007, quarantotto mesi, minimo, sui lieviti, sboccato un mese e mezzo fa, 60% di chardonnay e 40% di pinot nero. I profumi sono sconvolgenti, mi strappano alla giornata piovosa e mi conducono verso un pascolo di montagna, con una piccola casetta in pietra e il camino fumante. “La montagna nel bicchiere” esclama Lucia “lo definisco così perché è ruvido”. Per un attimo ho pensato che mi leggesse nel pensiero! “Io amo le asperità, è il nostro territorio, lavoro con la malo-lattica svolta e l’anidride carbonica non evidente”, continua Lucia “per me, lo chardonnay ci differenzia, ci dà il fruttato, i profumi. Quello che stai bevendo è stato sboccato a mano. Non mostra il perlage, però in bocca senti la persistenza. Deve accompagnare il pasto e lasciare la bocca pulita”. Il colore è bellissimo, intenso e molto accogliente. Il profumo è sincero, schietto e importante. Un mix di fiori e frutta, nocciole, albicocche secche, chiudo gli occhi e in un brivido mi vedo bambina. Fra le mani il calzettone dell’epifania, quello grigio, in lana grossa, lavorato ai ferri dalla nonna Rosa, la nonna tanto cara a mio padre. Corro verso il tavolo per aprire quella calza tutta bitorzoluta e, infilando la manina, arraffo noci e mandarini, caramelle di zucchero e liquirizie gommose, piccoli chewing-gum a forma di limone con dentro la frizzina e nocciole. Una gioia e un’emozione così intensa che non sarò mai in grado di descriverla a parole.

Il tasting alla Casa del Vino
Passiamo alla Riserva del Fondatore, dieci anni di età, 50% chardonnay e 50% pinot nero, dosaggio brut 7 grammi. Perfetto a tutto pasto, elegante, colore brillante, al naso delicato e più gentile del precedente. Tornano sentori di nocciola accompagnati, stavolta, da una nota lontana di burro. E’ un prodotto “champagnoso”, come lo definisce Lucia.
Il Rosé brut, dosaggio 7g, è fatto con 30% di pinot nero e 70% di chardonnay.
Qui il pinot serve a dare il frutto rosso: è lasciato solo in pressa a macerare e resta trenta mesi sui lieviti. Colore intrigante di cipolla ramata, profumi di frutti rossi che richiamano le bacche, indovinate un po’, rosse. Ho fame. Non resta
 che andare a mangiare perché quando dico “ho fame” non ci sono alternative che mi diano soddisfazione come sedermi a tavola. Lucia ha scelto un posticino particolare e veramente carino, che consiglio a tutti gli amici che si trovano da quelle parti. La Casa del vino della Vallagarina. E’ una struttura data in gestione a una cooperativa di produttori, tra i quali Letrari, che a loro volta l’hanno data in mano a una serie di professionisti della ristorazione, come Luca. Al piano di sopra stanno preparando le camere per offrire, più avanti, anche l’alloggio. Qui gli chef hanno l’obbligo di cucinare poche cose: non possono proporsi come ristorante perciò la scelta è limitata ma la qualità, per contro e per fortuna, è piuttosto elevata. L’antipasto è sempre un piatto ottimo, condito dalla fame, ma questo lo è veramente. Carne salada e smacafam di grano saraceno e salsiccia. Ecco la prima parola sconosciuta della giornata, smacafam, che significa, “abbatte la fame”. Una volta, in queste zone, gran parte del pasto dei contadini era proprio il grano saraceno conciato con gli avanzi della cucina. Ogni regione ha le sue povere usanze: qui il grano saraceno, in Veneto la farina di mais e in Garfagnana la farina di castagne.

Muller Thurgau, Marzemino e Cabernet Franc
Ringraziamo Madre Terra che qualcosa ci fa mangiare, sempre. Nel bicchiere il Muller Thurgau, delicato, leggero, classico. Spolverato l’antipasto, ecco che arriva la lasagnetta di verdure e mousse di prezzemolo, col Marzemino in accompagnamento. Il Marzemino è un’uva classica della piana di Rovereto, che si abbina ai primi e ai secondi non troppo pesanti. Profuma di viola mammola, non ha tannini percettibili, ha una buona acidità e una piacevole freschezza. Lo paragoni difficilmente ad altri vini: è una donna dai capelli rossi, ricci e voluminosi che riconosci in mezzo alla folla. Arriva in tavola il Cabernet Franc e Lucia mi esprime tutto il suo amore per questo vitigno tipico delle sue zone.  Lo beviamo insieme al baccalà alla vicentina cucinato con stoccafisso battuto e lasciato precedentemente in acqua corrente per quattro giorni. Non mi aspettavo quest’abbinamento così piacevole! Vedo arrivare verso il nostro tavolo l’Enantio, nelle mani di una ragazza tanto bella quanto professionale che non ho potuto fare a meno di fotografare.

Enantio, vino di lignaggio
Una volta l’Enantio era chiamato Lambrusco dalla foglia frastagliata
ma, dopo ricerche eseguite quando Attilio Scienza era preside della scuola enologica di San Michele all’Adige, si è capito che sono due vitigni diversi.  “L’Enantio è l’ultima uva vendemmiata e ci si può sbizzarrire nella scelta della tipologia di prodotto finito” dice Lucia. “Quando mio padre era piccolo, quest’uva si vendemmiava i primi di novembre. Il vino era usato nei cabernet per correggere colore e acidità. Secondo dov’è posizionato, il vigneto si alleva a pergola o a guyot e più uva produce più si ottengono buoni rosati. La produzione in collina a guyot, ad esempio, permette di ottenere vini da lunghissimo invecchiamento”. L’Enantio che stiamo bevendo è annata 2005 e passa un periodo in barrique. Penso che sarebbe perfetto con i formaggi stagionati e con il cinghiale, ma sta bene con tutta la cacciagione, mi conferma Lucia. Si diceva che la cucina può cucinare pochi piatti ma non pensavo di mangiarli tutti in una volta sola! Ecco che ho davanti il maialino al latte con marmellatina di vino rosso e anice stellato, radicchio, patate e puntarelle. Che bontà.  Adoro i contrasti, il dolce col salato, l’agrodolce, mi piace l’azzardo in cucina. Per fare 200 cc di questa deliziosa marmellata è stato usato  ben un litro di vino. Lo scorrere del tempo ha fatto la sua parte, nella riuscita di questo piatto prelibato. E nel frattempo l’Enantio è sparito, ma dov’è andato? Niente paura, l’abbiamo bevuto e non ci siamo neanche accorti di averlo finito. Corre in aiuto il Ballistarius, un uvaggio di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Lagrein e Teroldego.  In pratica un bordolese rivisto con l’aggiunta di vitigni autoctoni. Questo mi stende! Profumato, molto, di frutta rossa che sfacciata arriva subito al naso. Ottimo compagno del maialino. Questi sono i miei matrimoni preferiti. Non ci priviamo del dolce, anzi, di più dolci, che sono tutti ottimi. Torniamo in azienda perché non voglio perdermi una visita in cantina. Mi affascina da morire il muro di bottiglie accatastate, la cosiddetta “catasta” dove ne sono state messe ben 25000. Numeri che mi fanno girare la testa. Ho sempre il terrore di far cadere qualcosa e distruggere tutto, con la leggiadria da elefante che mi contraddistingue.

Il Moscato Rosa

La cantina è un luogo che bisogna visitare, più che descrivere, perché certe sensazioni credo che siano del tutto soggettive. L’odore di umidità e muffa buona che viene dalle pareti, la luce soft, i materiali naturali come il legno e la pietra, le pupitre con i lieviti che lavorano nel vino, tutto questo a me solletica la libido! Un dolce saluto con il Moscato rosa del 2007, una vera chicca visto che la produzione totale è di 1000 bottiglie l’anno. La vite, un incrocio tra Moscato di Sicilia e Moscato di Parenzo, ha difficoltà di fecondazione, il rachide grosso, soffre di acinellatura oltre a dare acini molto piccoli. La raccolta è di circa un decimo rispetto a quella di un’altra uva. La buccia è molto delicata perciò non permette neanche l’appassimento. Rosa rossa, lamponi e fruttini rossi sono i profumi che lo caratterizzano in questo momento. L’invecchiamento porterà note speziate e chiodi di garofano. Perfetto con pane e gorgonzola, mi confessa Lucia, ma anche con il cioccolato fondente e il pepe rosa ricoperto di cioccolato fondente. Quanti falsi miti imparo a sfatare, ogni volta. Chissà perché, pensavo che questo Moscato fosse rosato, invece è rosso. Basta poco per togliersi il dubbio: una telefonata, una visita in cantina et voilà!
Links: 

www.letrari.it
www.casadelvino.info 

 

 

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A proposito dell'autore

Sono Michela, cos'altro posso dire? Se volete conoscere qualcosa di me, leggete i miei articoli, tra una riga e l'altra si capiscono molte cose. Scrivo perché ho bisogno di esternare le mie emozioni, di condividere le mie esperienze e di far conoscere le prelibatezze che mi entusiasmano. Sono una consulente di immagine e comunicazione per le aziende del settore enogastronomico. Mi prendo cura di tutto ciò che riguarda il web. In realtà sul web io mi diverto e faccio incontri strepitosi, come quello con Umberto Gambino che mi ospita su wining.it.Studi di agraria ed enologia alle spalle mi aiutano a comprendere la materia, il master in Reiki Usui mi permette di entrare in empatia con l'Anima del mondo. E' così che me la godo. Del vino apprezzo le vibrazioni positive e la storia che racconta, del cibo mi entusiasma il suo percorso, e l'armonia del gusto. Mi piace ridere e dire quello che penso. Ho finito. P.S. L'ho scritto che sono una toscanaccia? Ecco, ora l'ho scritto

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