di Marilena Barbera
 Per una come me che finora ha frequentato solo Vinitaly e altre manifestazioni eno-fashioniste l’impressione è forte. Arrivo a Milano di corsa da una precedente degustazione in terra-2Svizzera, trascinandomi dietro chili di bagaglio e vestita in modo apparentemente non consono. I miei amici vignaioli eretici mi hanno avvisata, cercando di prepararmi ad un contesto al quale pensano che io non appartenga. E me lo confessano candidamente: “Quando ho letto l’elenco dei partecipanti non ci avevo creduto, che ci fai qui?”, mi domandano divertiti.
È il vino, gli rispondo, il vino che non conosce bandiere né schieramenti, il vino delle vigne e dei territori marginali, dei piccoli produttori che resistono come sanno e come possono all’aggressione di un mercato sempre più concentrato ed industrializzato. È il vino che parla cento lingue ma ha una voce sola, la voce di chi con umiltà e rispetto raccoglie dalla terra per regalare agli uomini un frammento di magia. Che importa se hai dieci piercing in faccia o una camicia bianca? Davvero crediamo che una divisa, qualunque essa sia, rappresenti e sintetizzi l’identità di un essere umano? Io no, non lo credo.

Ed infatti arrivo a La Terra Trema, incontro amici, stringo mani, godo di abbracci, sorrisi, bicchieri che tintinnano. È sempre così a una fiera del vino, che sia istituzionale o
autogestita, anarchica o mainstream, alla fine quello che conta è la stessa cosa: il vino, la sua capacità di mettere in relazione le persone, raccontare i luoghi, trasmettere emozioni.
Tra gli assaggi, ho amato il rosato fiero ed orgoglioso di Carlo Tabarrini non meno del suo sorriso contagioso, la fragrante Barbera di Enrico Togni, croccante e pizzicosa come un cestino di fragole, il Boca diritto e austero delle sorelle Conti, la Malvasia struggente di Paola Lantieri e lo zibibbo secco di Nino Barraco, che per me rimane un faro, una guida nel mare magnum dei vini siciliani.

Molti di più sono i vini che avrei voluto provare ma non ho potuto, il tavolo da presidiare.
Tante persone, tantissimi ragazzi, affamati di sapere, di imparare il vino. Giovani e giovanissimi che ascoltano rapiti i miei racconti di vigne e di mare, tuffano il naso nel bicchiere e cercano di rubargli il sole e il salmastro. Alcuni parlottano tra di loro, si frugano le tasche e mettono insieme le monete per portarsi a casa un po’ di quell’emozione. Giovani e meno giovani dalle mille curiosità, ti chiedono il significato delle denominazioni, cercano di orientarsi nella confusione terminologica che un’informazione spesso non puntuale né esauriente contribuisce ad alimentare. La differenza tra convenzionale, biologico e biodinamico, cosa sono i solfiti e a cosa servono e se è vero che un vino naturale ne è privo, e perché il Nero d’Avola a volte è DOC e più spesso non lo è. Quando provo a spiegare che il Nero d’Avola è un’uva e non una denominazione, una signora si allontana piccata.

terra-1C’è ancora tanto lavoro da fare e incontri come questo, dove il pubblico ha davvero la possibilità di confrontarsi faccia a faccia con i produttori sono solo il primo, imprescindibile passo.

E una cosa sì, sarebbe utile: che si scegliesse, tutti, quelli con i piercing e quelli con la camicia, la via della chiarezza, della semplicità, del lavorare insieme per lo stesso obiettivo, che dovrebbe essere quello della conoscenza del vino e dei suoi territori, il vino che è testimonianza, racconto di scelte ed esperienze, ambasciatore di cultura e presidio di luoghi difficili, impervi che, in sua assenza, probabilmente verrebbero abbandonati.

Senza dimenticare che
il vino ha molte facce, e molte vite. Il vino dei piccoli vignaioli, degli artigiani, di quelli che ci campano la famiglia, che ci mettono le mani e il cuore e ci credono veramente, ha un sapore speciale.

Credits

La Terra Trema 2013 si è tenuta al Leoncavallo di Milano dal 29 novembre al 1 dicembre. Ha visto la partecipazione di 89 vignaioli e 27 agricoltori artigiani da 15 Regioni italiane.  
www.laterratrema.org