di Sara Vani

E’ una storia affascinante, piena di magiche coincidenze, quella di Encry, Boutique de Champagne. Ma anche di grande determinazione, passione e volontà inarrestabili. “Questo è un articolo che si scriverà da solo”, penso mentre mi prudono le mani sulla tastiera, tanto è l’entusiasmo di condividere il racconto con voi! Allora cominciamo. C’era una volta, a Padova, Enrico Baldin, che di mestiere si occupa di 

Baldin 1ingegneria naturalistica e ripristino ambientale, vale a dire inserimento di verde col metodo delle idrosemine, là dove le infrastrutture stradali e autostradali si insediano alterando la natura, nelle scarpate autostradali, nelle discariche, sulle piste da sci, nelle cave, frane ed altro. Scopre un giorno che con lo stesso metodo si lavorano anche i filari dei vigneti, per contenere il substrato organico in clivi abbastanza pendenti. Le idrosemine sono consigliate in certi casi dagli stessi enologi, poiché le radici di questa miscela di sementi formata da quattro colture che si inseriscono nei terreni vanno così in profondità da apportare benefica ossigenazione alle radici delle viti, consentendo una resa assai migliore. Enrico inizia quindi a collaborare con diverse aziende italiane produttrici di vino, specialmente nella zona del Chanti, dove i vigneti sono molto pendenti. Ed è così che dopo un convegno organizzato in Toscana per promuovere questa attività, un francese del settore che era presente contatta Enrico per chiedergli di andare a fare lo stesso intervento in Champagne. Enrico parte per la Francia quasi nove anni fa e lì avviene l’incontro folgorante con un piccolo vigneron che possiede 7 ettari di vigneti a Le Mesnil-sur-Oger, uno dei 17 Grands Crus della Champagne, in piena Côte des Blancs. E’ giovane, proviene da tre generazioni di vignerons che hanno sempre prodotto vin clair (il “vino base”) per Krug e Salon, tra i cui vigneti si trovano i suoi ettari vitati di Chardonnay. Scusate se è poco. Tra di loro si accende subito la scintilla, poi un “innamoramento”, che si consolida col tempo. Questo vigneron ha una cantina semplice ma bella di suo, una cave di pietra e gesso, un po’ malandata e con le botti in cemento, oggi modernizzata con botti in acciaio inox a temperatura controllata, grazie anche alle idee ed agli investimenti di Enrico. Gli piace molto lo champagne della piccola maison, gli piace talmente tanto che lo beve, lo regala agli amici e vende in Italia un numero considerevole di bottiglie che il vigneron produceva per sé, facendogli scoprire una potenzialità del tutto sconosciuta e conquistando definitivamente la sua fiducia.

Un vigneron sarà anche “solo un contadino”, ma da quelle parti, si sa, gli affari sono affari, quindi per riconoscere tutto l’impegno di Enrico, gli mette a disposizione 2,8 ettari di vigneto e cosí nasce Encry. È un nome di fantasia, ricorda il soprannome di Enrico (Enry) con la “C di champagne” e si pronuncia bene in francese, resta in mente. Lui è sempre stato un grande appassionato di champagne e non solo. Insomma, con questa avventura corona un sogno che ha radici lontane e lo condivide completamente con la sua compagna, Nadia Nicoli, che lavora al suo fianco sin dall’inizio del progetto e che sarà fondamentale perché questo sogno diventi definitivamente realtà. In molti sensi. Eh già, perché la storia continua. “Il vigneronovviamente diventa lo chef de cave di Encry, lui che da sempre cura quella terra. Noi non potevamo certo improvvisarci tali”, dice Enrico. Una volta prodotte le prime bottiglie, inizia un’altra fase di quest’avventura, meno romantica e più concreta. Innanzitutto si deve predisporre un’etichetta. Le aziende che realizzano le etichette degli champagne hanno l’obbligo di inviare al CIVC (Comité interprofessionnel du vin de Champagne) la richiesta di approvazione delle bozze e solo se il Comitè acconsente, le mandano in stampa. Per un paio d’anni, tutto bene. Il CIVC autorizza. Esce la prima etichetta un po’ barocca, di gusto retro. Poi, per stare al passo con i tempi, si cerca un’etichetta più moderna, viene scelta quella nera attuale, per me estremamente chic. Ma con la stessa procedura, stavolta il CIVC inaspettatamente la boccia: chi è Encry? Da questo momento ci sarà un interminabile susseguirsi di riunioni con i delegati del Comité, davanti ai quali Enrico e Nadia si presentano preparatissimi, con il disciplinare di produzione stampato in testa a memoria e pronti a dare battaglia per non far cadere nel nulla anni di lavoro e di investimenti. Per il CIVC questo champagne “non s’ha da fare”, perchè non esiste una Maison dietro il nome Encry. Fosse stata un’azienda che personalizzava l’etichetta per un’altra, passi, ma una coppia di italiani RM ( Récultants – Manipulants, cioè che producono champagne elaborando le proprie stesse uve) proprio non si può. O almeno questo era il sentore di Enrico, una malcelata forma di ostruzionismo, visto che per due anni nessuno aveva sollevato obiezioni. A Enrico e Nadia cade il mondo addosso. E proprio quando tutte le proposte vengono bocciate, lo chef de cave trova la soluzione: un suo parente, nel 1917, si inventò e creò tale Maison Blanche Estelle per tentare di vendere il suo champagne all’estero, con tanto di registrazione nel meccanografico del CIVC, ma mai utilizzata, ed ora il vigneron è disposto a cederla. La buona stella ci mette di nuovo lo zampino, Nadia acquisisce la titolarità della Maison ed il passaggio si perfeziona. Il CIVC finalmente rilascia tutte le autorizzazioni del caso, a condizione di diventare in etichetta Veuve Blanche Estelle: Veuve non ha solo il significato letterale di “vedova”, ma può anche indicare il trasferimento di una maison da una mano all’altra. Encry diventa così la prima ed unica etichetta italiana ufficialmente iscritta al CIVC, con una produzione di circa 27.000 bottiglie l’anno. Che soddisfazione.

Il tasting degli Champagne Encry

Ora vi starete chiedendo, andando al sodo, com’è questo Champagne, è buono? Eccome! Vi racconto le mie impressioni, che qualche volta sono state delle conferme ed altre volte si sono trasformate, inseguendo l’evoluzione dei vini che ad ogni assaggio, negli ultimi mesi, sembravano regalare nuove sensazioni ed emozioni.
Il loro primo prodotto è il Blanc de BlancsGrand Cuvée Brut, ancora più straordinario in magnum, per il quale viene praticata prima la selezione di particelle specifiche del vigneto, con una migliore esposizione, e poi la selezione in pianta. Il naso è tostato, quasi croccante, poi all’assaggio dà il massimo, con una bocca pienamente armonica, sensazioni di crosta di pane tostato, fiori bianchi, zagara, e una nota citrina che ritorna floreale.
Dal 2012 Encry esce sul mercato con 4 nuovi prodotti, dei quali il più tenacemente voluto da Enrico, anche contro il parere del suo vigneron, è la Grand Cuvée Zéro Dosage, 100% Chardonnay. “Lo chef de cave non era d’accordo, ha sempre sostenuto che l’aggiunta di liqueur d’expédition impedisce la scomposizione del vino durante il trasporto, gli dà equilibrio”. Non ha torto, ma di certo lo Zéro Dosage si fa quando c’è un prodotto eccezionale. Il naso è intenso, roccioso, sa di grafite, con uno sfondo di agrumi che si ritrovano in bocca più acerbi, citrini, ma mai astringenti. Nel tempo trascorso dalla degustazione in anteprima fatta in primavera, via via è cresciuto, si è stabilizzato, mantenendo quel tratto dritto, tagliente, una freschezza che chiude in lunghezza e con la bocca pulita, su una nota di mela verde. Sembra perfetto per  la tavola, ma siccome io adoro il Brut Nature per quello che è, me lo bevo esattamente così, per piacere, senza nemmeno aspettare troppo, freddo, senza lasciarlo scaldare nemmeno un po’. Perchè all’avvolgenza di quando si ammorbidisce leggermente, preferisco la fresca tensione della sua purezza. Grande soddisfazione.
I primi Millesimé a vedere la luce sono il 2004 ed il 2005. Il 2004 si presenta potente e lungimirante, esemplare espressione di quell’annata che sforna Chardonnay di grande qualità e con lunga vita davanti. Se possibile, il Millesimé 2005 ad oggi è più pronto del 2004, addirittura “maturo”, e lo è ancor di più paragonando gli ultimi assaggi a quello dell’anteprima, dal quale non usciva invece perfettamente composto. Ora si rivela con le sue sfumature agrumate e di erbe aromatiche, la sua mineralità gessosa, elegante già al naso, che in bocca conferma il suo equilibrio e la sua finezza. Se anche questo è un frutto fedele dell’annata, che pare eccezionale e di lunghissimo respiro, sarà il caso di conquistarne almeno una bottiglia da tenere in cantina per un po’. Faticoso, lo so, se siete gioiosi bevitori di bollicine ora e subito.
Con il rosé Encry ha voluto sperimentare, iniziando col Grand Rosé Prestige, 95% di Chardonnay e un 5% di Rouge di Bouzy, che è stato voluto per caratterizzare l’identitá della maison, nata con il Blanc de Blancs. Gioca a nascondino appena lo porti al naso. Prima è profumatissimo poi si intimidisce e si richiude, per poi riaprirsi diventando sempre più elegante, con note di frutti rossi e salmastre. All’assaggio è dinamico, ha corpo e persistenza, il frutto polposo del Pinot noir in rosso si sposa con la freschezza e la mineralità dello Chardonnay. Una gran bella beva, piacevole ed invitante.
Bene, signore e signori, questa era la storia di Encry, la Maison che non c’è”, e di Enrico e Nadia, belli come il sole. Perché bisogna dirlo, sono belli dentro e fuori, come i personaggi di una fiaba a lieto fine che si rispetti, pieni di passione, umili e soprattutto sorridenti. E l’avventura continua, prossimamente con il reportage della mia prima vendemmia in Champagne, da Encry ovviamente. Mi ri-prudono le mani al sol pensiero dei filari di Chardonnay, chiudo gli occhi e già mi immagino laggiù, su quella stradina di cui mi raccontava Enrico che dalla cave porta direttamente al Clos de Mesnil. E pensare che un tempo – sembra una vita fa, ormai – io non bevevo bollicine. La vita ti cambia…per fortuna!

Links:
www.champagne-encry.com
www.champagne.fr/

 

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A proposito dell'autore

Anche Wining ha il suo "wine advocate". Avvocato civilista di professione, sommelier eno-reporter per smisurato amore. Folgorata da un colpo di fulmine in Piemonte, 13 anni fa un calice di Barbaresco ha messo fine alla mia precedente vita da finta astemia. Non potevo che diventare sommelier Ais. La mia bruciante passione cresce poi con le bollicine, specialmente lo Champagne, per il quale ho un noto debole e che cerco di comunicare divulgando la sua cultura. Come ogni storia sentimentale destinata a durare nel tempo, l'innamoramento per il vino si é consolidato in un grande Amore, al quale ho dedicato anche la mia attivitá di degustatrice per la Guida Vinibuoni d'Italia del Touring. Proprio lí incrocio Umberto Gambino. Il resto é storia. Wining é il "luogo" dove posso raccontare la mia curiositá, le emozioni, le storie che rendono speciale il vino e chi lo fa, il tutto condito dal sorriso alla vita che mi contraddistingue e col quale cerco di farmi perdonare i ritardi redazionali che Umberto sopporta! Forse perché sono stata la prima a battezzare tutte noi... le sue Wining's Angels

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