di Marilena Barbera
rioja-15 La Meseta intorno a Madrid mi ricorda nitidamente il deserto degli altipiani centrali degli Stati Uniti: rocce di arenaria e gesso, terre aride punteggiate di arbusti che si abbarbicano a pochi centimetri di terreno vegetale, nessuna coltivazione visibile, sporadici i segni della presenza umana, concentrata in una manciata di paesotti disseminati lungo la strada. Radi anche i pascoli che costeggiano la A1 verso nord, che ti chiedi dove li allevano gli agnelli da latte che fanno bella mostra di sé nei menu delle mesòn a conduzione familiare.  

Direzione Rioja, con qualche deviazione lungo il cammino, a cercare le vigne.
Quando finalmente arrivi, dopo tre ore di deserto, le vigne sono dappertutto: giri lo sguardo e non esiste nient’altro, a perdita d’occhio, sessantatremila ettari di vigne che ricoprono ogni centimetro di terra disponibile. Vigne a vaso e a cordone, vigne giovanissime e vecchie di centinaia d’anni, una monocoltura di Tempranillo di dimensioni impressionanti.

Le vigne più belle sono sopravvissute al tempo, sfidando moderne tecniche colturali e sesti d’impianto funzionali: affondano radici prefillosseriche nelle sabbie dell’Ebro e si contorcono e si attorcigliano su se stesse, gridando silenziosamente al cielo la propria fierezza, guerrieri schierati in falangi compatte a testimoniare un’identità in via di estinzione. I nuovi impianti e la viticoltura razionale hanno spesso sacrificato le file di mezzo, appoggiando i tronchi superstiti a spalliere di ferro zincato, e li vedi, vecchi soldati che si fronteggiano a distanza di tre metri, rimpiangere i compagni caduti per far posto ai cingoli del trattore.

Poi metti in riga
i vini, e non ci capisci più niente.
Perché ti aspetti di trovarci profondità, carattere, testardaggine, e ci trovi invece uno stile un po’ pedissequo che ti trasporta indietro di vent’anni, quando anche qui da noi si ricercavano concentrazioni e maturazioni sopra le righe, e speziature artificiose, ed opulenze decisamente sovrappeso.
Li senti, tutti, inseguire lo stesso obiettivo, tutti impegnati nella caccia al tesoro della densità, della masticabilità, di una impenetrabilità cromatica che sfiora la caricatura, accentuata da alcolicità importanti non sempre bilanciate dagli acidi, come se la ricerca affannosa di ciò che si suppone sia il “gusto del consumatore” li avesse trascinati in un setoso boudoir di morbidezze.
Poi parli con uno che questi vini li ama davvero, e che ti regala sospirando una bottiglia dell’89, di quando la Rioja era “diversa”, e pensi – come anche lui ti suggerisce – che forse le cose cambieranno di nuovo, e che, tolti i fronzoli, si potrà un giorno riscoprire l’anima di quei vecchi soldati orgogliosi, custodi del tempo.
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Disclaimer
: i vini degustati li ho scelti senza alcuna conoscenza delle aziende, con il solo obiettivo di ricavarne una prima impressione generale del territorio.
Nota tecnico-cultural-divulgativa: nella Rioja si producono cinque tipologie di vino, suddivise in base alla durata dell’affinamento. Joven è quello dell’annata, servito obbligatoriamente freddo da frigo, mentre il Sin Crianza è sempre giovanissimo, ma almeno te lo servono a temperatura di cantina. Poi c’è il Crianza, che fa un affinamento di due anni di cui almeno 8 mesi in botte (leggi barrique, e leggi solitamente nuove). A seguire, Reserva e Gran Reserva, con rispettivamente tre e cinque anni di maturazione tra legno e bottiglia.